Civile

mercoledì 21 settembre 2005

Relazione sullo stato delle Università 2005 di Piero Tosi presidente della Conferenza dei Rettori 20.9.2005.

>Relazione sullo stato delle Università 2005 di Piero Tosi presidente
della Conferenza dei Rettori 20.9.2005.

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Ringrazio e saluto tutti coloro che hanno reso possibile il replicarsi negli anni di
questa Relazione al Paese della Conferenza dei Rettori delle Università
italiane, dimostrando sensibilità e interesse per lo stato del sistema
universitario. Ringrazio per la presenza e saluto il Ministro Moratti e le altre Autorità di governo e politiche, il ViceSegretario Generale della Presidenza della Repubblica,
i Rappresentanti parlamentari, i Rettori italiani ed europei, i Presidi, i
Docenti, il Personale tecnico-amministrativo e gli Studenti. L’Università vuole
dialogare con il Paese. Vuole mostrarsi agli studenti e alle loro famiglie,
alle forze politiche e al Parlamento, per poter raccontare a voce alta la
propria condizione e poter così disegnare i contorni del presente, costruendo una ipotesi sul futuro. È un compito etico al quale non ci
sentiamo di rinunciare: poiché sappiamo che – mi soccorrono le parole di un grande poeta, Giacomo Noventa –
"ogni presente è il futuro di un altro." Ecco il senso vero di questo appuntamento di settembre: che non è – né potrebbe
essere – una "superinaugurazione" dell’anno accademico; non è mai
stato – né avrebbe mai potuto essere – il giorno della rituale doglianza di una
parte sociale interessata ad avanzare pretese irresponsabili; non è mai stato –
né mai diventerà – il giorno di un’assise sindacale che esprime interessi
corporativi di parte. L’Università impone una grande operazione
di trasparenza e di apertura: impone di perdere le condizioni che ne pongono in
luce gli aspetti avvizziti, e di ritrovare una misura di solare apertura alle
generazioni più giovani; impone di lasciarsi conoscere con tranquilla disponibilità
dal mondo esterno, senza infingimenti o pudori, ma
con la serena coscienza di chi conosce se stesso, i propri limiti e i propri
problemi insieme alle potenzialità e ai saldi punti di forza.

La natura di un vero dialogo

L’essenza del dialogo è la relazione
tra due o più voci. Non è stato facile spingere l’accademia, da un isolamento
beato e giudicante, a un coinvolgimento responsabile e
alla percezione di una possibile presenza attiva, evitando i rischi intrinseci
- ma quanto comodi! – del senso di superiorità congiunto alla passività. Lo
aveva ben descritto August Strindberg:
"La morale, che dovrebbe essere lo studio e la pratica dei diritti e dei
doveri, finisce per diventare lo studio dei doveri altrui verso di noi".
Sfuggire a questi rischi significa difendere una possibilità di
interpretazione e di azione dialogica, senza isterilirsi in querule
recriminazioni. E in questi momenti di crisi
riflettere sul modo di concepire la morale dovrebbe essere compito di tutti.
Per quanto ci riguarda è vero che il percorso compiuto si è rivelato
insufficiente e in tante parti ancora lacunoso. Tuttavia, molto è stato fatto
affinché le Università guardassero con occhi rinnovati alla propria realtà, per
indurle a ritrovare posizioni comuni sui grandi temi che ne segnano la vita:
per farle crescere, in qualche modo, nella consapevolezza del ruolo che esse
giocano sulle sorti e sulla dinamica dello sviluppo
del Paese. E hanno ritrovato così in questi anni l’orgoglio della proposta e della articolazione di concreti progetti di rinnovamento,
spazzando via la facile e ricorrente critica del conservatorismo silente e
renitente. Di tutto questo processo la
CRUI è punto di raccordo, zona di elaborazione
e di proposta, nella limpidezza di operato che ogni anno in queste sale
dichiariamo e che pratichiamo giorno per giorno. Le Università vogliono
rendersi protagoniste in positivo, nel segno della
ragionevolezza e del cambiamento reale. A differenza delle molte voci che
animano il dibattito – che esprimono interessi di categoria o che sono il
frutto autopoietico di legittimazioni tipografiche su
fogli di stampa – le proposte che nascono dal sistema delle Università non
derivano dall’improvvisazione del momento, ma costituiscono il risultato di
progressive sintesi che affondano le loro radici nelle
profonde ragioni d’essere delle Università stesse, e che sono affinate
nell’esperienza e nella quotidianità del nostro lavoro. Quale che sia il
giudizio di merito su tali proposte, non v’è dubbio che costituiscano parte significativa del dibattito e che ignorarle è, prima che un
gesto di imprudenza, un miope errore di calcolo politico. Perciò
sbaglia chi non vuole riconoscere a questa forma della rappresentatività
universitaria il senso dell’unione, così come sbaglia chi pratica calcoli di
convenienza o tentativi di condizionamento, a volte anche assai poco corretti
sul piano etico e politico.

Gli "idola
academiæ"

La partita più grande ed importante
da giocare è, come ho già detto, il tentativo vero di trovare un più intenso dialogo
con la società italiana, con il mondo della cultura e della comunicazione. Per
far questo bisogna avere un’idea di che cosa la società pensi di noi e del
nostro mondo. La percezione che la società italiana nutre verso la propria Università sembra a volte avvicinabile all’atteggiamento
degli abitanti della caverna nel mito platonico i quali, dal fondo di un antro,
non vedono gli altri uomini, ma ne percepiscono solo le ombre proiettate dal
fuoco e l’eco delle voci. Università e società si trovano a vivere, da parti
speculari, la stessa logica degli abitanti dell’antro: entrambe tentano un
dialogo che fallisce perché si trovano davanti, al posto della cosa, la
proiezione di un’ombra. La
Giornata dell’Università è e deve essere anche il momento nel
quale gli "idola" cadono da entrambe la
parti, in una finalmente diretta interlocuzione tra l’Università, da un lato, e
il Paese, dall’altro. E dobbiamo darcene carico: negarne l’esistenza,
ignorarli, lasciarli maturare lascia sedimentare leggende immotivate, che
finiscono per rappresentare l’ostacolo più grande a che i
processi di rinnovamento acquistino una centralità politica che, sola, ne
costituisce la garanzia di completamento. Di queste distorsioni le più
pericolose sono quelle che muovono da fatti reali e vanno a finire sotto i
riflettori del sistema mediatico, che se ne nutre e
li alimenta, tanto da portare la società a compiere l’equivalenza tra caso e
generalità: atto che, nell’accostare dati anche slegati tra loro, rischia di
offrire un’immagine molto deteriore rispetto a un
censimento svolto in condizioni di maggiore obiettività. Quindi
le Università diventerebbero il regno della disorganizzazione, abitate da
docenti reclutati attraverso procedure concorsuali poco trasparenti e
fortemente condizionate da favoritismi personali e interessi che hanno ben poco
di scientifico; non offrirebbero allo studente una formazione di qualità, poco
o troppo legata al mercato del lavoro, con una proliferazione immotivata di
corsi di studio spesso solo fantasiosi, costruiti più per i docenti che per gli
studenti; saprebbero solo chiedere risorse che non riuscirebbero ad impiegare
efficacemente; non sarebbero trasparenti né vorrebbero essere valutate;
perderebbero continuamente ottimi "cervelli", costretti ad emigrare;
non sarebbero competitive con le Università straniere, le loro produzioni
scientifiche sarebbero scarse al confronto.

Non vi è dubbio che un’Università
pensosa delle proprie sorti debba assumere su di sé l’onere anche di queste
critiche e scegliere di guardare con disincanto e con rigore al proprio
interno, cercando, innanzitutto, di dare una misura a quel ritratto.
Analizziamo, dunque, il vero stato delle Università italiane a partire da una
delle questioni più rilevanti: la didattica.

La didattica polifunzionale

Per lungo tempo, dall’affermarsi
dell’Università di massa, i due terzi degli iscritti all’Università non si
laureavano e quelli che si laureavano lo facevano con
molto ritardo. La percentuale dei laureati sulla popolazione generale è ancora
oggi fra le più basse d’Europa, anche se è aumentata del 33% negli ultimi tre
anni. La riforma dei cicli dovrebbe migliorare questa situazione, aumentando la
qualità del capitale umano del Paese, facendo accedere
al primo livello il maggior numero di giovani e al secondo, selettivamente,
quelli avviati alle specializzazioni e alla costruzione delle élite. Oggi gli immatricolati sono aumentati di oltre il
13% nonostante il calo demografico dei diciannovenni del 12%, gli abbandoni si
sono ridotti dal 70% al 35%, così come sono diminuiti fortemente gli studenti
inattivi e i tempi di laurea. Non abbiamo ancora dati sufficienti relativi al
nuovo ordinamento per valutare un eventuale più rapido e sicuro accesso dei
laureati al mondo del lavoro, cioè l’altro elemento che
avrebbe dovuto qualificare la riforma. Quest’ultimo
obiettivo, se raggiunto, dimostrerebbe che la qualità del laureato non è messa
in discussione dalla riforma. Ma, nonostante il grande
successo dei Master di primo livello, il troppo frequente proseguimento degli
studi con la laurea magistrale è reale e impone una riflessione profonda. Il
problema è duplice: da una parte, si continua a paragonare la laurea triennale
con quella tradizionale di quattro o cinque anni, ritenendo, anche dal versante
dei docenti, che l’attuale sia di serie B, evidentemente dimenticando tutto il
male che si era detto di quelle precedenti; dall’altra, ha creato una
pericolosa deriva l’aver enfatizzato, da parte del legislatore della precedente
e dell’attuale legislatura, come le lauree triennali dovessero rispondere alle
necessità del mondo del lavoro ("maggiormente spendibili sul mercato del
lavoro"), cioè, retoricamente,
dovessero essere professionalizzanti: nella riforma della riforma si è a lungo
fatto riferimento alla cosiddetta "Y" (un anno comune e poi la scelta
dello studente fra due percorsi, uno "professionalizzante", l’altro
verso la laurea magistrale) ma, leggendo bene le norme, la "Y"
fortunatamente non è affatto obbligatoria, proprio come la CRUI aveva chiesto.
Sia gli approdi legislativi che il dibattito hanno sottovalutato, a mio parere,
l’aspetto principale di ogni vera azione didattica
dell’Università oggi: che il suo obiettivo è soprattutto insegnare il metodo
per imparare lungo tutto l’arco della vita (la formazione continua, appunto,
così importante a livello europeo) e che il tempo dell’Università non è
qualcosa di episodico, cioè che comincia e finisce. Che il mutare vertiginoso
delle conoscenze e delle tecnologie rende obsoleto
qualsiasi bagaglio di nozioni e che quindi le attività lavorative tendono a
cambiare i contenuti per cui l’eccesso di specializzazione nei processi
formativi è addirittura dannoso. E non ci si è resi
conto che gli studenti, almeno i migliori, guardano alla cultura delle idee e
all’esercizio del pensiero con la nostalgia di chi non ha tempo per viverli. Preoccupa il fatto che il tasso di occupazione dei laureati
a un anno dalle lauree del vecchio ordinamento sia in calo e che le imprese
dichiarino l’intenzione di assumere pochi laureati. Sbagliava e sbaglia il sistema produttivo se chiede laureati che servono
soltanto all’oggi, a fare quello che esso sta già facendo, e non, invece,
laureati capaci di apportare valore aggiunto nel gestire situazioni complesse
con la capacità creativa che solo la cultura generale può fornire: è essenziale
comunicare con il mondo del lavoro e questo è un impegno che la CRUI ha assunto
da tempo. Nel labirinto di norme e di parametri formali nei quali il vecchio e
il nuovo regolamento ci obbligano a muoverci, un certo numero di docenti, con
sacrificio personale, ha cercato di innovare, cioè di rimodulare i contenuti dei corsi, spostando il baricentro
dall’insegnamento all’apprendimento degli studenti. In molti casi, però, il
tentativo non ha avuto successo e i contenuti dei precedenti corsi quadriennali
o quinquennali sono stati costretti a viva forza nel triennio; hanno prevalso, cioè, le discipline sugli obiettivi dei corsi di studio, con
logiche personalistiche e non collegiali come avrebbero dovuto essere, con una
eccessiva proliferazione di corsi di studio che solo oggi registra una
inversione di tendenza, a questo punto auspicata proprio dal corpo docente.

"Sapete già questa storia",
scriveva André Gide a
proposito del mito di Narciso. "Ma la diremo
ancora. Tutto è stato già raccontato, ma siccome nessuno ascolta, bisogna
ricominciare ogni volta". Così, occorre ora tornare a fare anche per
l’Università. Come dissi lo scorso anno, ripeto oggi:
ci vuole un profondo riesame dei contenuti degli insegnamenti dei corsi di
studio, una loro nuova armonizzazione, uscire dall’enfatizzazione
dell’Università professionalizzante, dare reale centralità allo studente,
rivedere, normalizzandolo, il sistema dei crediti, ripensare il modo di
insegnare e di imparare. L’occasione c’è, oggi, ed è da non perdere
giacché è possibile realizzare una riforma fatta dalle Università
nell’esercizio della loro autonomia.

Il falso feticcio del valore legale
del titolo di studio

In questo quadro, la ricorrente
affermazione secondo la quale l’abolizione del valore legale del titolo di
studio rappresenterebbe la panacea di tutti i mali del sistema superiore della formazione appare superficiale e ingannevole, specie se la
si propone legata alla privatizzazione delle strutture universitarie. Il valore
legale del titolo di studio è fondato su due pilastri: l’ordinamento didattico
nazionale, che fissa le caratteristiche generali dei corsi di studio e dei
titoli rilasciati, e l’esame di Stato, che ha la funzione di accertare -
nell’interesse pubblico generale – il possesso di determinate conoscenze e
competenze. Le lauree e i diplomi conferiti dalle Università e dagli Istituti
superiori hanno esclusivamente valore di qualifiche accademiche, salvo rare
eccezioni nell’ambito sanitario. L’abilitazione all’esercizio professionale è
conferita in seguito ad esami di Stato. Per quanto riguarda
la comparazione internazionale, la contrapposizione tra modello italiano
(valore legale) e modello anglosassone (assenza di valore legale) non ha più
ragion d’essere. Pur senza norme statali, le Università anglosassoni
hanno ormai da tempo curricula armonizzati sia nella
durata che nei contenuti, essendo obbligate ad
adottare gli standard previsti dalle società di accreditamento presenti in quei
Paesi. Questa sembra la ‘terza via’ praticabile: sì al valore legale ma introduzione
dell’accreditamento dei corsi, al quale stiamo lavorando con il Comitato
nazionale per la valutazione del sistema universitario. È una scelta coerente
con i processi di crescente autonomia didattica, con il prevalente utilizzo di
risorse pubbliche, e che garantisce gli utenti sulla qualità dell’offerta
formativa della singola Università. Nel nostro sistema, per scelta
costituzionale, la funzione universitaria, sia quella delle Università statali che
quella delle non statali, è pubblica perché è pubblico l’interesse alla cui
cura l’Università presiede: non può esservi una funzione universitaria senza un
orizzonte che coincida con la comunità, che, nel caso della comunità degli
studi, è la comunità globale.

Università come istituzione

Se si parte dal concetto che
l’Università è strutturata sulla base del carattere pubblico dell’interesse non
si possono nutrire dubbi sulla esistenza di un preciso
dovere dello Stato di alimentarne adeguatamente il sostegno. E
l’adeguatezza di tale sostegno è la misura della sensibilità pubblica verso i
temi del sapere e della conoscenza. Questa sensibilità ha due direzioni
fondamentali: da un lato, si tratta di rivolgere l’attenzione alle persone che
rappresentano le radici e i produttori della conoscenza e i terminali del suo
processo di elaborazione e trasmissione; dall’altro di
garantire a quelle persone gli strumenti per rendere possibile il loro impegno
e gratificante il loro sforzo. Sottolineare che la
spesa per il personale nell’Università è una vera e propria forma
d’investimento non è fare retorica. Perché, vedete, poi, quando nel nostro
Paese si chiede il meglio, si chiede l’esperto, è all’Università che lo si cerca: come mai allora queste persone, tanto elogiate
quando si tratta di dire verità interessanti per tutti o per fornirci forme di
miglioramento della nostra vita, debbono subire in alcuni casi, allorquando gli
idola prevalgono, l’umiliazione di essere considerati
profittatori del pubblico denaro, i parassiti ammuffiti di realtà in declino?
Inoltre, è una vera e propria falsità lasciar credere che la spesa per il
personale universitario sia elevata. I dati che recentemente sono stati
pubblicati dal Comitato per la valutazione dimostrano
che la percentuale delle spese per il personale sul totale delle uscite è, in
due terzi degli Atenei, inferiore al 61%. Questo deve essere poi messo in relazione al fatto che abbiamo un rapporto
studenti-docenti fra i più alti d’Europa e che, contrariamente a quanto alcuni
vogliono far credere, sono professori a contratto i docenti di molti
insegnamenti. Il numero dei docenti a contratto, peraltro, non può essere
dilatabile, se si considera che fra i requisiti minimi raccomandati dal
Ministero per attivare un corso di studio vi è che i docenti a contratto non
superino il 20% del totale dei docenti richiesto. I fatti concreti mostrano che
l’Università non è quel carrozzone destinato a rappresentare una risposta di
tipo keynesiano all’esigenza di occupare persone. I
privilegi veri stanno altrove! E comunque, per
correggere eventuali sfasature e più che altro per ribadire l’unità degli
intenti, i Rettori delle Università italiane hanno deliberato all’unanimità il
24 febbraio 2005 un codice di comportamento, una vera e propria autoregolamentazione,
che prevede non solo il rigoroso rispetto dei limiti di spesa per il personale,
ma anche regole che privilegiano i giovani e indicano la corretta
programmazione. Soprattutto occorre tornare a ribadire
che l’incremento della spesa per l’Università viene richiesto da coloro che già
vi operano e che, dunque, non avrebbero motivo di chiederlo: se lo fanno, se lo
fanno tanto insistentemente, è perché vogliono fare il loro lavoro meglio di
quanto sia oggi consentito. Non stiamo rivendicando privilegi o protezioni, non
stiamo proteggendo il nostro egoistico interesse. Nel
formulare le nostre richieste, guardiamo ai giovani che ci circondano e alla
loro fede nel progresso e nella capacità della cultura di creare un mondo
migliore: è per loro che continuiamo a chiedere, con fermezza e limpidità, di
voler considerare la spesa in Università una spesa di investimento
nel capitale della conoscenza.

Lo stereotipo dei concorsi

Il problema della credibilità
dei concorsi diventa uno snodo decisivo per una Università che voglia davvero
presentarsi in modo cristallino all’opinione pubblica, vista la centralità
della risorsa umana per la sua missione. Anche perché solo ridando credibilità a questo meccanismo si può smontare lo
stereotipo del concorso-truffa, nel quale interesse privato del commissario e
modesto livello intellettuale e scientifico del vincente si contrappongono alla
– presunta – credibilità indiscutibile di carriere esterne all’Università e
alla virtù assiomatica di chi ha perduto.

Si tratta di accuse
che hanno trovato, obiettivamente, la loro base in autentici episodi di
malcostume o di esasperato localismo, comportamenti che anche da qui denuncio
con durezza. Ma, anche se si tratta di episodi, la
riforma dei concorsi serve e va fatta: con rapidità e con il consenso del mondo
universitario. Dopo un lunghissimo periodo di indecisioni,
alla fine è stato varato un progetto di legge costellato da tentativi di
mediazione e da ricorrenti tentazioni dirigiste. Durante questi lunghi
tentennamenti abbiamo visto spesso mutare i contenuti
del progetto, per effetto del contributo estemporaneo di forze completamente
eterogenee tra loro, scarsamente pensose delle sorti dell’Università, ma
interessate a introdurre sanatorie a buon mercato. Abbiamo, infine, assistito
alla collazione di un testo di legge che, nello spazio di stanchi pomeriggi
parlamentari, si è guarnito di emendamenti che ne
costituivano altrettante contraddizioni in adiecto.
Così facendo non solo non si risolvono i problemi dell’Università, ma si
umiliano le stesse funzioni democratiche e parlamentari, azzerando il grande valore etico della politica in un momento in cui
essa, per l’appunto, avrebbe bisogno di trovare un nuovo respiro. La riforma
punta al ritorno dell’idoneità nazionale: anche se il consenso che questa
riceve oggi è paragonabile al dissenso per il quale fu abbandonata (ritardi,
accordi penalizzanti per i migliori, nepotismo, ed
altro ancora), è una decisione non più discutibile. Ma, detto questo, i Rettori
considerano necessario definire una modalità condivisa sulla formazione delle
commissioni e sulla adozione di regole più severe di
trasparenza. In realtà,se si volesse dare una risposta
decisiva a questo problema, si imposterebbe un nuovo corso intorno a due parole
fondamentali: fiducia nei protagonisti e responsabilità delle scelte.
Soprattutto, credo nella responsabilizzazione degli
Atenei nelle scelte, dalla quale discendano i risultati e derivino, attraverso
la valutazione, conseguenze positive o negative per essi e quindi per le
Facoltà e i Dipartimenti che li compongono. Sarebbe davvero ora di allinearci
ad altri Paesi europei, con i quali vogliamo e dobbiamo competere, in cui le
Università decidono e vengono valutate per quello che
riescono a fare. Nessuno, allora, potrebbe permettersi di non premiare i
migliori, sia nel reclutamento sia nelle progressioni di carriera, fra loro
opportunamente distinti. Sono tratti di una proposta che completerò più avanti.

Il nodo centrale del reclutamento

In questi anni di travagliata
transizione, nei nostri studi, nei laboratori e nelle biblioteche abbiamo
trasmesso idee, cultura e voglia di immaginare a tanti nostri giovani. Per
premiare i migliori si riparte da qui: riannodando il rapporto con quelle
intelligenze più vive che noi stessi abbiamo formato.
Esse sono davvero il nostro futuro, il presente di chi verrà dopo. Oggi noi
abbiamo una innovativa Carta europea dei diritti e dei
doveri dei ricercatori. Essa definisce il ricercatore come figura professionale
coinvolta nella creazione di nuove conoscenze, prodotti, processi, metodi e
sistemi, e nella gestione dei progetti, siano questi di ricerca di base,
strategica, applicata, e di trasferimento della conoscenza: la definizione
abbraccia quindi tutte le figure che già operano nella ricerca all’interno
delle Università e degli Enti di ricerca italiani, comprese
quelle a tempo determinato. La
Carta definisce la necessità di procedure trasparenti di
reclutamento; riconosce il ricercatore come parte integrante della
Istituzione in cui lavora, prevedendo adeguate possibilità di carriera e
tutele sociali; ritiene opportuno l’impegno del ricercatore nell’insegnamento;
auspica la sua partecipazione alle decisioni delle Istituzioni cui appartiene;
lo responsabilizza nella gestione della ricerca; sottolinea l’importanza di
limitare a periodi di breve durata gli incarichi successivi al conseguimento
del Dottorato di ricerca, prima della stabilizzazione nel ruolo. Vi sono attualmente nell’Università, con contratti a tempo
determinato di molte tipologie, oltre 50.000 giovani, il cui apporto alla
ricerca, al tutoraggio, alla didattica integrativa è
spesso essenziale. Sono evidenti, non solo rispetto al panorama europeo, ma
anche rispetto a questi 50.000 giovani, le contraddizioni che permangono nel progetto
di riforma dello stato giuridico: si prevedono ampliamenti di
idoneità e riserve di posti per i quali non ci sono risorse e si esclude
che ne vengano stanziate. Il disegno avrebbe dovuto invece offrire ai giovani
una possibilità reale di emergere dalla selezione per adire a ruoli stabili ed
essere poi valutati in modo continuativo. E’ opportuno, infatti, sfatare un
altro mito: un recente studio statunitense ha dimostrato che non esistono
differenze di produttività scientifica fra personale di ruolo e personale assunto a tempo determinato.

Il tema del reclutamento è connesso
con quello che riguarda il giusto riconoscimento da dare agli attuali
Ricercatori, da anni impegnati nell’attività di docenza, oltre che di ricerca.
È la loro attività di docenza a consentire lo svolgimento di molti corsi di
studio. La formula che prevede di conferire loro un titolo solo onorifico di
professore, al posto di un ruolo chiaro e definito, ha portato a un moto di insoddisfazione generale: non solo i Rettori,
ma anche il CUN, le Conferenze dei Presidi di Facoltà, gli organi accademici di
64 Università e gli stessi Ricercatori si sono espressi in maniera contraria.
Una soluzione lineare avrebbe potuto consentire di scindere, finalmente, il
reclutamento dalle progressioni di carriera e di predisporre un
vero progetto giovani che da tempo invochiamo: un progetto cioè capace
di destinare risorse statali specifiche per il reclutamento dei giovani,
recuperandole sul turnover degli anni a venire. La riforma è a costo zero per
il bilancio dello Stato, come oramai avviene ogniqualvolta si mette mano a
progetti per l’Università: si arriverebbe addirittura all’assurdo di prevedere,
in alcuni emendamenti, impegni di risorse obbligati per gli Atenei (risorse
che, fra l’altro, non ci sono). Un bel modo di rispettare
l’autonomia universitaria.

Un’Università che sa sempre più autofinanziarsi

Probabilmente questo modo di
concepire i finanziamenti può essere, oltre che una comoda via, anche il
portato di un’altra fra le ombre che si agitano sulla parete della caverna: il
fatto che si sia lasciato per troppo tempo attecchire la leggenda che le
Università vivano esclusivamente a spese dello Stato. Il contributo dello Stato
e degli Enti locali alle Università è una percentuale delle entrate inferiore
al 65% in ben 30 Università. Il resto sono
contribuzioni private, mentre quella studentesca è uguale o inferiore al 10%
nella maggioranza dei casi. Esiste, nel panorama del nostro sistema pubblico,
un comparto che abbia la capacità di drenare tante
risorse dal privato e abbia la forza di cooperare così intensamente con forze
produttive e con realtà economiche? Teniamo conto che, a parte la detassazione delle donazioni dei privati (lodevolmente
introdotta con il c.d. provvedimento sulla competitività), non esiste in Italia
un sistema di incentivi alle imprese per l’impiego di
risorse nella ricerca universitaria che sia anche

lontanamente paragonabile a quello che agisce
positivamente sul sistema universitario statunitense, così spesso invocato come
esempio da imitare per i nostri Atenei.

Perché fuggono i
"cervelli"

Uno degli effetti della barriera
frapposta in questi decenni all’ingresso dei giovani ricercatori è che molti
fra i migliori "cervelli" devono necessariamente scegliere la via
dell’emigrazione di lusso per poter raccogliere fuori dai
confini nazionali quelle soddisfazioni e quei riconoscimenti che qui non
potrebbero aspirare ad avere. E non abbiamo una equivalente
importazione. Il fenomeno esiste, c’è sempre stato: abbiamo avuto e abbiamo all’estero straordinari esponenti della cultura italiana in
molti settori, ambasciatori che tutto il mondo ci ha invidiato e ci invidia.
Farli tornare non è facile, poiché ciò non dipende solo dalla volontà
soggettiva delle Università, ma anche dal fatto che la competitività
internazionale nel mondo della ricerca crea una situazione in cui, con i nostri
scarsi mezzi, siamo poco incisivi. I danni della "fuga dei cervelli"
per le stesse Università sono considerevoli da tutti i punti di vista, in un
momento in cui l’Italia avrebbe per di più bisogno del massimo apporto da parte
delle sue intelligenze più creative. Il fenomeno va combattuto con decisione:
le Università – anche con provvedimenti specifici – devono essere in prima fila
per cambiarlo. Come ho già detto a proposito dei concorsi, il merito deve
essere sempre e comunque premiato. E
occorre trovare per chi viene o ritorna e merita un adeguato stabile
inserimento. Tutto questo non si corregge con questo o quell’altro
provvedimento, o con logiche emergenziali che – se servono nell’immediato –
finiscono necessariamente per avere il fiato corto. Una vera politica del
"rientro dei cervelli" è frutto di un impegno di sistema. Ed è
proprio questo quello che manca all’Università: quello
che da anni i Rettori invocano e che viene costantemente eluso. È bene, comunque, non ignorare i dati. Da quando esistono le norme e
un po’ di risorse dedicate (cioè dalla fine della
precedente legislatura, e, da quest’anno, con un
ulteriore incremento dello stanziamento sul fondo di finanziamento ordinario
delle Università) sono rientrati o venuti in Italia, a lavorare in dipartimenti
universitari, 416 studiosi (su un totale di 1055 domande presentate), di cui il
70% italiani e il 30% stranieri.

Università, alla ricerca della
ricerca

È difficile intravedere, oltre il
fumo del qualunquismo e la cortina di visioni generiche o propagandistiche, ciò
che di veramente unico e importante si produce nei laboratori universitari e
nelle biblioteche. È una dimensione silenziosa, ma essenziale
e vitale. È facile pensare che in Italia si faccia poca ricerca. Facciamo
pulizia: allontaniamo la nebbia degli immaginari e guardiamo lo stato vero di
una delle funzioni esistenziali dell’Università.
Abbiamo un basso numero di ricercatori, corrispondente alla metà della media
europea e a un terzo degli Stati Uniti. I nostri
ricercatori sono i meno pagati d’Europa ed anche quelli con l’età media fra le più alte. Per ogni ricercatore, così come per
l’altro personale di ruolo o a contratto, l’Università paga per l’Irap l’8,50%
sullo stipendio lordo, mentre le Imprese pagano – certo anch’esse assurdamente
– il 4,25% su un imponibile costituito dal ricavo meno il costo per la ricerca.
Ciò nonostante, la nostra produzione scientifica è in linea con la media
europea, sia per pubblicazioni che per brevettazione,
quando la si valuti a parità di numero di ricercatori.
In uno studio sulla produzione scientifica dei migliori scienziati italiani,
con affiliazione italiana, confrontata con quella dei
migliori scienziati del mondo sulla base dell’indice di citazione delle
pubblicazioni, il nostro peso si attesta come media intorno al 15%, superiore
alla media mondiale, e arriva fino al 30% in alcune aree scientifiche: non è
davvero poco! La forza della ricerca sta fuori del clamore, al
di là delle modernizzazioni fasulle e delle tentazioni manageriali. Per
i Rettori questo rapporto è essenziale e dovrebbe
rappresentare l’anima più profonda dell’Università, inseparabile dalla stessa
attività didattica. Si può essere Università separando a forza questi due
gemelli? Si possono far nascere e chiamare Università entità private che
erogano formazione senza fare ricerca? La risposta non può essere che un fermo no. Il rilancio della ricerca deve
passare dall’attivazione di una ampia collaborazione fra Università, Enti di
ricerca, Aziende, Sistema del credito e correlate Fondazioni. Questa idea è per
fortuna centrale nel Programma Nazionale della Ricerca, che proprio per questo la CRUI 14 apprezza e sul quale
ha espresso una sostanziale condivisione delle linee generali e della impostazione politico-programmatica, anche se
individua carenze nella quantificazione delle risorse da destinare ai
programmi. Anche l’adesione, dopo alcune incertezze, alle iniziative europee di
supporto alla ricerca di base, tra le quali l’European
Research Council, nel cui
board siedono ora due Rappresentati della Comunità
scientifica nazionale, è da giudicare positivamente. Se davvero si vuol dare valore a questo documento, sarebbe opportuno che
le azioni conseguenti si integrassero con le altre iniziative che si vanno
concretizzando su questi aspetti, in particolare con il Disegno di legge sulla
competitività. Questo coordinamento deve riguardare sia la direzione che le
modalità di investimento e il ruolo che, in questo
contesto, possono svolgere le Università come soggetti attivi nella
formulazione di progetti e come soggetti di riferimento nelle procedure di
valutazione e accreditamento. Così come sembra necessario mettere in atto
efficaci sistemi di valutazione dell’effettivo avvio e sviluppo dei distretti
tecnologici. Il Ministro ha annunciato di voler procedere ad una revisione annuale del Documento. Sarebbe bene che le
Università, magari attraverso la partecipazione della stessa CRUI, potessero essere
parte attiva in questa revisione: noi tutti siamo
d’accordo sul fatto che, a partire dall’indissolubile intreccio tra ricerca di
base ed applicazioni della ricerca, sarebbe opportuno che il Piano Nazionale
per la Ricerca
diventasse il Programma Nazionale per la Ricerca, l’Innovazione e la Competitività. C’è
tuttavia una limitazione di fondo, che anche in questo
caso trova espressione nella miope filosofia per cui studio e ricerca non
devono costare, come fossero sprechi. Ecco quindi che, rispetto a quanto
previsto nelle Linee guida del 2002, il totale degli investimenti in ricerca è
sensibilmente minore: sembra diventato facile, in questo Paese, proporre i
piani senza preoccuparsi di trovare i fondi. Se la
mancanza di finanziamenti produce evidenti disagi, la recente involuzione delle
regole di certe procedure ci preoccupa ancora di più. Anche perché, se la
mancanza di fondi può essere messa in conto a particolari congiunture
economiche, la revisione delle regole è solo questione
di scelta etica e politica.

Un esempio per tutti. Le regole per
il finanziamento dei Progetti di ricerca di interesse
nazionale rispondevano all’esigenza di rendere il processo decisionale
oggettivo (o quantomeno più oggettivo) e verificabile nella formazione del
giudizio che rendeva possibile l’accesso ai fondi pubblici, sempre più
difficile e sempre più ambito. Avevamo segnalato come incoraggiante, nel
settembre scorso, questo contributo di trasparenza. Poi, senza alcuna
spiegazione, le procedure sono mutate: il compito dei garanti e quindi la loro
responsabilità sono stati limitati: essi di fatto sono
utilizzati solo per redigere una sorta di catalogazione dei progetti, mentre
due revisori per un minimo di dieci progetti, connessi tra loro secondo un
algoritmo ignoto (che potrebbe non escludere sovrapposizioni di parole chiave e
ingiuste conclusioni) dovrebbero essere decisi d’ufficio con l’aiuto del CINECA
per poi raggiungere un accordo sul giudizio. Ci sembra che si tratti di un vero
e proprio arretramento.

Ricerca e innovazione

Nel proporre il passaggio e
l’allargamento dal Piano Nazionale per la Ricerca al Programma Nazionale per la
Ricerca, l’Innovazione e la Competitività dobbiamo
comunque stare attenti a non far propria l’endiadi ricerca e innovazione: con
l’equivalenza semantica utilizzata nel gergo giornalistico e nel linguaggio
della politica. La proposta e questo richiamo non sono
in contraddizione. In verità, il contributo pubblico in ricerca deve essere
distinto dalla spesa in innovazione. La distinzione dei due piani deve essere
rigorosa se non si vuole finanziare sotto l’etichetta di "spese per
ricerca e sviluppo" spese che, in realtà, hanno una mera funzione di aggiornamento dell’apparato produttivo. Il contributo in
innovazione può essere episodico ed occasionale, incoerente, per area e per
misura, al contrario del contributo per la ricerca, che deve essere continuo.
La spesa in ricerca ha risultati naturalmente incerti e di imprevedibile
maturazione: nessuno è in grado di dire oggi se la ricerca che coinvolge alcuni
fra i migliori matematici per risolvere il problema di Riemann
sui numeri primi sarà foriera di applicazioni socialmente o economicamente
rilevanti; ma applicazioni inattese si sono già verificate dal momento che le
proprietà dei numeri primi sono oggi usate per la crittografia delle carte di
credito.

L’investimento in ricerca si deve
completare con una politica di trasferimento e valorizzazione,
che consenta alla conoscenza di far rifluire un valore aggiunto. Negli ultimi
anni si sono sviluppate da parte delle Università diverse iniziative
specifiche, dagli spin off (alcune centinaia,
sostenuti dalle Università, e un centinaio sono le start up, nate da prodotti
di ricerca di Ateneo e controllate dagli inventori)
alla valorizzazione della ricerca locale, che pongono in evidenza la nuova
tensione del sistema delle autonomie universitarie verso lo sviluppo del Paese.
L’innovazione è il risultato di un sistema di relazioni che parte dalla ricerca
scientifica fondamentale e – attraverso una complessa interazione della
comunità scientifica internazionale – diviene una nuova base di conoscenza
diffusa da cui far sviluppare ricadute produttive anche in comparti fra loro
diversi; per usare la recente terminologia comunitaria: una nuova
"piattaforma tecnologica". Una tale complessa interazione si
sostanzia sempre più in ambiti territoriali in cui si uniscono Istituzioni
universitarie di rilievo, contesti industriali
dinamici, organizzazioni finanziarie attente. Un’analisi della nuova geografia
dello sviluppo illustra infatti come nel mondo si
stiano ridefinendo poli di crescita centrati su sistemi universitari non solo
capaci di formare risorse umane adeguate ai nuovi bisogni sociali, ma anche di
generare nuove basi industriali, strettamente legate alla ricerca di base. Non
è più solo il caso di Silicon Valley
o di Boston, ma anche di Stoccolma, di Israele, ed ora
anche di Taipei e Bangalore.
Questo nuovo modello di rapporto dovrebbe poggiare anche su una maggiore
capacità, da parte del settore privato, di usufruire dell’importante ruolo che
ha assunto il Dottorato di Ricerca nel nostro Paese: i giovani che escono con
questo titolo, in quantità in costante, sensibile aumento, hanno competenze
molto utili per il sistema delle imprese oltre che per l’Università. Il cambiamento
che le Università hanno operato in questo ciclo di studi (il terzo ciclo dello schema europeo) è purtroppo ancora troppo spesso
ignorato e non valorizzato. Gli Atenei hanno dimostrato di credere nel
Dottorato di ricerca, vi hanno impegnato risorse significative,
lo hanno rivisto architettonicamente, hanno riunito
in Scuole Dottorati affini, anche in virtù di una decisa spinta in questa
direzione del Ministro e del CNVSU, 17 hanno imposto regole organizzative per
troppo tempo neglette. Hanno, in sostanza, dimostrato di credere nel Dottorato
come perfetta sintesi di formazione e ricerca, in funzione della ricerca, a sua volta cardine della formazione. Come ha
dimostrato un recente convegno promosso dall’Accademia Nazionale dei Lincei, l’esperienza internazionale dimostra che la nuova
industria è sempre più legata alla ricerca di base; lo straordinario caso
dell’industria biotecnologica dimostra come la
rigenerazione dell’industria americana sia avvenuta a seguito degli sviluppi
connessi con la grande ricerca sul genoma,
fortemente sostenuta da ingenti fondi federali e tutelata da norme sui diritti
di proprietà che ponevano le stesse Università in condizione di stimolare nuova
impresa. L’incrocio innovazione-territorio è del resto la chiave di tutta la
nuova impostazione di politica industriale della Unione
Europea, che pone proprio l’accento sulla necessità di creare una nuova società
della conoscenza a partire da una forte accelerazione delle capacità di
tradurre la ricerca in innovazione, ma nel contempo di diffonderne i risultati
sul territorio, anche attraverso una nuova alleanza fra autonomie universitarie
e autonomie regionali. In questo contesto competitivo
l’Italia si presenta con notevoli limiti congiunturali e strutturali. Il
Documento di programmazione economica finanziaria, che preannuncia la Legge Finanziaria,
presenta un Paese la cui crescita è sostanzialmente ferma, con un profilo
industriale in difesa, che riesce solo con grande
fatica a sostenere la nuova concorrenza internazionale. E quindi la questione dei rapporti tra Università e Impresa non è solo
una questione interna alle Università, ma deve diventare il perno di una nuova
visione dello sviluppo del Paese. Ma nel Documento di
Programmazione economico-finanziaria neanche una parola sull’Università:
neanche una parola, anzi, neanche la parola!

Diversi tra gli uomini, non contro
gli uomini

Se guardiamo al pianeta, ben oltre le
vicinanze di casa nostra, il tempo presente è gravido di stupefacenti
contraddizioni. Ha ampliato al massimo la cultura dei diritti umani e assiste,
impotente, al ripetersi di eccidi e alla barbarie del
terrorismo, che violentano la coscienza e i corpi dell’uomo. Ha promosso la globalizzazione del pianeta fino a farne un unico villaggio
e avverte crescere la estraniazione delle persone, non
solo rispetto ad una società comune, ma persino da se stesse. Ha puntato sulla globalizzazione dell’economia per accrescere lo sviluppo e
assiste a un aumento della povertà presso intere
popolazioni, quando non ad un degrado di civiltà. Intende costruire un mercato
unico delle merci e dei servizi e diminuisce invece e sperpera risorse
ecologiche e naturali, indispensabili per la vita dell’uomo. Muove verso forme
istituzionali e politiche sempre più sovranazionali e
aumentano per contro le resistenze dei cittadini verso tali appartenenze, con
un riflusso verso le piccole patrie, segno sovente di un respiro e di orizzonti culturali ristretti, quando non del
perseguimento di soli interessi economici localistici
o individuali. Propugna la cultura dello sviluppo e della pace, mentre
continuano le guerre e divampano nuovi focolai di conflitti potenziali. Il
terrorismo dilania, con la sua ferocia ormai quasi quotidiana, non solo i
corpi, ma le coscienze. Sempre più spesso, e a dispetto dello sviluppo della
civiltà, si nega agli uomini il diritto di essere
tali, preferendo piuttosto imprigionarli dentro identità che bruciano e
distruggono la persona che vi è rinchiusa: musulmano, occidentale, cristiano, sunnita, sciita, talebano, americano…
Gli uomini vanno sparendo, sostituiti dalle loro maschere: e con loro vanno
sparendo anche i diritti che, soli, hanno il potere di renderli tali. Come
ieri, ancora più che rispetto al passato, la risposta di civiltà sta nella
cultura. Se davvero il mondo vuole darsi un futuro credibile, se l’Europa –
come ricordava il nostro Presidente della Repubblica in occasione della visita
al Parlamento europeo nel giugno di questo anno –
vuole farsi un affidabile "spazio privilegiato della speranza umana",
devono di nuovo attingere dal loro cuore antico i valori, i progetti, le
realizzazioni che costituiscono il patrimonio basilare e irrinunciabile
dell’umanità. Vogliamo e dobbiamo sentirci diversi tra gli uomini, non contro
gli uomini.

Il respiro europeo delle Università
italiane

Il tempo di una nuova politica,
quella della cultura, preme dunque alle porte. Come abbiamo affermato
all’indomani degli ultimi, terribili atti di terrorismo, è nostra profonda
convinzione che la formazione e la ricerca possano svolgere un ruolo
fondamentale per la costruzione di una società ispirata a valori universali di
pace e tolleranza, nel rispetto di ogni diversità
culturale, etnica e religiosa. Siamo profondamente convinti che solo la
politica della cultura riesca a colmare gli spazi vuoti creati dalla mancanza
di risposte dell’imperio dell’economia transnazionale
e dal punto morto della diplomazia come politica della mediazione. È con questo
spirito che le Università italiane hanno il compito di contribuire alla
definitiva costruzione dell’Europa e della società europea della conoscenza, come è già accaduto per la realizzazione dello Spazio
Europeo della formazione superiore e del complementare Spazio Europeo della
ricerca. L’Europa della conoscenza può così diventare per davvero l’Europa
della pace. Le Università italiane si candidano ad esserne il motore
principale. Anche per questo ci battiamo per un’Europa
delle Università e vogliamo europei i nostri Atenei. Per questo abbiamo
condiviso la
Dichiarazione di Glasgow (aprile 2005) della
European University Association,
che ha reclamato "grandi Università per una grande Europa" . L’internazionalizzazione dei nostri Atenei è passata in questi
anni attraverso le esperienze di mobilità dei nostri studenti e dei giovani
ricercatori. Nella partecipazione ai programmi europei di Erasmus Mundus, che prevedono la
formazione internazionale dei Dottori di ricerca, l’Italia è il terzo Paese
europeo per successo nella partecipazione, il secondo per progetti coordinati.
A Camerino le Università italiane, riunite il 7 luglio scorso, hanno
solennemente sottoscritto per prime l’Atto di adesione
alla Carta europea dei diritti e dei doveri dei ricercatori, che prelude alla
definizione di un loro statuto nello Spazio europeo della ricerca. Con ragione
mirata e con una precisa scelta, insieme politica e culturale, gli Atenei
italiani hanno specialmente guardato all’America Latina e Caraibica, all’Est asiatico e al Centro Europa e, guidati
dalla CRUI e in collaborazione con Confindustria,
hanno inteso, con il progetto Marco Polo, espandere le relazioni tra
Italia e Cina, attraendo in Italia studenti e ricercatori, stabilendo
interazioni con il nostro sistema industriale, e stimolando anche la crescita
dei diritti umani in quel Paese. Si è creata una sinergia fra le azioni della
CRUI e quelle promosse dal nostro Ministero.

La Repubblica e l’Università di tutti

Siamo a un
tornante delicato della vita nazionale. Nei prossimi mesi le forze politiche
saranno chiamate a misurarsi sulle più importanti questioni che riguardano la
nostra vita democratica, dalle scelte economiche alla ripresa della discussione
parlamentare, e questo riguarderà anche l’intreccio delle questioni che
coinvolgono la vita e l’esistenza delle Università. In questo frangente ribadisco che un ruolo indispensabile va giocato dallo
Stato, che deve fornire sicurezza agli Atenei sulle risorse con piani
pluriennali, che allineino finalmente i fondi pubblici per la nostra Università
alla media europea dei finanziamenti per la formazione superiore. Siamo ancora
lontani da tale traguardo, anche se si è avuto, grazie all’impegno del
Ministro, un segnale di attenzione nella Finanziaria
2005, peraltro pressoché completamente assorbito dagli adeguamenti stipendiali
decisi dallo Stato ma sostenuti dai bilanci universitari; e i fondi per
l’edilizia universitaria non sono più stati incrementati dopo il taglio di
oltre il 40% subito nel 2002. Il problema delle risorse esiste naturalmente
anche per le Università non statali: è almeno indispensabile che la loro
autonomia sia tale da consentirne il reperimento da fonti private, e senza che,
ad esempio, un servizio pubblico come il diritto allo studio venga
fatto gravare su tali risorse private, come avviene oggi. E, quindi, mentre
chiediamo a docenti e studenti di sentirsi ed essere membri di una comunità
educante, con le enormi responsabilità che l’etica della cultura e della
conoscenza impone, chiediamo allo Stato di credere nell’Università, di
pretendere risposte di qualità, ma anche di impiegarvi una adeguata
quantità di risorse. Il primo punto del "patto per il rilancio
dell’Università delle autonomie" firmato all’Accademia dei Lincei dal Ministro Moratti e da
me il 22 giugno 2004 recita: "il sistema
universitario è un servizio pubblico, che opera nell’interesse nazionale e
delle comunità articolate sul territorio e sviluppa forme di integrazione,
secondo il principio di sussidiarietà, con le
autonome iniziative di Imprese e Privati. L’Università è la sede della
formazione e della trasmissione critica dei saperi, e coniuga in modo organico,
al suo interno, ricerca e didattica, garantendone la completa libertà. È
assicurato a tutti i cittadini l’accesso al servizio
universitario, con garanzia di adeguati sostegni ai meritevoli privi di mezzi.
Si provvederà altresì alla realizzazione di adeguati
sostegni alla mobilità degli studenti." Siamo sicuri che questi principi
abbiano indotto azioni coerenti e concrete? Dovranno farlo. È inaccettabile che
il nostro sistema offra posti letto per il 2% degli
studenti fuori sede, se la
Francia e la
Germania ne offrono dal 7% al 10% e la Danimarca e la Svezia il 20%; è
inaccettabile che solo il 70% degli studenti meritevoli e bisognosi godano di
una borsa di studio, peraltro di entità assai modesta; è incredibile che in queste
condizioni si pensi di risolvere (avendo fra l’altro deboli cognizioni
finanziarie) il problema delle risorse per le Università inducendole ad
aumentare le tasse (le "rette", come ancora sento dire) degli
studenti. E si condanna il fatto che gli studenti
cerchino l’Università sotto casa: ma la mobilità richiede un sistema di
accoglienza per gli studenti fuori sede, un circolo virtuoso fra Enti (le
Regioni soprattutto, ma anche i Comuni) e Università per aiutare soggetti
indubbiamente svantaggiati.

Una proposta organica

Dichiarare lo stato delle cose non
può portare a dire che la CRUI fa parte, anzi è alla guida del
"partito" dei no alle riforme. È esattamente l’opposto. La democrazia
è discussione, è ragionare insieme, ma per preservare l’onestà del ragionamento
deve essere rispettata la verità dei fatti. Da tempo noi Rettori sottolineiamo la necessità di una riforma organica e
complessiva, fondata su un chiaro disegno strategico, che parta dalla ridefinizione del ruolo dell’Università nella società di
oggi e di domani, rendendo consapevoli e partecipi le comunità universitarie.
Il sistema universitario ha bisogno di unità, di
condivisione della propria missione, di scelte politiche e gestionali, di
responsabilità nel proporsi obiettivi e raggiungerli, sottoponendosi alla
valutazione dei risultati. Ha bisogno cioè di
rinnovare, con maggiore consapevolezza e decisione, alcune delle fruttuose
sperimentazioni degli anni a cavallo fra il 1993 e il 2000, fondate su
un’autonomia tenacemente perseguita e affermata, ma, naturalmente, non ancora
assorbita nei suoi contenuti più profondi: ad esempio, incapace di far
penetrare nelle comunità universitarie la cultura della valutazione legata alla
responsabilità delle scelte e di attuare un reale coordinamento regionale degli
Atenei, oggi colpevolmente esautorato o ignorato da alcune decisioni
ministeriali, e invece essenziale per una organica programmazione; ed altro
ancora. Non ci fu adeguata partecipazione dei membri della comunità accademica,
per conservatorismo o non convinzione, per comportamenti talora eticamente inaccettabili, per eccesso di potere delle
rappresentanze a scapito della responsabilità
decisionale negli Organi di governo; ma è stata anche grave colpa dei Governi,
che non hanno saputo guidare strategicamente il cambiamento, fornendo risorse
adeguate e pretendendo risultati.

Uno statuto della libertà degli
Atenei

Perché l’Università cambi è decisivo riordinare le normative che ne regolano la vita. Non più la lettura riduttiva delle garanzie dettate dalla
Costituzione per l’autonomia universitaria, né il ricorso alle circolari, prive
di fondamento normativo, ma che tendono a riportare le responsabilità negli
apparati ministeriali, con evidente danno per la trasparenza della
responsabilità politica; no, naturalmente a qualsiasi ritorno alla
contrattazione separata dei singoli Atenei con il Ministero. La ragione
più profonda per riordinare queste norme scaturisce dall’esigenza di assestamento e di lucida articolazione delle fonti,
cresciute in modo alluvionale e caotico. Occorrerebbe mettere mano ad un testo
unico che rappresenti non solo un consolidamento normativo, ma che
dichiaratamente ambisca ad essere innanzitutto un vero
e proprio statuto dell’Università: un testo di principi e di clausole generali
che, al di là della disciplina di aspetti più minuti, metta in chiaro quale è
il volto dell’Università con il quale il nostro Paese si presenta
all’appuntamento con il terzo millennio. Vorremmo vedere realizzata una
codificazione di garanzia, che detti le norme che reggono le fondamenta
dell’Università in regime di autonomia. Una sorta di
tutela del significato, della missione e del nome dell’Università, così da
scongiurare il proliferare di entità che sono altro
dall’Università e che Università vogliono definirsi e vengono ufficialmente
definite. Ben inteso, le Università non statali sono una ricchezza in una
società democratica, per la necessaria espressione di pluralismo e per la
naturale loro tendenza all’esercizio di una autonomia
garantita anche dalle norme, che sia piena e che consenta la tradizionale
sperimentazione. La tutela della loro missione come Università di ricerca e di insegnamento è quindi convergente con quella delle
Università statali, entrambi parte del sistema universitario pubblico.

Il grande
passo della valutazione

Se è vero, come è
vero, che è stata praticamente sconfitta ogni forma di residua autoreferenzialità delle Università, esse sono chiamate ora
a rispondere alla società, sia per la loro funzione di servizio che per quella
di guida, formando quei giovani che dovranno essere protagonisti della società
dell’immediato domani, in tutti i settori in cui l’intelletto esercita la sua
prevalenza, dalle tecnologie innovative alla buona amministrazione, dalle arti
e le scienze all’insegnamento e alla professione del ricercatore. La prima
responsabilità dell’Università nei confronti del Paese pone questioni di
carattere sociale, di relazione, di recepimento della
domanda proveniente dalla società e del suo soddisfacimento. In
base a tale responsabilità il sistema universitario è chiamato a
garantire qualità e trasparenza alla propria offerta, in ogni suo ambito: dalla
didattica alla ricerca, ai servizi e alla gestione amministrativa. Infatti,
l’introduzione dei sistemi di valutazione, di certificazione della qualità e di accreditamento costituisce il necessario e naturale
complemento e bilanciamento dell’autonomia. I sistemi di valutazione nei
rapporti fra organi centrali e singole Università, se da una parte sembrano
configurarsi come erosione dell’autonomia, sono dall’altra parte una forte
induzione alla responsabilità; all’interno delle Università, essi sono
strumenti per affermare l’autorità responsabile degli organi di governo.
Naturalmente, nell’uno e nell’altro contesto, la valutazione
si confronta con le dinamiche di gestione. Si confronta anche con il suo
oggetto particolare, le funzioni intellettuali dell’Università, le quali si
plasmano con la trasmissione di idee originali che
sconfinano nella cultura dello spirito. I servizi sono strumentali ad esse. Ed è qui che l’intreccio fra insegnamento e ricerca rende arbitraria ogni semplificante scomposizione.

La Conferenza dei Rettori ha lavorato da anni per diffondere negli Atenei
la cultura della valutazione dei corsi di studio e della
ricerca, con sperimentazioni concrete e trasparenti. Gli obiettivi sono quelli
di sostenere la creatività e l’innovazione in un contesto
caratterizzato dalla diversità, di rafforzare il legame fra insegnamento e
ricerca, di assicurare agli studenti il successo nell’apprendimento; di
promuovere il dialogo con la società mantenendo proiettata nel lungo periodo
una visione strategica, di favorire l’internazionalizzazione dell’insegnamento
e della ricerca attraverso il confronto; di indurre gli organi decisionali a
trovare l’ideale bilanciamento fra centralizzazione e decentralizzazione
(Senato e Consiglio di Amministrazione
da un lato, Facoltà e Dipartimenti dall’altro) e a coinvolgere nelle
responsabilità tutti i membri delle comunità accademiche (dai docenti al
personale tecnico-amministrativo agli studenti: questi ultimi come attori della
qualità negli stessi Organi centrali e periferici); di introdurre una corretta
partecipazione al governo degli Atenei dei portatori di interesse nella
società, attingendo da loro ricchezza nelle strategie, ma tenendo presenti i
loro possibili limiti prospettici in termini economici e le non improbabili
difficoltà di interazione fra Università e membri di una società che è descolarizzata rispetto ad altri Paesi europei, almeno nei
termini richiesti da una economia della conoscenza; di modificare i rapporti
fra rappresentatività e responsabilità negli Organi di governo, accrescendone
l’efficienza senza sacrificare la democrazia, l’interesse pubblico, la
trasparenza, l’equità sociale, l’equilibrio fra le discipline, che sono
caratteri positivi, tradizionali dell’Università. La cultura della qualità
interna non può, come nessun’altra attitudine, essere
imposta: essa deve essere condivisa nei suoi obiettivi e nei suoi processi per
rendere le attività di pubblica utilità e non invece
farle essere espressione di libertà individuali. La qualità riconosciuta è un
potenziamento dell’autonomia, tanto più quando il
riconoscimento è a livello internazionale, ed è più di un semplice accreditamento,
che ha ambiti più ristretti. Su questa base, ed è questa
base che abbiamo reso solida negli ultimi anni, si colloca la valutazione
esterna, che abbiamo chiesto di affidare – come il Ministro Moratti
e il Parlamento sembrano pronti a fare – ad un Organismo indipendente dal
Ministero e dalle Università. Infatti, pur riconoscendo e non volendo
disperdere il grande lavoro svolto prima dall’Osservatorio
nazionale sul sistema universitario e poi dal Comitato nazionale per la
valutazione e dal Comitato per la valutazione della ricerca, vogliamo
finalmente realizzare un modello assimilabile a quelli in uso da tempo in altri
Paesi. La valutazione esterna promuove il processo della qualità all’interno
degli Atenei inducendo comportamenti virtuosi degli Organi di governo e di
tutti i membri delle comunità accademiche. Si apre e via via
si consoliderà un processo di responsabilizzazione
individuale e collettiva, di sana competizione fra gli Atenei, tutti
interessati ad avere i migliori docenti, i migliori studenti, i migliori
servizi; ci vorrà un po’ di tempo, ma arriveremo alla piena autonomia
decisionale degli Atenei nel reclutamento dei giovani, negli avanzamenti di
carriera dei docenti, automaticamente sottoposti alla valutazione delle loro
attività non solo dagli organi centrali, ma dalle stesse strutture
dipartimentali in cui lavorano.

Ricordatevi dell’Università

"Ricordatevi
dell’Università!": è questo, in forma di monito, l’invito che mi sento di
rivolgere alle forze che si confronteranno nella definizione dei programmi
destinati ad essere realizzati nella Legislatura che si apre nella prossima
primavera. L’Università, nell’ultimo decennio, ha in parte
anticipato i mutamenti, in parte vi si è adeguata. Ma le riforme che si
sono succedute su aspetti decisivi della sua vita sono
state, quasi tutte, per ragioni diverse, assai lontane dalla condivisione.
Insomma, è mancato il quadro nel quale, al di là delle
valutazioni di merito, potessero inserirsi i singoli momenti. Abbiamo cercato e
continuiamo a cercare il dialogo; invece, siamo stati messi di fronte a
provvedimenti talora adottati per decreto legge, o, comunque,
affrettatamente applicati, a mutamenti surrettizi, a stravolgimenti impensati
ed impensabili anche da parte dei singoli autori. Ma
l’anno che verrà sarà l’anno delle elezioni politiche. Alle forze che
concorreranno per assumere la guida del Paese rivolgo
un appello accorato e forte. Alle forze politiche tutte l’Università chiede che
nei loro programmi, assumano l’impegno a che il Governo che uscirà dalle
elezioni promuova una convocazione degli stati generali dell’Università: una
grande assise nazionale, preparata e preceduta da un documento programmatico
analiticamente discusso negli Atenei e tra le forze sociali, produttive e
professionali del Paese, affinché ne esca ridefinita
la missione e il senso dell’Università. Quale che ne sia
l’indirizzo, vogliamo una riforma che non sia il frutto improvvisato di
maggioranze o di momentanee aggregazioni parlamentari. Vogliamo un grande dibattito pubblico che, proprio per il carattere
pubblico delle comunità sulle quali opera, possa costituire l’occasione di una
diffusa presa di coscienza sociale. Chi, tra le forze politiche, saprà
rispondere a questo appello mostrerà di avere davvero
a cuore le sorti delle nuove generazioni, in una visione prospettica orientata
dalla grande forza dell’utopia e dalla saggezza del riformismo. In ogni caso,
di una cosa dobbiamo essere tutti profondamente consapevoli: noi vogliamo comunque andare avanti. Un antico proverbio inglese afferma:
"il libro di un accattone vale molto di più del
sangue di un aristocratico". Quando si dice che
la cultura è povera si dice una cosa giusta, purtroppo, ma non bisogna
scambiare la povertà dei mezzi con quella delle idee. L’Università sarà sempre
e comunque "ricca", anche se povera di
risorse finanziarie. E le Università, per la loro età
secolare e per gli alti valori di cui sono portatrici, hanno un’anima che per
istinto avverte chi le vuole colpire nei loro punti vitali. Da secoli e secoli, insistiamo, esse sono consapevoli e fiere di
possedere solo scienza e cultura, e di possederle per il bene dell’umanità. Con
la forza delle nostre idee, dei nostri libri, dei nostri laboratori, noi comunque vogliamo aiutare il Paese ad uscire dalla crisi in
cui si trova.

Congedo

Questi nostri luoghi di studio e di
ricerca non sono alimentati solo dall’ambizione di trovare soluzioni immediate;
sono anche luoghi dove si sperimenta la costruzione di una grande
utopia planetaria, che è – nell’aprirsi di questo nuovo millennio -
l’educazione per tutti. È un’utopia che può guidare sia gli scienziati che gli
artisti, sia i gestori dell’economia che i dirigenti politici. Dentro questa utopia vi è anche l’esigenza di un grande
innalzamento nella formazione dei giovani nel nostro Paese. Anche perché
vogliamo, contraddicendo un famoso aforisma di Ennio Flaiano, che essi vivano fra trent’anni
in un’Italia che sia come l’avranno fatta i governi e la cultura, non la
televisione. Avere un sistema universitario capace di garantire questo è un
atto coraggioso e indispensabile per innescare un cambiamento di marcia utile
allo stesso modo alla scienza e alla società. Questa utopia dovrebbe suggerire
ai governanti del pianeta che, se si punta con decisione sul sapere, avremo
anche più ricchezza, più equità e più giustizia. Il luogo di questa
utopia ce l’abbiamo sotto gli occhi, vicino e lontano: è il mondo
stesso, è il giorno in cui questo mondo non sarà più globale ma universale. E
l’universalità è non solo la radice ma la tensione,
l’essenza, la ricerca più vera e profonda per la quale l’Università è nata.
Perciò il compito che ci aspetta è quello di riflettere non più soltanto sulle culture ma direttamente sull’uomo: è l’umanesimo vero,
l’umanesimo critico, quello che nella pratica di qualunque scienza tiene l’uomo
e i valori della società come misura delle scelte e come fine ultimo delle
azioni. L’Università è la palestra di questo umanesimo,
nella quale si insegna ai giovani a praticarlo. Abraham Yehoshua,
nel suo libro Il potere terribile di una piccola colpa, racconta così la storia
dell’uccisione dell’uomo da parte dell’uomo:
"Caino alzò la mano contro suo fratello Abele e lo uccise". Perché lo fece? Stranamente il testo della Genesi non lo
dice, non ci racconta le cause che provocarono il primo omicidio. Ecco perché i
sapienti della Hagadah
ampliavano il passo biblico in questo modo, rendendo esplicite le cause del
conflitto: "Caino e Abele dissero: dividiamoci il mondo. Uno di loro prese
la terra e l’altro prese i beni mobili; ma l’uno disse all’altro: la terra dove
posi il piede è mia!, mentre l’altro disse: le vesti
che indossi sono mie! E ingiunse: toglitele! L’altro
disse: vattene da qui! Ecco quello che condusse a ‘Caino alzò la mano contro
suo fratello Abele…’ ". Ma Rabbi Yehoshua pensava che le cose fossero andate ancora in modo
diverso. Entrambi i fratelli, secondo lui, si sarebbero presi la terra, ed entrambi i beni mobili. E
allora, per quale motivo sarebbe nata la lite? Perché uno disse all’altro:
"sulla mia proprietà sorgerà il Tempio! E l’altro disse: no, il Tempio sorgerà sulla mia…".
Ecco perché si giunse a ‘Caino alzò la mano contro suo fratello Abele…’ . Questo brano di Yehoshua mi
capitò sotto gli occhi all’indomani dei tragici eventi dell’11 settembre, e mi
fece riflettere, molto a lungo, sulle ragioni dell’odio che si scatena fra gli uomini. In quanti modi assurdi, cavillosi,
un fratello può trovare le parole per dire all’altro fratello "io ti
ucciderò"! Può farlo invocando le ragioni più grette e quelle più sacre,
l’odio può nascondersi dietro qualsiasi cosa. Di fronte allo specchio della
coscienza, e di fronte a voi, membri delle comunità universitarie, io auguro un
mondo in cui per nessun pezzo di terra, per nessun
vestito e anche per nessun Tempio Caino alzi più la mano contro suo fratello
Abele. Ma noi sappiamo che, se questo non accadrà più, non sarà perché eroi,
come Perseo, saranno stati capaci di tagliare la testa di una
inesorabile Medusa, ma perché, finalmente, l’uomo e la conoscenza
saranno stati posti al vertice dell’attenzione di tutti, alla sommità dei
problemi da risolvere. È un sogno?