Civile

martedì 08 febbraio 2005

In tema di responsabilità professionale del medico in caso di omissione di esami clinici non obbligatori Cassazione – Sezione terza civile – sentenza 10 novembre 2004-2 febbraio 2005, n. 2042

In tema di responsabilità professionale del medico in caso di omissione di esami clinici non obbligatori

Cassazione Sezione terza civile sentenza 10 novembre 2004-2 febbraio 2005, n. 2042

Presidente Vittoria Relatore Manzo

Pm Abbritti conforme ricorrente AUSL 7 Ragusa controricorrente Sanfilippo ed altro

Svolgimento del processo

I coniugi Carlo Sanfilippo e Silvana Schembari, in proprio e quali esercenti la potestà genitoriale, sul figlio Minore Santino, convenivano in giudizio la USL n. 22 Vittoria. Esponevano che dopo regolare gravidanza la Schembari aveva partorito presso il reparto ostetrico ginecologico dellospedale civile di Vittoria il figlio Santino ed era stata dimessa senza diagnosi e prescrizioni particolari. Il bambino sin dai primo mesi di vita aveva presentato chiari segni di ritardo nello sviluppo psicomotorio e, infine, gli era stata diagnosticata unaffezione da fenilchetonuria classica che poteva essere fronteggiata unicamente con luso di prodotti

dietetici a basso tenore di aminoacidi. La totale invalidità del minore era stata confermata dalla commissione sanitaria provinciale che aveva riconosciuto a Santino Sanfilippo il diritto allassegno di accompagnamento. Ciò premesso gli attori, ritenuta la responsabilità dellente in ordine alla mancata esecuzione di indagini specifiche, chiedevano il risarcimento dei patrimoniali e non patrimoniali subiti. La Usl, costituitasi in giudizio, contestava il fondamento della domanda.

Il tribunale di Ragusa riteneva la convenuta responsabile e la condannava al risarcimento dei danni che determinava in lire 1.580.118.000 per Santini Sanfilippo e in lire 15.000.000 per i genitori in proprio.

LAzienda unità sanitaria locale n. 7 di Ragusa proponeva appello. La Corte dappello di Catania rigettava lappello e rivalutava le somme rispettivamente in lire 1.690.726.000 e in lire 16.050.000.

Avverso questa sentenza la Azienda unità sanitaria locale n. 7 di Ragusa propone ricorso per cassazione affidato a tre motivi ai quali resistono con controricorso Carmelo Sanfilippo e Silvana Schembari, in proprio ed il primo anche nella qualità di tutore provvisorio del figlio convivente Santino. Le parti hanno

presentato memoria.

Motivi della decisione

l.  LAzienda ricorrente con il primo motivo lamenta la «violazione e falsa applicazione degli articoli 112, 163, comma 3  n. 3 e 167 Cpc e insufficiente, errata e contraddittoria motivazione, in relazione allarticolo 360, n. 3 e 5 Cpc», deducendo che erroneamente la Corte dappello aveva rigettato il motivo dappello riguardante il vizio di ultrapetizione in ordine alla causa petendi. Oggetto della domanda era la responsabilità dellAzienda per omessa applicazione dì precise disposizioni di legge e non per negligenza, imprudenza o imperizia dei sanitari, mai allegata dagli attori che, anzi, non avevano mosso alcuna contestazione ai sanitari, riconoscendo la regolarità delloperato degli stessi. La domanda sulla quale i giudici di merito dovevano pronunziare era quella riguardante «la grave negligenza imputabile allente ospedaliero per omissione delle misure di prevenzione disposte con legge regionale 68/1981 ed aventi carattere di screening di massa». Lerrore dei giudici di merito consisteva in ciò che, pur avendo escluso lobbligatorietà di effettuare gli esami in questione, avevano oltrepassato i confini posti dalla causa petendi, pronunziando circa la responsabilità dei dipendenti ospedalieri.

1.1. Il motivo è infondato.

La Corte dappello ha rigettato il motivo dimpugnazione concernente la violazione dellarticolo 112 Cpc deducendo che non poteva distinguersi tra colpa dellente ospedaliero e colpa dei sanitari dipendenti, poiché lente deve rispondere della condotta colposa di questi ultimi. Ha ulteriormente precisato che, indipendentemente dal riferimento fatto dai ricorrenti alla legge regionale 68/1981 (che non faceva specifico riferimento alla fenilchetonuria), «la causa pretendi dedotta (era) pur sempre la colpa professionale e la negligenza dei sanitari, consistenti nellomissione degli esami diagnostici che, se effettuati, avrebbero evitato il danno»: elementi questi sui quali per lappunto il tribunale aveva fondato la decisione.

La Corte territoriale ha dunque interpretato la domanda e ha ritenuto che la causa petendi non fosse limitata allomissione delle misure di prevenzione di cui alla legge regionale 68/1981, bensì alla colpa professionale e la negligenza dei sanitari, consistenti nellomissione degli esami diagnostici, delle quali doveva rispondere lente.

Ciò premesso, nellambito dellorientamento che vuole sottratto al sindacato di legittimità lindagine interpretativa sul contenuto della domanda, questa Corte ha più volte enunciato il principio secondo cui «in sede di legittimità occorre tenere distinta lipotesi in cui si lamenti lomesso esame di una domanda, o la pronuncia su domanda non proposta dal caso in cui si censuri linterpretazione data dal giudice di merito alla domanda stessa: solo nel primo caso si verte propriamente in tema di violazione dellarticolo 112 Cpc per mancanza della necessaria corrispondenza tra chiesto e pronunciato, prospettandosi che il giudice di merito sia incorso in un error in procedendo,in relazione al quale la Corte di Cassazione ha il potere – dovere di procedere allesame diretto degli atti giudiziari onde acquisire gli elementi di giudizio necessari ai fini della pronuncia richiestale. Nel caso in cui venga invece in contestazione linterpretazione del contenuto o dellampiezza della domanda, tali attività integrano un tipico accertamento in fatto, insindacabile in cassazione salvo che sotto il profilo della correttezza della motivazione della decisione impugnata sul punto» (Cassazione 12259/02; Cassazione 6066/01; Cassazione 3016/01; Cassazione 9314/97; Cassazione 2113/95)

Nel caso di specie, venendo in discussione, come si è detto, linterpretazione della domanda compiuta dalla Corte dappello si è al di fuori dellambito dellarticolo 112 Cpc. In altri termini, non si è in presenza di una violazione della norma processuale e dì un vizio di attività del giudice di merito, il quale ha interpretato la domanda ed ha adeguato a questa inter­pretazione la sua pronunzia relativa allarticolo 112 Cpc.

Il vizio, semmai, sarebbe un vizio attinente al giudizio, come tale sottratto in sé al sindacato di legittimità e censurabile unicamente per difetto di motivazione. E sotto questo profilo si osserva che non si rileva alcun vizio di motivazione nella sentenza impugnata che ha proceduto, con un argomentare logico ed esente da vizi, allinterpretazione della domanda introduttiva della causa.

Neppure censurabile è la conseguente affermazione di responsabilità dellente ospedaliero.

Questa Corteinfatti ha costantemente inquadrato la responsabilità dellente ospedaliero nella responsabilità contrattuale, sul rilievo che laccettazione del paziente in ospedale, ai fini del ricovero o di una visita ambulatoriale, comporta la conclusione di un contratto (Cassazione 6141/78; Cassazione 1716/79; Cassazione 2144/98; Cassazione 6707/88; Cassazione 5939/93; Cassazione 4152/95; Cassazione 7336/98; Cassazione 12233/98; Cassazione 589/99, in motivazione; Cassazione 9198/99; Cassazione 3492/02; Cassazione 11001/03; Cassazione 11316/03, in motivazione).

La responsabilità dellente ospedaliero ha dunque natura contrattuale e può conseguire, a norma dellarticolo 1218 Cc, allinadempimento di quelle obbligazioni che sono direttamente a carico dellente debitore. E può anche conseguire, a norma dellarticolo 1228 Cc, allinadempimento della prestazione medico – professionale svolta direttamente dal sanitario, che assume la veste di ausiliario necessario del debitore.

2. Con il secondo motivo la ricorrente lamenta la «violazione e falsa applicazione degli articoli 1176, 2236 Cc nonché linsufficiente, errata ed illogica e contraddittoria motivazione, in relazione allarticolo 360 n. 3 e 5 Cpc». I giudici di merito, dopo aver correttamente accertato la rarità della patologia in causa, lasintomatologia della stessa, il carattere preventivo sistematico e di massa della prestazione medica richiesta, lassenza di un obbligo di legge circa leffettuazione di screening di massa, lestrema carenza in Sicilia di centri attrezzati allo scopo, avevano contraddittoriamente e illogicamente ritenuto la negligenza dei sanitari e la correlativa responsabilità dellente. Questa essendo la natura della prestazione pretesa, la stessa non poteva essere ritenuta obbligatoria con riferimento allordinaria diligenza da parte del singolo medico. E ritenere diversamente significava considerare oggettiva la responsabilità del medico, indipendentemente da ogni sua colpa, per il solo fatto dellinsorgenza dì una qualche patologia e dellesistenza di uno strumento atto ad individuarla prima che manifesti i suoi sintomi.

Anche questo motivo è infondato.

Il nucleo centrale della motivazione della sentenza impugnata nella parte in cui rigetta il motivo dappello concernente la ritenuta colpa dei sanitari dellospedale fonda sul rilievo che non furono rispettate le regole di comune diligenza e di prudenza da parte dei sanitari. Infatti, secondo quanto risultava dalla consulenza tecnica «allepoca dei fatti la fenilchetonuria era una malattia perfettamente conosciuta, anche se, a differenza da altre regioni del nord Italia, in Sicilia la prevenzione e la diagnosi precoce erano affidate alla libera iniziativa dei reparti di neonatologia ed alla sensibilità e alla preparazione dei pediatri neonatologi. Pertanto considerato altresì che nella regione siciliana esistevano centri specializzati (non importa se fossero venti o nove) , deve ritenersi che, con lordinaria diligenza, i sanitari dellospedale di Vittoria avrebbero dovuto, subito dopo la nascita del Sanfilippo, eseguire i prelievi ed inviarli ai suddetti centri per il compimento degli esami di screening metabolici neonatali, necessari per una precoce diagnosi della malattia».

La motivazione della sentenza impugnata si è risolta in un apprezzamento di fatto che sotto il profilo logico raggiunge un grado di completezza e di ragionevolezza da essere incensurabi1e nel giudizio dì cassazione. In altri termini, nella sentenza impugnata non si rileva quella carenza di logica denunziata dalla ricorrente incidentale, mentre le doglianze svolte consistono nel contrapporre, inammissibilmente in sede di legittimità, alla valutazione della Corte dappello la propria valutazione.

Quanto alla violazione di legge dedotta, si rileva che la Corte dappello ha fatto applicazione dellarticolo 2236 Cc escludendo, implicitamente ma chiaramente, che la prestazione implicasse la soluzione di problemi di speciale difficoltà, tanto che ha rilevato essere allepoca la malattia in questione perfettamente conosciuta.

Avuto riguardo a questa valutazione di merito non si comprende in cosa consisterebbe la violazione della norma indicata, anche considerando che nel giudizio di merito spettava al medico (o allente ospedaliero) provare che il caso fosse di particolare difficoltà (Cassazione 4852/99; Cassazione 1127/98; Cassazione 5005/96; Cassazione 2335/01; Cassazione 6220/88).

3. Con il terzo motivo la ricorrente lamenta la violazione degli articoli. 91 e 92 Cpc e il vizio di motivazione della sentenza impugnata. La Corte dappello, in considerazione dei rilievi svolti, doveva condannare le controparti alle spese di entrambi i gradi di giudizio e in subordine,attesa la particolarità e novità delle questioni, compensarle in tutto o in parte. E i giudici dappello nonostante la doglianza svolta nel gravame non avevano sul punto motivato alcunché. Il motivo è privo di fondamento.

Lattuale ricorrente è stata soccombente nei gradi di merito: e si è sopra esposto per quali ragioni i motivi del ricorso per cassazione non sono fondati.

Quanto alla mancata compensazione in tutto o in parte delle spese, come più volte affermato nella giurisprudenza di legittimità, la valutazione in ordine allopportunità o meno di compensare in tutto o in parte le spese di causa non è sindacabile in sede di legittimità, anche se priva di motivazione (vedi per esempio Cassazione 18236/03).

Per quanto detto il ricorso deve essere rigettato. Le spese del giudizio di cassazione, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza della ricorrente in questa fase.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di Cassazione che liquida in euro 12.000, 00 (dodicimila/O0) per onorari e in euro 100,00 (cento/O0) per spese, oltre spese generali e accessori come per legge.