Enti pubblici

giovedì 13 marzo 2008

“RELAZIONE UNIFICATA SULL’ ECONOMIA E LA FINANZA PUBBLICA Presentata dal Ministro dell’ Economia e delle Finanze. NOTA SULLE PROSPETTIVE ECONOMICHE E FINANZIARIE “Nessun vento è favorevole per chi non sa dove andare Seneca, «Lettere a Lucilio», LXXI”

RELAZIONE UNIFICATA SULL’ECONOMIA
E LA FINANZA PUBBLICA
Presentata dal Ministro dell’Economia e delle Finanze. NOTA SULLE PROSPETTIVE
ECONOMICHE E FINANZIARIE “Nessun vento è favorevole per chi non sa dove andare
Seneca, «Lettere a Lucilio», LXXI”

Nel 2006 e nel 2007 i conti
pubblici si sono chiusi in maniera più favorevole del previsto. È il risultato
di una politica economica che ha rifiutato la logica dei due tempi (prima
risanare, poi sviluppare) e ha perseguito con lo stesso respiro un triplice obiettivo:
crescita, risanamento, equità.

1. L’uscita dei conti dalla zona
di emergenza

L’eredità che era stata lasciata
al Governo di questa brevissima legislatura non poteva essere accettata col
beneficio di inventario: il Paese è uno solo, chiunque lo governi. Il saldo
primario era stato pressoché azzerato, ed era più basso di quello del 1992. Il
deficit aveva superato il 4 per cento, cancellando il faticoso risanamento
culminato con la ‘corsa all’euro’ del 1997. La quota di debito pubblico sul
PIL, in diminuzione dal 1994, aveva ripreso ad aumentare. Il peso della spesa
corrente primaria aveva toccato un massimo storico. La procedura di infrazione
europea si era aperta. Il rosso dei conti rischiava di riportare l’Italia nella
spirale di un deficit che si avvita. Il rimedio non
poteva essere una stretta di bilancio indiscriminata perché l’Italia non era -
e non è – malata solo di conti pubblici. Nella società si agitavano
disuguaglianze e iniquità, e lo sviluppo dell’economia, se pur dava segni di
maggiore dinamica, appariva trainato da una forte crescita mondiale più che da
forze interne. Era necessaria una manovra composita, che entrasse
nell’articolazione delle spese e delle entrate, che operasse
contemporaneamente sui diversi fronti della lotta agli sprechi, della
restituzione di risorse a settori sottofinanziati (difesa, opere pubbliche,
ecc.), del contrasto dell’evasione, della necessità di sgravi e alleggerimenti
normativi. L’azione di politica economica doveva quindi mirare non solo a
riportare il deficit nell’alveo delle compatibilità, non solo aggiustare la
marcia ma rimettere a posto il veicolo, ridare forza al tessuto economico e
solidarietà a quello sociale. Ridistribuire il dare e l’avere della società e
dell’economia è molto più controverso che metter mano a misure – dolorose ma
circoscritte – che usano solo il freno: si vanno a toccare realtà vive della
società, contrasti di convenienze e interessi costituiti che si annidano nelle
nicchie dell’evasione fiscale, nelle sacche di inefficienza dei pubblici
servizi e nei ricettacoli dell’economia protetta.

I provvedimenti presi a metà 2006 a valere su quello
stesso anno, così come la
Finanziaria 2007, dovevano attuare un rapido cambiamento di
rotta, fermare un deterioramento dei conti che in altri tempi avrebbe portato a
crisi del cambio e che stava aggravando la sfiducia dei mercati, dell’Unione
europea e degli organismi internazionali e nello stesso tempo accentuando il
declino della nostra economia. Già nel 2007 è stato possibile, con due manovre
in corso d’anno e con la elaborazione della
Finanziaria 2008, tenere conto del fatto che il risanamento dei conti procedeva
anche meglio del previsto e utilizzare i frutti del successo su ciascuno dei
tre fronti dell’azione intrapresa sin dal 2006: nuovi interventi in campo
sociale, accrescimento degli investimenti pubblici, maggiore riduzione del
deficit.

I risultati sono sotto gli occhi
di tutti. L’indebitamento netto della Pubblica amministrazione – la grandezza
rilevante per le regole europee – si è più che dimezzato,passando
dal 4,2 per cento del 2005 all’1,9 per cento del 2007. L’Italia ha nettamente
sorpassato gli obiettivi ai quali era impegnata con l’Unione europea e si avvia
a uscire a testa alta dalla procedura di deficit eccessivo. Il peso del debito
pubblico ha ripreso a calare.

Contrariamente a quanto viene detto, ai risultati ottenuti hanno concorso sia le
entrate sia le spese e, per le entrate, il contributo essenziale è venuto dai
frutti della lotta all’evasione. L’espansione della spesa primaria – il cui
peso si era aggravato di quasi due punti e mezzo di PIL nel quinquennio
2001-2005 – è stata fermata e, anzi, ha cominciato a invertirsi. La pressione
fiscale sul contribuente leale non è aumentata. Provvedimenti di
semplificazione hanno ridotto gli adempimenti per vaste schiere di imprese e di
cittadini. L’aumento della pressione fiscale complessiva che appare nelle
statistiche è nato essenzialmente dal recupero dell’evasione che è derivato sia
da una più efficace deterrenza sia da una accresciuta adesione spontanea ai
doveri fiscali. È nato anche da alcuni interventi miranti a aumentare le
coperture pensionistiche future, soprattutto dei lavoratori con lavoro
precario.

2. Non solo
correzione

Questa Relazione, che chiude
anzitempo un disegno concepito per una intera
legislatura, dà conto di quel che è stato fatto per perseguire allo stesso
tempo equità, sviluppo e risanamento. Bastino qui alcune osservazioni.

Sul punto dell’equità, la ripresa
dei programmi di edilizia sovvenzionata, l’aumento delle pensioni basse,
l’intervento a sollievo di quelle situazioni di povertà che non possono essere
sanate con lo strumento fiscale perché già al di sotto delle soglie minime di
tassazione (il cosiddetto bonus agli incapienti), le misure fiscali a favore
delle donne lavoratrici, la costituzione di fondi specifici per assistere
persone e famiglie con difficoltà di inserimento lavorativo e sociale.

Sul punto dello sviluppo, oltre
alla riduzione del peso dei tributi e contributi sul lavoro (il cosiddetto
cuneo fiscale), una riforma della tassazione dei redditi societari che ha
portato a uno sgravio importante. Gli imprenditori oggi sanno che qualunque
aumento dei profitti sarà tassato, in sede Ires, al 27,5 per cento, un’aliquota
internazionalmente competitiva. Le risorse finanziarie per alcune
infrastrutture chiave del paese – strade, autostrade, trasporti locali – sono
state ricostituite, in alcuni casi con sforzi eccezionali.

Sul punto del risanamento dei
conti, il Governo ha fatto fronte – nel contesto di una popolazione che
invecchia e del conseguente imperativo di aumentare l’età effettiva di
pensionamento – a due lasciti della precedente legislatura: l’allungamento
brusco dell’età lavorativa inserito in un provvedimento a ’scoppio ritardato’ (il cosiddetto ‘scalone’) e il congelamento di un
aspetto essenziale della riforma pensionistica del 1995 quale la revisione dei
coefficienti di trasformazione. La soluzione – trovata al termine di un
laborioso negoziato – ha anticipato, rendendolo però graduale, il passaggio a
un’età pensionabile più elevata e ha finalmente aggiornato i coefficienti,
stabilendo l’automaticità delle future revisioni.

3. Il controllo della spesa: un
metodo diverso

In prospettiva, l’aspetto forse
più importante dell’azione svolta dal Governo Prodi ha
riguardato la grande questione della spesa pubblica, il cui controllo si era
gravemente allentato nel quinquennio precedente più per gonfiare gli apparati
pubblici che per migliorare i servizi al Paese.

Aumentare la spesa è facile, ma
tornare indietro è compito assai arduo in ogni Paese. È particolarmente arduo
in Italia, dove la spesa, tolta quella per gli interessi sul debito e per
prestazioni pensionistiche, non è eccessivamente elevata. Essa è in gran parte
concentrata in amministrazioni locali che hanno limitata responsabilità fiscale
e presenta una forte concentrazione geografica degli sprechi, sicché ogni
contenimento rischia di essere immediatamente percepito come una politica
antimeridionalistica.

I dati fondamentali del bilancio
e dell’economia dicono che qualità e quantità della spesa devono
rispettivamente migliorare e ridursi perché la finanza pubblica divenga fattore
di sviluppo e di rasserenamento per l’economia e per la società. Devono e
possono: i lavori compiuti in questi quasi due anni hanno dimostrato che
possono. Ma l’esperienza di ogni Paese che abbia fatto
più strada del nostro lungo questo impervio cammino mostra che una diffusa
presa di coscienza della questione e della vera natura dei rimedi è conditio
sine qua non per intervenire in modo efficace.

La trita espressione ‘tagli alla
spesa’ doveva cedere il posto a un’azione ‘dal basso’, che partisse da
un’analisi delle procedure, da un esame pacato e profondo di quel 98 per cento
del bilancio pubblico su cui non si appunta l’attenzione di chi è ipnotizzato dai pochi flussi oggetto della Finanziaria. Il controllo
della spesa non è fatto dalle sciabolate (per lo più verbali) degli impazienti,
ma dalla tenacia della buona amministrazione, e, in un’ottica di ‘conoscere per
deliberare’, da un esame previo dei minuti modi di spendere e
dell’organizzazione degli uffici, dalla determinazione di scale di priorità, da
una riclassificazione delle spese per programmi che dia
coerenza agli interventi, dall’individuazione delle migliori pratiche (best
practices) per farne modelli per l’amministrazione, dalla ricerca paziente
delle possibilità – già insite nelle norme esistenti – di mettere in atto
mobilità, formazione e ridistribuzioni di compiti e di sedi.

Nelle Leggi finanziarie 2007 e
2008, la questione del controllo della spesa viene
posta su queste fondamenta, umili ma essenziali. Alcune basi conoscitive e
linee di intervento sono già contenute nel Libro verde sulla spesa e nei lavori
della Commissione tecnica sulla finanza pubblica; sono strumenti che il Governo
Prodi lascia in eredità al futuro esecutivo.

Primi risultati sembrano dar
ragione a questa scelta di metodo. La crescita della spesa corrente primaria è
stata rallentata nonostante la spendita di una parte delle maggiori risorse affluite con la lotta all’evasione. Una parte
cospicua della spesa pubblica viene decisa a livello
regionale e locale, e le disposizioni del Patto di stabilità interno e del Patto
per la salute, assistite da incentivi e penalità, hanno portato a un
significativo rallentamento delle uscite di bilancio.

4. Nuove nubi sull’economia

Il peggioramento del ciclo
internazionale seguito alla cosiddetta ‘crisi dei mutui’ ha rivelato come i
miglioramenti innegabili che va registrando il tessuto produttivo italiano
siano ancora fragili. Molti produttori si stanno riposizionando su segmenti più
elevati di valore aggiunto, e numerose storie di successo rivelano che le sfide
della tecnologia e della globalizzazione sono state accettate da una parte del
mondo imprenditoriale: lo testimonia il miglioramento della nostra bilancia
commerciale.

Permangono tuttavia antichi
difetti, in termini di ricerca e di capitale umano, e i fermenti in essere non
hanno fatto ancora ‘massa critica’. In passato le turbolenze internazionali
investivano l’Italia con maggior impeto rispetto agli altri Paesi, dando al
nostro la nomea di ‘vaso di coccio’. Oggi, grazie all’incardinamento nell’area
dell’euro, ci sono state risparmiate le turbolenze ‘nominali’ (inflazioni e
svalutazioni) legate ai tassi d’interesse e ai tassi di cambio; ma non ci sono
state risparmiate le turbolenze ‘reali’ (bassa crescita e stallo della
produttività) legate a una specializzazione produttiva troppo esposta alle
pressioni concorrenziali della globalizzazione, mentre la fiducia dei
consumatori è scalfita dai forti rialzi dei prezzi più visibili (energia e
alimentari) e quella dei produttori risente dei timori esterni (minacce di
recessione) e di quelli interni (instabilità politica).

È ragionevole ritenere che
l’attuale oscurarsi del quadro economico mondiale rifletta qualcosa di più di
una pausa congiunturale innescata dalla crisi dei mutui subprime. Esso riflette
il cumularsi di due squilibri di fondo, la cui correzione richiede tempi lunghi
e non può essere elusa: la condizione dell’economia americana, che accumula
debito estero e soffre di insufficiente risparmio pubblico e privato; il
movimento di un terzo del genere umano (Cina e India) dalla povertà verso il
benessere, che preme sulle disponibilità e sui prezzi dei prodotti energetici e
alimentari. Per l’intera economia del pianeta, il primo fattore genera
ristagno, il secondo inflazione. Il processo di
correzione di questi squilibri ha innescato crisi e perdite in quelle parti del
sistema finanziario che più avevano contribuito all’eccesso di spesa e di
debito. Tale processo è tutt’altro che concluso e la fase negativa apertasi
nell’estate 2007 rischia di durare a lungo, mentre i vasi comunicanti della
sfiducia amplificano gli effetti reali. Un paese a economia media e aperta come
il nostro, con debolezze strutturali di antica data tanto nel settore pubblico
quanto in quello privato, con un sistema istituzionale precario, potrebbe più degli
altri risentire delle turbolenze che inevitabilmente continueranno ad
accompagnare la correzione di questi squilibri di fondo.

5. Il 2008 e oltre: l’economia
rallenta, ma i conti tengono e migliorano

Questa Relazione dà conto, in
maniera dettagliata e trasparente, dei cambiamenti intercorsi dalle ultime
elaborazioni ufficiali, contenute nella Relazione Previsionale e Programmatica
presentata lo scorso settembre. Il cambiamento repentino delle prospettive
economiche internazionali non può non riflettersi sulle condizioni interne delPaese.

La previsione di crescita
italiana viene oggi fortemente ridotta rispetto a solo pochi mesi fa, da 1,5 a 0,6 per cento, per
tenere pienamente conto delle recenti informazioni sulla congiuntura
internazionale e interna. La previsione è in linea con le stime più aggiornate
dei maggiori istituti internazionali. Le nuove stime per l’anno in corso
mettono in luce l’inevitabile – ma complessivamente marginale – impatto del
rallentamento ciclico sui conti pubblici. Il deficit è previsto stabilirsi al
2,4 per cento del PIL. Nonostante la crescita sia più che dimezzata è un valore
solo leggermente più elevato di quanto atteso a settembre (2,2 per cento). Vale
la pena di ricordare che nel 2005,
in presenza
di una crescita identica a quella ora attesa per questo anno il rapporto tra
deficit e PIL si era attestato al 4,2 per cento. Pesano poi sull’anno in corso,
e solo su questo, lo slittamento di alcune spese e di alcune minori entrate
inizialmente previste per il 2007. Al netto di questi fattori temporanei -
destinati a esaurirsi nel 2008 -, dell’impatto negativo del rallentamento
dell’economia e dei maggiori tassi d’interesse la cifra di 2,4 equivale a un
1,9. Due altri importanti fattori inducono a guardare i mesi futuri con ragionevole
serenità.

Primo: le stime sono improntate a
considerevole prudenza. Per quanto riguarda le entrate, incorporano il maggior
gettito ricuperato negli ultimi due anni con la lotta all’evasione fiscale, ma
ipotizzano che venga meno ogni nuovo sostanziale recupero di base imponibile.
Questa ipotesi pessimistica è in linea con la prassi utilizzata nel passato, ma
proprio l’esperienza degli ultimi due anni mostra che forti aumenti di gettito
indotti da maggiore disciplina dei contribuenti (tax compliance) sono
interamente possibili, se perseguiti con determinazione a livello politico,
amministrativo e di comunicazione agli italiani. Per quanto riguarda le spese,
le stime ipotizzano in via cautelativa che la dinamica dei risultati
eccezionali ottenuti nell’ultimo biennio (ad esempio lo straordinario
contenimento dei consumi intermedi delle amministrazioni) invece di continuare,
si inverta parzialmente. Ebbene, non è scritto né nelle leggi né nel libro del
destino che debba essere così; dipende dalla
determinazione con cui opereranno il Governo e l’Amministrazione nella nuova
legislatura. Gli uffici sono stati, su questo punto, più pessimisti del
Ministro. La grande prudenza delle stime del tendenziale fa ritenere che le
sorprese nel corso dell’anno possano essere prevalentemente positive. La Relazione presenta e
documenta anche uno scenario alternativo che riflette questa possibilità, così
come ne presenta uno di andamento più sfavorevole.

Secondo: allo stato dei fatti, il
lieve aumento del deficit previsto per il 2008 appare di natura del tutto
transitoria. L’andamento tendenziale per gli anni successivi al 2008, stimato
con criteri di uguale prudenza, mostra un profilo fortemente
decrescente del deficit, che verrebbe a collocarsi su livelli abbondantemente
al di sotto del 2 per cento del PIL. Questo vale anche e soprattutto per il
deficit strutturale, che prescinde dalle ipotesi che si fanno sulla evoluzione
dell’economia. Negli anni 2009-2011 le stime del tendenziale mostrano un
deficit in calo strutturale dal 2,2 (2008) all’1,2 (2011) del PIL.

Dalle nuove elaborazioni emerge
dunque una conclusione chiara: il rallentamento economico non interrompe il
risanamento delle finanze pubbliche operato dal Governo. Quel risultato è
solido e destinato a durare. L’Italia rimane saldamente in zona sicurezza ed è
sulla via del pareggio nonostante la fine di una congiuntura favorevole.
L’emergere di risorse aggiuntive è un fatto possibile, accaduto con regolarità
negli ultimi due anni; ma potrà essere accertato solo nei prossimi mesi con un’attenta
lettura dei dati. L’elaborazione – in giugno – del bilancio di assestamento
sarà l’occasione per fare il punto.

6. Un dilemma della politica
economica?

Il risanamento dei conti non è
ancora completato e già il peggioramento del ciclo sembra porre la politica
economica di fronte a un dilemma: interrompere lo sforzo in atto pur di
sostenere l’economia con tagli fiscali e aumenti di spesa oppure insistere
verso il pareggio del bilancio col rischio di indebolire un’economia già
debole? Tre considerazioni di ordine economico inducono a ritenere che questo
sia un falso dilemma.

La politica economica può
influire sulla crescita, oltre che attraverso la finanza pubblica, con misure
che accrescono la competitività e il dinamismo del sistema produttivo. Nelle
circostanze dell’Italia di oggi, liberalizzazioni e semplificazioni sono
probabilmente al primo posto nella scala delle influenze sull’attività
economica. Se perseguite con determinazione e intensità, possono contrastare
con efficacia gli impulsi recessivi.

La lotta all’evasione può
offrire, se continuata, ampie risorse per ridurre la pressione fiscale sui
contribuenti in regola. L’emersione di imponibili che oggi sfuggono al fisco è
un processo graduale, lungi dall’essersi esaurito. Si possono dunque ipotizzare
elasticità delle entrate al PIL che, se pure non forti come quelle degli ultimi
due anni, basterebbero a finanziare la restituzione ai contribuenti leali delle
risorse prelevate da quelli sleali. Questa restituzione avrebbe con ogni
probabilità maggiori effetti di sostegno dell’economia, attraverso i canali
della fiducia e del venir meno di una distorsione alla concorrenza, di quelli
deflattivi legati al restringimento dell’area dell’evasione. Allo stesso tempo,
questa restituzione non contraddice il cammino verso il risanamento, che è
legato alle riduzioni di spesa.

Le economie possibili nella spesa
primaria sono sufficienti a percorrere il cammino che rimane verso il pareggio
dei conti pubblici. Questo cammino significa recuperare, di qui al 2011, circa
due punti di spesa primaria (sul PIL); recuperare, cioè, quelle lievitazioni
che hanno rotto gli equilibri di bilancio nella legislatura precedente. Sul
piano politico l’impegno del pareggio dei conti pubblici nel 2011 non è
negoziabile in sede europea; la nostra stessa opinione pubblica giudicherebbe
molto severamente una ricaduta nell’infrazione del Patto di Stabilità. Ma
sarebbe un errore considerare quell’impegno come troppo restrittivo sul piano
economico. Il dilemma tra rigore e sviluppo è falso. Basta guardare a quel che
è successo nel 2001-2005, quando la maggiore spesa pubblica si è accompagnata
al quinquennio di più lenta crescita nell’Italia del dopoguerra. Le relazioni
fra spesa pubblica ed economia sono molto più complesse di quanto possa apparire da una concezione, infondata anche per la
teoria economica, che veda la spesa come carbone gettato nella fornace della
caldaia produttiva. Nella situazione italiana uno snellimento della spesa che
ne migliori la qualità e lasci più risorse a disposizione del settore privato
avrebbe effetti di sostegno, non di restrizione.

7. La via del rilancio

Il debito pubblico è ancora
superiore al 100 per cento del PIL, il più alto tra i paesi dell’Unione
Europea. Ogni italiano, anche se neonato, porta sulle spalle il pagamento di
1300 euro l’anno per interessi; e non possiamo neanche dire che li dobbiamo a
noi stessi, perché circa la meta del debito è in mani estere. Le tasse non
possono essere aumentate; anzi, per i contribuenti in regola esse devono ridursi.
La vendita di cespiti dello Stato o degli Enti territoriali per ridurre il
debito è ancora possibile ma la grande stagione delle
privatizzazioni è conclusa e gli importi sono ormai limitati. Una famiglia può
dar fondo a gioielli e poderi, ma questa non è una soluzione
quando le spese continuano a superare le entrate. La via ineludibile del
risanamento passa dunque per la gestione ordinaria e la sfida – oggi più nitida
e cogente che mai – sta nel contenere e riqualificare la spesa dello Stato,
delle Regioni e degli Enti Locali. Ciò significa compiere una trasformazione
profonda delle amministrazioni pubbliche.

Il Libro Verde dello scorso
settembre ha messo in luce quanto ampio sia lo spazio
per realizzarla. Gli esempi non c’è bisogno di mutuarli dall’estero; anche in
Italia, in quasi ogni ramo della Pubblica Amministrazione vi sono isole di
eccellenza che indicano come fornire servizi allo stesso tempo migliori e meno
costosi. La riclassificazione del bilancio per missioni e programmi, attuata
l’anno scorso, fornisce la base conoscitiva per avviare ‘leggi di programma’
che razionalizzino l’uso delle risorse tagliando i
nodi dello scoordinamento, delle sovrapposizioni di competenze e dei ‘terreni
di caccia’ riservati. Allo stesso tempo, il ricorso – nel momento dello
stanziamento delle risorse – a confronti tra stesse tipologie di servizi
(ospedali, prefetture, uffici ministeriali, uffici delle amministrazioni locali
e via dicendo) potrebbe contribuire ad adeguare le
realtà meno virtuose a quelle più efficienti. Il beneficio sarebbe per la spesa
pubblica, per i cittadini che utilizzano i servizi, per la crescita economica
del Paese.

La riduzione del peso della spesa
primaria deve escludere gli investimenti infrastrutturali, che vanno al contrario potenziati. Difficilmente può riguardare le
prestazioni sociali, sulle quali sono stati fatti recenti interventi. La
necessità di concentrare il controllo sul resto della spesa – quella
tradizionalmente legata alla fornitura di servizi pubblici – rende la sfida più
severa, dato che si tratta, di qui al 2011, di mantenerla quasi ferma in
termini nominali. Nessun contenimento della spesa può prescindere dalle spese
di personale, che, in un settore ad alta intensità di lavoro come la Pubblica Amministrazione
rappresenta la posta di gran lunga più rilevante. Essa dipende dai contratti,
dall’organizzazione del lavoro, dalla distribuzione del personale, dal sistema
degli incentivi. Bisogna avere la volontà, spesso mancata in passato, di
incidere su tutti e quattro gli aspetti: contenimento salariale, organizzazione
senza sovrapposizioni, mobilità funzionale ai servizi richiesti, premi per chi
produce di più.

Questa Relazione concentra la
propria attenzione sui conti pubblici, dunque su quella parte della politica
economica che incide sull’entrata e sulla spesa. Ma se si allarga lo sguardo
all’intera gamma delle azioni attraverso cui il settore pubblico influisce
sull’andamento dell’economia, allora appare chiaro che il punto di riferimento,
l’obiettivo-guida deve consistere nell’innalzare il livello di produttività nel
nostro sistema economico. Solo così sarà possibile accelerare la crescita in
una società come la nostra, dove la popolazione non aumenta e invecchia.

Fermenti positivi stanno già
agendo sull’ordito e sulla trama del tessuto produttivo, ma gli aumenti di
produttività si estenderanno a tutti i settori solo se le vie del successo
saranno aperte ai soggetti più dinamici da una più libera competizione:
perseverare nella liberalizzazione dei mercati incontra resistenza da parte di
chi gode di rendite, ma dà benefici immediati a tutti i cittadini sotto forma
di minori prezzi. Le pressioni interne della liberalizzazione e quelle esterne
della globalizzazione rendono di tanto più necessario migliorare il sistema
degli ammortizzatori sociali, per facilitare il passaggio di risorse da settori
in declino a settori in espansione. In questa prospettiva, le Finanziarie 2007
e 2008 sono intervenute con strumenti innovativi. L’obiettivo dell’intera
nostra politica economica non può essere altro che il ritorno dell’Italia a una
crescita superiore, non inferiore, alla media europea. E tale obiettivo
difficilmente può essere raggiunto senza perseguire insieme efficienza nell’uso
delle risorse, equità sociale e buona salute dei conti pubblici.