Civile

mercoledì 29 ottobre 2008

Indagine conoscitiva sulla crisi finanziaria internazionale e i suoi effetti sull’ economia italiana Audizione del Presidente dell’ ABI, Corrado Faissola – Senato della Repubblica – Commissione Finanze e Tesoro – 28 ottobre 2008

Indagine conoscitiva sulla crisi
finanziaria internazionale e i suoi effetti sull’economia italiana Audizione
del Presidente dell’ABI, Corrado Faissola – Senato della Repubblica -
Commissione Finanze e Tesoro – 28 ottobre 2008

0.Premessa

Ho creduto utile articolare le
riflessioni ed i dati che porto a questa Audizione – iniziativa che reputo
molto importante e per la quale l’industria bancaria desidera ringraziare tutti
voi, onorevoli deputati e senatori – in quattro principali blocchi.

Il primo rivisita brevemente le
ragioni della crisi e ne ricorda i tratti principali. Il secondo richiama la
cronologia degli eventi più recenti rimarcando come l’onda degli Stati Uniti si
è recentemente propagata all’intera Europa. Il terzo blocco è interamente
dedicato alla situazione delle banche italiane: proverò a spiegare, con dovizia
di dati e di evidenze empiriche, le tante diversità dei nostri istituti, la
loro buona situazione patrimoniale, il recente andamento delle attività, un
andamento che è tale – voglio dirlo subito – da non evidenziare il rischio di
un crunch nelle concessioni di credito, rischio che si presenta obiettivamente
più concreto per l’insieme dei Paesi anglosassoni e per gli Stati Uniti in
primis. Nella quarta ed ultima sezione farò prima un passo indietro per
ripercorrere quello che è stato fatto nella prima (lunga) fase della crisi per
tentare di uscire dalle difficoltà e dirò dopo cosa secondo noi è necessario
fare oggi a completamento delle misure già intraprese dai governi europei e in
particolare dal nostro Governo. Brevi notazioni di sommario chiuderanno il mio
contributo.

1.Le
radici della crisi

A circa 15 mesi dal suo
insorgere, della crisi finanziaria sono ormai a tutti chiari i suoi connotati
di fondo: non siamo di fronte ad un rovescio qualunque ma alla più grave crisi
dagli anni trenta. Essa è l’esito dell’accumulazione di gravissime patologie in
un modello di business (originate to distribute) peraltro non privo di meriti
(distribuzione del rischio, ampliamento dei mercati, minore assorbimento di
capitale e quindi minor costo del credito, maggior accesso al credito). In un
ambiente macroeconomico segnato da bassi tassi di interesse, da una situazione
di abbondante liquidità e dalla diffusa e spasmodica ricerca di attività ad
elevato rendimento (hunt for yield), si sono creati incentivi a finanziare
soggetti dal basso merito creditizio nella consapevolezza che il rischio non
sarebbe stato mantenuto in portafoglio ma frammentato e distribuito ad una
vastissima platea di operatori. Tutto questo è accaduto essenzialmente negli
Stati Uniti. Molti dati potrebbero essere utilmente forniti sul ritmo a cui si sono sviluppate, negli Usa, queste operazioni;
ricordo qui solamente che tra il 2000 ed il 2006 il mercato dei mutui subprime
è cresciuto ad un tasso medio annuo di circa il 40%!

Chi sono dunque i principali
protagonisti di questa crisi? Il protagonista primo è senza dubbio il mercato
immobiliare, sul quale si è formata una rilevante bolla speculativa con prezzi
significativamente al di sopra di quanto sarebbe stato giustificato dai
fondamentali (crescita dei costi di produzione, aumento della popolazione,
aumento del reddito, ecc). Ma la crisi ha natura globale e trasversale e molti
altri ne sono gli attori: non solo banche e istituzioni finanziarie (regolate e
non regolate) che hanno originato i crediti e li hanno trasformati,
cartolarizzandoli, in titoli che oggi chiamiamo "tossici",
ma agenzie di rating che hanno valutato le obbligazioni derivate dai
crediti originari, standard setters che sono preposti allo studio dei corretti
metodi di accounting, e regolatori e vigilanti soprattutto dei paesi dove il
fenomeno si è sviluppato. I risvolti più evidenti delle patologie accumulatesi
sono ormai evidenza comune: una crescita smisurata del livello aggregato di
leverage, una crisi profondissima del mercato interbancario e della liquidità
(con la vera e propria scomparsa di alcuni mercati come quello della carta
commerciale, ed il congelamento di altri), conseguentemente l’ampliarsi a
livelli inusitati del differenziale tra tassi di policy (quelli governati dalle
banche centrali) e tassi di mercato monetario (quelli che si riflettono
immediatamente sul costo del credito per famiglie e imprese), il generalizzato
repricing del rischio, di cui le quotazioni talvolta stratosferiche dei
cosiddetti credit default swaps sono l’espressione più eloquente. Quelle che ho
fin qui brevemente tratteggiato sono le caratteristiche del mondo che abbiamo
conosciuto fino all’agosto di quest’anno. Successivamente tutto è
repentinamente precipitato.

2.Il
passato più recente: gli USA, l’onda lunga ed il contagio all’Europa

Il contagio all’economia
finanziaria europea si materializza ed aggrava repentinamente agli inizi dello
scorso settembre, a seguito di importanti decisioni prese dalla Fed e dal
Governo statunitense nel tentativo di arginare una crisi che rischia di
degenerare. Nel primo week-end del mese, il Tesoro Usa nazionalizza Fannie Mae
e Freddie Mac, i giganti parastatali che, complessivamente, detengono più di 5
trilioni di dollari di mutui immobiliari (circa il 50% del totale in
circolazione). Il week-end successivo, Fed e Governo decidono di non salvare
Lehman Brothers, storica banca d’affari che, particolarmente esposta sul
mercato immobiliare tramite strumenti derivati, dichiara la più grande
bancarotta della storia americana con 613 miliardi di dollari di debiti. La
decisione di lasciar fallire Lehman Brothers si mostra grave nelle conseguenze:
si assiste al definitivo prosciugamento del già arido mercato interbancario Usa
ed alimenta un clima di panico che coinvolge gli operatori finanziari su
entrambe le sponde dell’Atlantico. L’ulteriore peggioramento della situazione
sui mercati finanziari rende subito dopo inevitabile il salvataggio, da parte
della Fed, del colosso assicurativo AIG con un prestito di 85 miliardi di
dollari. A breve distanza, Merril Lynch, sull’orlo del fallimento, viene acquistata da Bank of America e il settore delle
investment bank statunitensi perde anche le sue due ultime protagoniste quando
Morgan Stanley e Goldman Sachs chiedono e ottengono l’autorizzazione a
diventare banche capogruppo (BHC) quindi sottoposte alla vigilanza della FED.

Diventa palese la necessità di un
intervento capace di affrontare il problema alla radice, in contrapposizione ad
interventi ad hoc. A tal fine, il Ministro del Tesoro
americano H. Paulson, il 19 settembre, propone un piano di salvataggio,
approvato dal Congresso poche settimane dopo, per un ammontare pari a 700
miliardi di dollari (circa il 5% del Pil Usa).

Il 29 settembre l’epicentro della
crisi si sposta in Europa. Sfiducia tra gli operatori, scarsa liquidità e
rischi di default attaccano i centri nevralgici del sistema finanziario
europeo. Dopo due giorni di forti ribassi dei valori azionari, i governi di
Belgio, Olanda e Lussemburgo salvano il gruppo finanziario Fortis, mentre il
Governo inglese nazionalizza Bradford & Bingley, il secondo gruppo
finanziario nazionale specializzato nei mutui "buy to let".

3. La crisi finanziaria e le
banche italiane

Fin qui elementi di cronistoria
recente e recentissima. Vengo ora al terzo blocco di considerazioni,
evidentemente il più importante dal punto di vista nazionale e delle
motivazioni alla base del presente incontro: la questione del coinvolgimento
delle banche italiane nella crisi odierna.

Vorrei cogliere questa occasione
per ribadire a chiare lettere che il modello di business che ha portato alla
situazione attuale è un modello estraneo alle banche italiane, le quali sono
state negli anni fortemente impegnate a svilupparsi
secondo linee di attività tradizionali (devo rimarcare qui, che per questo
negli anni scorsi abbiamo dovuto subire talvolta anche critiche ingenerose).
Ricordo peraltro, che mentre l’innovazione finanziaria assumeva i caratteri
perniciosi che oggi tutti criticano, il nostro sistema era fortemente impegnato
a consolidarsi e ad estendere la sua influenza sui mercati europei,
particolarmente nei paesi dell’est. Il coinvolgimento delle banche italiane
nella crisi è dunque un coinvolgimento sostanzialmente indiretto (titoli
detenuti in portafoglio) e derivante dalla partecipazione a mercati, come
quelli della liquidità, che sono globali. Ciò non ha purtroppo impedito che in
mercati ormai pienamente globalizzati si avessero riflessi rilevanti anche
sulle banche italiane, in termini di perdite dei valori azionari e dunque di
capitalizzazione di borsa.

3.1 Le diversità delle banche
italiane: l’attivo e il passivo

E’ utile in questa sede cogliere
gli elementi di diversità del mercato bancario italiano. Le differenziazioni
tra paese e paese, anche dell’Area euro sono naturalmente il riflesso delle
difformi strategie che sono state adottate nel tempo dai singoli sistemi
europei, frutto della combinazione di molteplici fattori, quali, fra gli altri,
i modelli di business prevalenti in ciascun paese, fattori
sociali e culturali, caratteristiche della clientela, ecc.

Per quel che concerne la
composizione dell’attivo si deve evidenziare in primo luogo la prevalenza della
voce dei finanziamenti a clientela residente nell’Area Euro delle banche
italiane, la cui quota sul totale attivo è di quasi il 50%, un valore superiore
alla media Area Euro (36,2%) ed alla media dei principali 4 Paesi considerati
(Germania, Francia, Spagna ed Olanda: 43,1%). Solo la Spagna si colloca su un
valore superiore (oltre il 60%).

Altrettanto rimarchevoli sono le
differenze nella composizione del passivo. Sul mercato bancario italiano così
come in quello tedesco, spagnolo e olandese si rilevano quote sul totale delle
passività della raccolta diretta (depositi a residenti e obbligazioni)
superiori al 50%. Incidenza che per la Francia si posiziona al
34,6% ed al 45,4% nella media di Eurolandia. Le banche italiane e quelle
tedesche sono quelle che fanno il maggior ricorso all’emissione di obbligazioni
con quote intorno al 20% (15,2% nella media Area Euro, appena il 14% in Francia
ed in Olanda).

3.2 Il credito alle imprese

La profondità della crisi che
stiamo attraversando spinge legittimamente a chiedersi quali saranno gli
effetti reali di quanto è accaduto, in un contesto macroeconomico generale che
peraltro già presentava segnali di rallentamento. Si teme in particolare una interruzione dei flussi di credito verso le imprese. In
effetti, il complesso dei dati di cui disponiamo, induce a ritenere che non vi
siano al momento segnali di restrizione né sul fronte delle quantità offerte né
su quello dei prezzi praticati. Naturalmente l’industria bancaria prende in
seria considerazione le preoccupazioni che sono state espresse in questi giorni
a mezzo stampa da singoli imprenditori circa presunte tendenze al
restringimento dei flussi di credito e all’innalzamento del relativo costo. Ci
impegniamo ad esaminarle su base specifica. Si è già tenuto un proficuo
incontro tra i vertici dell’industria bancaria e del sistema delle imprese per
esaminare questi temi e come sempre non ci sottrarremo al confronto e alla
ricerca di soluzioni positive.

In termini generali, vorremmo in
questa sede ricordare tuttavia i dati ufficiali, elaborati peraltro
congiuntamente alle principali associazioni di impresa in sede di Osservatorio
Banche-Imprese.

Secondo le informazioni più
recenti, nel quadrimestre maggio – agosto 2008 il tasso di crescita tendenziale
dei finanziamenti alle imprese è risultato in media dell’11,5% circa, in lieve
diminuzione rispetto ai valori massimi (+14,5%) registrati a
fine 2007, ma sensibilmente superiore a quello invalso nel periodo
gennaio 2004 – luglio 2008 (+8,8%).

Nell’ultimo quinquennio, il
rapporto tra credito utilizzato e credito accordato, tipico indicatore
dell’ammontare di risorse che le imprese tirano sugli ammontari affidati, è
risultato sostanzialmente stabile. I dati appena menzionati, validi per il
complesso delle imprese, risultano confermati anche ove si faccia riferimento
alla platea delle piccole e medie imprese.

Quando si passa dall’offerta di
finanziamenti alle condizioni praticate e si considera la dinamica dei tassi di
interesse applicati, si rileva come nonostante il rialzo dei tassi, indotto sia
dall’andamento del mercato monetario che dagli impulsi di politica monetaria
della Bce antecedenti al taglio coordinato della settimana scorsa, il
differenziale fra i tassi medi e quelli minimi – anch’esso riconosciuto
indicatore delle condizioni del mercato del credito – è andato diminuendo, non
mostrando, quindi, segnali di restrizione creditizia. Sono andati, altresì,
riducendosi i differenziali fra i tassi applicati alle operazioni di
finanziamento alle imprese di importo più contenuto e quelli applicati sui
finanziamenti di importo elevato, confermando che negli ultimi mesi non si è
registrata una penalizzazione, in termini relativi, nei tassi di interesse
applicati alle PMI.

4. La via d’uscita: le cose fatte
e le cose da fare

Andando a ritroso e cercando di
catalogare le diverse iniziative che sono state adottate a partire dall’autunno
2007, quindi immediatamente dopo lo scoppio della turbolenza, direi che vi sono
state:

(a)
iniziative orientate al futuro, a costruire cioè un nuovo sistema finanziario e
ad apportare al sistema aggiustamenti tali da evitare che quello che è successo
si possa ripetere, e

(b)
iniziative orientate a risolvere i problemi del presente.

Rientrano nelle prime quelle
adottate dall’industria finanziaria europea e soprattutto quelle promosse dal
Financial Stability Forum. Va riconosciuto che, almeno fino a poche settimane
fa, cioè fino a quando si è capito che si era di fronte ad una tempesta
destinata a colpire indiscriminatamente mercati ed operatori di tutto il mondo,
l’attenzione al secondo blocco di misure – quelle volte a risolvere il problema
dell’oggi – è stata insufficiente.

4.1Il
giudizio sulle recenti iniziative dell’Europa e dell’Italia

L’Europa

Gli esiti dei vertici europei
tenutesi recentemente hanno respinto le proposte di costituzione di un fondo
europeo per aiutare le banche in difficoltà ma hanno
assicurato forme di deroghe circa la normativa europea in materia di aiuti di
Stato laddove i singoli Governi decidano, come in molti casi hanno deciso, di
intervenire a sostegno delle proprie industrie bancarie. L’industria bancaria
europea oltre che italiana ha sin da subito salutato con favore la possibilità
che il settore pubblico intervenisse per il periodo di tempo che si renderà
necessario nel capitale di alcune banche. Molti sono stati poi gli interventi a
rafforzamento degli schemi di protezione/assicurazione dei depositi ed in
generale di un più ampio spettro di attività finanziarie.

Mercoledì 8 ottobre, il Governo
inglese ha messo a disposizione 500 miliardi di sterline per aiutare le banche
in difficoltà. RBS ha ricevuto 20 miliardi in cambio di 15 miliardi di azioni
ordinarie e 5 di azioni privilegiate; mentre Hbos e Lloyds ricevono, complessivamente,
17 miliardi di sterline. Il piano di salvataggio ha previsto anche garanzie per
250 miliardi di sterline sull’interbancario e prestiti a breve termine per 200
miliardi erogati dalla Banca centrale inglese. Nei giorni seguenti, sollecitati
da un ampia schiera di economisti capitanati dal neo
premio Nobel Paul Krugman, molti governi europei hanno varato piani di
salvataggio ispirati alle linee guida di Gordon Brown. In Francia, Sarkozy ha
stanziato 320 miliardi per la copertura dei prestiti sull’interbancario e 40
miliardi per il salvataggio degli istituti di credito in difficoltà. In
Germania, la Merkel
ha annunciato 400 miliardi per garantire i crediti interbancari e 80 per il
salvataggio delle banche tedesche. In Spagna, Zapatero ha deciso di utilizzare
100 miliardi di euro per garantire i prestiti interbancari, ma non ritiene
necessaria una ricapitalizzazione degli istituti di credito.

L’Italia

Per quanto riguarda
specificamente il nostro Paese ed i provvedimenti emanati dal nostro Governo (DL
155 e 157) riteniamo opportuno cogliere questa occasione per ribadire una
posizione già fermamente espressa:

riteniamo
opportuna e positiva la scelta di affiancare alla tutela dei depositi (e dei
conti correnti) offerta dal fondo interbancario (già peraltro in linea con i
livelli prospettati dalla recente proposta di modifica della direttiva europea
in materia) quella di natura pubblica in modo tale da rafforzare ulteriormente
i presidi a difesa della clientela, anche al fine di rafforzare il clima di
fiducia nelle banche che tuttavia a nostro avviso non è mai venuto meno;

per
quanto riguarda la misura relativa al rafforzamento patrimoniale, riteniamo che
la solidità del sistema bancario italiano non dovrebbe rendere necessario
sfruttare l’opportunità offerta dal provvedimento varato dal Governo che
giudichiamo peraltro ben strutturato e consideriamo una ulteriore rete di
sicurezza ed un ulteriore strumento prudenziale. Occorrerebbe, peraltro,
consentire una maggiore diversificazione degli strumenti finanziari a
disposizione dello Stato per concorrere, se necessario, al rafforzamento del
patrimonio di base delle banche;

A riguardo occorre rimarcare la
crucialità di disegnare un sistema che garantisca,
anche nel caso di ingresso pubblico nel capitale delle banche, la piena
continuità del carattere privatistico del sistema bancario italiano. Il Decreto
legge, nel riconoscere alle azioni sottoscritte dallo Stato un privilegio sui
dividendi, sembra associare alle stesse il diritto di voto (come si può evincere
dalle previsioni che al riguardo concernono le banche a struttura cooperativa)
senza però precisarne l’effettiva portata. Si ritiene quindi che il Decreto
Ministeriale di attuazione del DL specificherà l’ambito di esercizio di tale
diritto, in coerenza con le dichiarazioni a suo tempo espresse da
autorevolissimi esponenti del Governo, nel senso che lo stesso non intende
esercitare i propri diritti..

Con decreto legge 13 ottobre
2008, n. 157, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 240, in pari data, sono
state dettate "Ulteriori misure urgenti per garantire la stabilità del
sistema creditizio".

Le disposizioni sono entrate in
vigore lo stesso giorno della pubblicazione, il 13 ottobre 2008.

Il decreto si pone nel solco
degli indirizzi approvati dai capi di Stato e di Governo dei Paesi aderenti
all’euro nel vertice di Parigi del 12 ottobre 2008, diretti a favorire la
liquidità, la capacità di finanziamento e la solvibilità delle banche, al fine
di garantire il necessario flusso di finanziamenti dell’economia reale.

Di seguito si riportano le misure
previste dal decreto.

Il Ministero dell’economia e
delle finanze viene autorizzato, fino al 31 dicembre
2009:

a
concedere la garanzia dello Stato, a condizioni di mercato, sulle passività
delle banche italiane con scadenza fino a cinque anni e di emissione successiva
al 13 ottobre 2008 (data di entrata in vigore del decreto legge).

La disposizione in parola si
riferisce in senso ampio alle "passività" delle banche, nei limiti di
durata previsti dal decreto. Sono quindi sicuramente comprese le passività
assunte attraverso l’emissione di titoli (ad esempio, ai fini del
rifinanziamento delle scadenze a venire).

ad
effettuare operazioni temporanee di scambio tra titoli di Stato e strumenti
finanziari detenuti dalle banche italiane o passività delle stesse banche
controparti del Ministero dell’economia e delle finanze sempre emesse
successivamente al 13 ottobre 2008 e aventi scadenza fino a cinque anni. Le
emissioni di titoli di Stato relative a dette operazioni e quelle di emissione
di titoli di debito pubblico (previste dall’art. 7, lett. d, del d.l. 9 ottobre
2008, n. 155), possono essere effettuate in deroga ai limiti previsti dalla
legislazione vigente. L’onere di tali operazioni per le banche controparti è
definito, tenuto conto delle condizioni di mercato.

Si tratta, pertanto, di
operazioni di sostituzione degli strumenti finanziari in portafoglio, nonché di
operazioni di swap, attraverso le quali il Ministero dell’Economia e delle
finanze scambia titoli di Stato con CD o altri titoli di debito emessi dalle
banche per durate entro i termini sopra indicati. Dette operazioni sono in
linea con gli indirizzi degli Stati Membri e dei Governi resi noti all’esito
del vertice di Parigi;

a
concedere la garanzia dello Stato, a condizioni di mercato, sulle operazioni
stipulate dalle banche italiane per ottenere la temporanea disponibilità dei
titoli stanziabili alle operazioni di rifinanziamento presso l’Eurosistema.
Dette operazioni sono in linea con gli indirizzi degli Stati membri e dei
Governi resi noti all’esito del vertice di Parigi.

Si tratta pertanto di operazioni
finalizzate a facilitare la cessione alle banche (da parte, ad esempio, di
altri investitori istituzionali) di titoli utilizzabili come collateral presso
l’Eurosistema. Anche in questo caso si prevede che l’operazione sia a
condizioni di mercato.

La Banca d’Italia valuta, per
tutte le operazioni sopra illustrate, l’adeguatezza della patrimonializzazione
della banca richiedente e la sua capacità di far fronte alle obbligazioni
assunte.

Il decreto legge dispone,
altresì, che il Ministero dell’Economia e delle Finanze può effettuare le
operazioni sopra descritte anche nei confronti delle banche delle quali ha
sottoscritto aumenti di capitale, ai sensi del decreto n. 155 del 2008.

Alla copertura degli oneri
relativi alle garanzie dello Stato si provvede – in linea con quanto già
previsto nel decreto n. 155 del 2008 – ai sensi dell’art. 7,
secondo comma, numero 2) della legge 5 agosto 1978, n. 468 (Fondo di
riserva per le spese obbligatorie e di ordine).

Avendo le garanzie natura
finanziaria, esse non rilevano ai fini del calcolo dell’indebitamento delle Amministrazioni.

Per quanto concerne, invece,
l’emissione dei titoli di Stato, per finanziare ad esempio la sottoscrizione di
eventuali aumenti di capitale delle banche, tale emissione comporterebbe una
crescita del debito pubblico, anche se in termini lordi e non netti. Quanto al
debito netto, infatti, a fronte del maggiore passivo patrimoniale pubblico si
porrebbe l’attivo costituito dal capitale della banca. In termini di rilevanza,
ai fini dei parametri di Maastricht, non si avrebbe un aumento del deficit pur in presenza di un incremento del debito pubblico lordo.

I criteri, le condizioni e le
modalità delle operazioni e delle garanzie dello Stato, sopra descritte, nonché
di attuazione del presente decreto, sono demandate a decreti di natura non
regolamentare del Ministro dell’Economia e delle Finanze, sentita la Banca d’Italia. Per essi non è previsto – a differenza del decreto n. 155 del
2008 – un termine entro il quale i decreti debbano essere emanati.

Pertanto, una compiuta
valutazione dei decreti potrà essere effettuata solo una
volta varate le relative misure di attuazione.

4.2 Ulteriori profili della
crisi: accounting e vigilanza

La situazione di incertezza dei
mercati ha stimolato un’intensa riflessione da parte degli organismi
internazionali circa l’adozione di meccanismi correttivi efficaci volti a
ripristinare la fiducia dei mercati. Tra i correttivi oggetto
di dibattito internazionale, particolare attenzione è stata posta sulle
iniziative volte ad armonizzare le regole contabili contenute negli IAS/IFRS
con gli standard contabili statunitensi – US GAAP, ad adeguare la normativa di
vigilanza e a rafforzare la cooperazione fra le autorità di vigilanza,
soprattutto in periodi di crisi.

Regole contabili

Il Financial Stability Forum
(FSF), nel rapporto pubblicato ad aprile 2008, sottolinea l’urgenza ad
affrontare le problematiche valutative e di informativa, connesse alla
valutazione al fair value degli strumenti finanziari illiquidi e complessi, in presenza di una forte turbolenza dei mercati finanziari.

In tal senso vanno gli interventi
volti chiedere alcune modifiche dei principi contabili sia negli Stati Uniti
dove la crisi è sorta, sia in Europa.

Le aree di intervento individuate
sono due:

- le modalità attraverso le quali
si determina il fair value degli strumenti finanziari;

- la possibilità di
riclassificare dal comparto di trading ad altri comparti per i quali non è più
possibile svolgere nel breve periodo un’attività di negoziazione a causa delle
mutate condizioni di mercato.

Modalità di determinazione del
fair value. Va subito precisato che la rinuncia generalizzata al fair value ed
alla applicazione degli IAS/IFRS non sarebbe ragionevole e potrebbe essere
dannosa in relazione alla affidabilità e trasparenza dell’informativa di
bilancio.

Con riferimento
alle modalità di determinazione del fair value è opportuno, tuttavia, ricordare
che gli US GAAP e gli IAS/IFRS, parlano di "fair" e non di
"market" value; "fair" sta a significare "equo"
rispetto alle assunzioni che una generalità di partecipanti al mercato può
fare; questo concetto coincide con il "market value" solo in
condizioni ordinarie di funzionamento del mercato. In
presenza di situazioni di mercato alterate e sotto stress, occorre applicare
dei modelli valutativi appropriati per la determinazione del fair value senza
dover ad ogni costo fare riferimento ai prezzi che si formano sul mercato.

Sul punto, gli organismi
contabili hanno fornito indicazioni coerenti al fine di consentire alle imprese
(per ora solo americane), in presenza di mercati non
più attivi, di utilizzare opportuni correttivi ai modelli valutativi per tenere
conto di tutti i fatti e le circostanze emerse sul mercato. In un recente
comunicato stampa lo IASB ha ritenuto l’orientamento del FASB adeguato e
compatibile con gli IAS/IFRS e ha annunciato che provvederà a colmare eventuali
disallineamenti.

Le associazioni imprenditoriali
sono impegnate sia in sede OIC sia in sede internazionale a evidenziare le
problematiche ancora aperte, con particolare riferimento alla valutazione degli
strumenti azionari e alla contabilizzazione delle perdite di valore
("impairment"). Il repentino crollo delle quotazioni delle azioni,
nelle attuali circostanze, non può fornire un’appropriata base di valutazione
dello strumento posseduto rispetto alla quale operare l’impairment. La
riduzione di valore potrebbe essere effettuata, ad esempio, tenendo conto della
redditività delle imprese, utilizzando modelli valutativi basati sui flussi
finanziari attesi.

Riclassificazione degli strumenti
finanziari. Il 13 ottobre scorso lo IASB ha approvato le modifiche agli
IAS/IFRS in tema di riclassificazione degli strumenti finanziari illiquidi in
linea con gli US GAAP, al fine di eliminare la disparità concorrenziale fra le
imprese americane e quelle che a livello mondiale applicano gli IAS/IFRS. Le
modifiche sono state omologate dall’Unione europea.

Le modifiche rappresentano un
buon risultato in quanto consentono di ridurre la volatilità dei valori degli
strumenti che per effetto della crisi non sono più liquidi e che, pertanto,
scontano dei valori che non sono più attendibili. In questo modo si evita alle
imprese che adottano gli IAS/IFRS di contabilizzare le perdite di valore dovute
alle situazioni eccezionali di mercato nel conto economico (se i titoli oggetto del trasferimento appartengono al
portafoglio di negoziazione) ovvero nel patrimonio (se i titoli oggetto del
trasferimento appartengono al portafoglio disponibile per la vendita – AFS).

Va detto peraltro che le
modifiche in tema di riclassificazione non riguardano il comparto azionario per
il quale gli interventi correttivi devono, come sopra illustrato, essere svolti
in sede di principi per la determinazione del fair value a fronte di mercati in
situazioni di crisi.

Vigilanza

Il 1° ottobre è stata pubblicata
la proposta della Commissione europea di revisione delle direttive sui
requisiti patrimoniali delle banche (Capital Requirements Directives – CRD –
2006/48/CE e 2006/49/CE) per rafforzare la stabilità finanziaria. La proposta è
ora all’esame del Parlamento europeo e del Consiglio e dovrebbe essere adottata
entro il mese di aprile 2009.

Le proposte sono in parte anche
una risposta alle recenti raccomandazioni del FSF e sono volte a riformare gli
accordi in tema di vigilanza dei gruppi bancari transfrontalieri e cooperazione
tra autorità nazionali, nonché a rafforzare le pratiche di gestione del rischio
per i prodotti cartolarizzati, per gli strumenti ibridi di capitale e per i
grandi fidi.

La crisi ha dimostrato, infatti,
che le barriere nazionali all’interno del mercato unico sono un grave ostacolo
in caso di crisi. Un maggior coordinamento tra autorità monetarie e di
vigilanza, peraltro auspicato anche dal FSF, rappresenta un elemento chiave
nella gestione delle crisi transfrontaliere; una delle maggiori difficoltà
incontrate dalla Banca Centrale Europea (BCE) nel corso della recente crisi è
stata la mancanza di informazioni consolidate per supportare le politiche
monetarie dell’Eurozona. Ciò è dovuto alla circostanza
che:

- le informazioni di vigilanza
prudenziale sono collazionate a livello nazionale dalle diverse autorità;

- la normativa comunitaria di
riferimento, la CRD,
contiene numerose discrezionalità nazionali ed è stata trasposta in modo non
coerente nei diversi Stati Membri;

- gli schemi di reportistica
europei sono stati implementati in modo molto eterogeneo e, soprattutto, non
possono contare su un linguaggio comune, sebbene siano ispirati ai principi
contabili internazionali IAS/IFRS. Non tutti gli Stati membri, infatti,
permettono l’applicazione degli IAS/IFRS su base individuale a causa delle
correlate implicazioni fiscali.

Il primo passaggio dovrà essere,
pertanto, quello di realizzare una piena convergenza delle regole e pratiche di
vigilanza, eliminando le discrezionalità nazionali contenute nella CRD e
favorendo un’implementazione coerente delle linee guida pubblicate dal comitato
europeo che riunisce le autorità di vigilanza nazionali (Committee of European
Banking Supervisors – CEBS).

Le modifiche proposte dalla
Commissione vanno nella direzione di rafforzare ulteriormente un framework
normativo di vigilanza (Basilea 2) che ancora deve esprimere in pieno le sue
potenzialità, visto che le banche ne stanno ancora completando la complessa
implementazione. Non sono necessari stravolgimenti ma dei semplici
miglioramenti mirati a risolvere il problema della prociclicità e del conflitto
d’interessi delle società di rating.

In tal senso sono particolarmente
utili le proposte della Commissione volte a realizzare un maggiore
accentramento delle funzioni di vigilanza; la crisi ha dimostrato come sia
necessario avere una visione d’insieme dei gruppi bancari transfrontalieri per
poter procedere ad una solida supervisione dei rischi sistemici e di
solvibilità nel contesto del mercato unico europeo dei servizi finanziari. Tale
concetto è da sempre presente nella tecnica bancaria e, non a caso, il Comitato
di Basilea, fin dalla sua istituzione nel 1974, si è sempre concentrato sulla dimensione
consolidata dei gruppi bancari.

Il secondo passaggio dovrà
essere, invece, quello di armonizzare i reporting finanziari a livello
continentale. La predisposizione di prospetti di reportistica di vigilanza
unici a livello UE, infatti, potrebbe rivelarsi insufficiente se non
accompagnata dalla definizione di un linguaggio unico, che garantisca
una base informativa coerente, almeno in Europa.

5. Conclusioni

In conclusione vorrei toccare due
punti: uno generale e uno particolare.

La crisi finanziaria che stiamo
vivendo ha caratteristiche strutturali e globali: purtroppo non esiste un solo
colpevole a cui inviare il conto essendo essa il
portato di un ciclo di innovazione finanziaria che ha coinvolto svariati
attori. Le necessarie risposte globali stanno finalmente arrivando. Gli effetti
reali sull’economia mondiale sono potenzialmente profondi; per minimizzarli
occorre un mix di strumenti: politiche monetarie e fiscali, riforme strutturali
e regolamentari. Molti sono i rischi che la crisi porta con sé, ma non poche
sono anche le opportunità che essa dischiude. Si tratta di minimizzare i primi
e cogliere le seconde.

Naturalmente, il primo rischio, è
costituito dagli effetti di spillover sull’economia reale. Per quanto riguarda
il costo di minore crescita che l’economia mondiale sarà chiamata a pagare è
davvero difficile fare stime. Si può considerare, facendo riferimento alle
stime macroeconomiche che si facevano prima della crisi e a quelle che si fanno
oggi, che la perdita di prodotto in termini reali è misurabile in circa 2,5
punti di Pil nel solo biennio 2008-09. Tale perdita, misurata come il tasso di
crescita che si sarebbe presumibilmente avuto e quello
che presumibilmente si avrà, si misura in circa il 3% sia negli Stati Uniti che
in Europa ed in Italia. Per Cina ed India essa, sempre misurata in termini di
minore crescita rispetto a quella che vi sarebbe presumibilmente stata, si
sostanzia in poco meno di 2 punti percentuali. Naturalmente questa stima non
tiene conto che una parte del rallentamento si sarebbe
verificata a prescindere dalla turbolenza finanziaria e per ragioni di
normale andamento ciclico.

Vi sono anche rischi diversi da
quelli macroeconomici. L’over-regulation è uno di essi
ed andrebbe evitato. Un altro rischio grave che non dobbiamo correre è quello
di stigmatizzare l’innovazione finanziaria in sé che viceversa è un bene.
Sarebbe un errore buttare il bambino con l’acqua sporca. La crisi impartisce in
ogni caso una lezione di carattere generale segnalando l’importanza di evitare
gli eccessi.

Quanto alle opportunità, credo
che come ogni crisi rilevante anche questa consentirà di tornare, in tutto il
mondo, ad un maggiore equilibrio tra economia reale ed economia finanziaria, di
ridurre i livelli di indebitamento che sono in questi anni cresciuti oltre ogni
limite, di aumentare i livelli di capitalizzazione delle aziende di tutto il
mondo. Consentirà di riscrivere, con equilibrio un sistema di regole che era divenuto inadeguato e, soprattutto, di individuare
meccanismi che rendano tali regole cogenti più di quanto non siano finora
state.

Per quel che riguarda la crisi e
le banche italiane, cioè il secondo punto, vorrei concludere questa mia
testimonianza ribadendo e sottolineando i principali aspetti che ho fin qui
toccato.

Le cause all’origine della crisi
dei mercati finanziari risultano esogene al mercato bancario italiano. Le banche italiane sono al riparo dai fattori che hanno originato
la crisi finanziaria: 1) il credito facile; 2) le svalutazioni dei titoli di
finanza strutturata; 3) la crisi dei veicoli fuori bilancio.

Stiamo affrontando
soddisfacentemente le difficoltà indotte dalla globalizzazione della crisi
grazie a punti di forza nostri e del nostro sistema Paese. Li
voglio qui rimarcare: i) assenza di impieghi subprime; ii) tradizionale modello
di banca al dettaglio; iii) basso livello della leva finanziaria; iv) basso
indebitamento dei consumatori italiani; v) sotto-penetrazione dei prodotti
bancari; vi) mercato immobiliare sostanzialmente sano; vii) buona qualità
dell’attivo.

L’insieme di questi fattori
contribuisce a spiegare il giudizio favorevole che gli analisti emettono sulle
banche italiane (in assoluto e in comparazione con i principali concorrenti
europei) e che gli stessi mercati esprimono quotidianamente; l’analisi
comparata del trend degli spread sui CDS delle maggiori banche europee mostra
come, all’intensificarsi della crisi finanziaria, il mercato abbia
progressivamente riconosciuto la capacità di difesa delle banche italiane,
giudicate anche su questo fronte meno a rischio di altre.

Anche grazie a questi punti di
forza lavoreremo nelle prossime settimane e nei prossimi mesi per confermarci
come fondamentale punto di riferimento per le nostre imprese e per far affluire
loro, come è finora avvenuto, il credito di cui hanno bisogno.

Consideriamo complessivamente con
favore i provvedimenti varati dalle autorità e crediamo che contribuiranno a
restituire fiducia ai mercati. Penso dunque che il complesso delle iniziative
in atto sia da giudicare favorevolmente e deponga a favore dell’ottimismo.
Quello buono: non della volontà, che pure serve, ma della ragione.