Assicurazione ed Infortunistica

mercoledì 19 gennaio 2005

Il fondamento della responsabilità della P.A. per insidia stradale. Corte di cassazione Sezione III civile Sentenza 1° dicembre 2004, n. 22592

>Il fondamento della responsabilità della P.A. per insidia stradale.

>Corte di cassazione Sezione III civile Sentenza 1° dicembre 2004, n. 22592

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con citazione notificata il 17 agosto
1995, P. Fabiano conveniva, davanti al pretore di Tolmezzo,
il Comune di Tolmezzo, chiedendo il risarcimento del
danno subito in seguito alla caduta dalla bicicletta, avvenuta alle ore 14 del
31 marzo 1995 in via Tarvisio, nel centro cittadino,
occasionata dall’urto del telaio contro un paletto in ferro sporgente dal manto
stradale per circa un metro, a suo dire costituente insidia, sia perché
inclinato, sia perché avente colorazione simile a quella dell’asfalto.

Il Comune resisteva alla domanda.

Il Pretore rigettava la domanda sul
rilievo che il paletto era posizionato su un’area della quale il Comune non
aveva né la proprietà né la custodia.

Proponeva appello il P..

Si costituiva il Comune e chiedeva il
rigetto dell’appello.

Il Tribunale di Tolmezzo,
con sentenza depositata il 20 novembre 2000, rigettava l’appello.

Riteneva il Tribunale che la zona in
questione era oggettivamente assoggettata al pubblico transito, asfaltata per
tutta la sua ampiezza;

che nella fattispecie non era invocabile
la presunzione di responsabilità di cui all’art. 2051 c.c.,
perché, attesa l’estensione delle strade comunali del Comune di Tolmezzo, era impossibile l’esercizio di un continuo ed
efficace controllo;

che conseguentemente in astratto una
responsabilità poteva ravvisarsi a carico del convenuto solo se fosse esistita
un’ipotesi di insidia o trabocchetto stradale;

che tanto non sussisteva in concreto, in
quanto il paletto era ben individuabile, essendo sporgente dal terreno per un
metro ed essendo bene visibile alle ore 14 del 31 marzo 2004.

Avverso questa
sentenza ha
proposto ricorso per cassazione l’attore.

Resiste con controricorso
il Comune di Tolmezzo, che ha anche presentato
ricorso incidentale condizionato e memoria.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Preliminarmente vanno riuniti i
ricorsi a norma dell’art. 335 c.p.c.

Con il primo motivo di ricorso il ricorrente principale lamenta la violazione e/o
falsa applicazione dell’art. 2051 c.c., in relazione
agli artt. 5 r.d. n. 2506/1923 e 14-21 del d.lgs. n. 285/1992, nonché mancata
o contraddittoria motivazione in ordine alla sua applicazione al caso di
specie, confondendo i concetti di responsabilità presunta o oggettiva con
quella formatasi nel diritto vivente in ordine alla responsabilità per insidia
stradale e collegata al regime generale di responsabilità fissato dall’art.
2043 c.c.

Lamenta il ricorrente che il
tribunale, pur avendo ritenuto astrattamente applicabile nella fattispecie la
responsabilità di cui all’art. 2051 c.c., ha poi temperato la stessa con quella di cui all’art.
2043 c.c. in tema di insidia stradale; che erratamente
il tribunale aveva escluso la responsabilità del comune ai sensi dell’art. 2051
c.c., sulla base delle dimensioni del territorio
comunale.

2. Con il secondo motivo di ricorso il ricorrente lamenta la violazione dell’art. 2043 c.c., in relazione all’art. 1227, comma 1, c.c., dell’art. 5 r.d. n. 2506/1923 e degli artt. 14-20-21 del d.lgs. n. 285/1992, nonché il
vizio motivazionale in ordine alla natura insidiosa dei paletti conficcati nel
manto stradale e della rilevanza di eventuale colpa del danneggiato.

Ritiene il ricorrente che la sentenza
impugnata ha erratamente applicato i principi in tema
di insidia stradale, ritenendo che il paletto fosse
avvistabile da esso attore, e quindi ritenendo che sussistesse la colpa del
danneggiato a norma dell’art. 1227 c.c.; che non era
possibile avvistare il paletto di ferro, se non previa ispezione della sede
stradale, mentre l’utente percorreva la strada, confidando nella normalità del
fondo.

3.1. Ritiene questa Corte che i due
motivi di ricorso, essendo strettamente connessi, vadano
esaminati congiuntamente.

Essi sono infondati
e vanno rigettati.

Osserva questa Corte che esistono due orientamenti giurisprudenziali in merito alla
responsabilità della P.A. per i danni subiti dall’utente conseguenti ad omessa
od insufficiente manutenzione di strade pubbliche.

Secondo l’orientamento predominante
questa tutela è esclusivamente quella predisposta dall’art. 2043 c.c.

Si osserva, infatti, che la P.A. incontra nell’esercizio
del suo potere discrezionale anche nella vigilanza e controllo dei beni di
natura demaniale, limiti derivanti dalle norme di legge o di regolamento, nonché dalle norme tecniche e da quelle di comune prudenza e
diligenza, ed in particolare dalla norma primaria e fondamentale del neminem laedere (art. 2043 c.c.),
in applicazione della quale essa è tenuta a far sì che il bene demaniale non
presenti per l’utente una situazione di pericolo occulto, cioè non visibile e
non prevedibile, che dia luogo al c.d. trabocchetto o insidia stradale.

Sussiste l’insidia, fondamento della
responsabilità risarcitoria ex art. 2043 c.c., della P.A. per danni
riportati dall’utente stradale, allorché essa non sia visibile o almeno
prevedibile (Cass. 22 aprile 1999, n. 3991; Cass. 28 luglio 1997, n. 7062;
Cass. 20 agosto 1997, n. 7742; Cass. 16 giugno 1998, n. 5989 e molte altre).

3.2. Un orientamento minoritario,
invece, riconduce la responsabilità della P.A., proprietaria di una strada pubblica, per danni subiti
dall’utente di detta strada, alla disciplina di cui all’art. 2051 c.c., assumendo che la P.A., quale custode di
detta strada, per escludere la responsabilità che su di essa fa capo a norma
dell’art. 2051 c.c. deve provare che il danno si è verificato per caso
fortuito, non ravvisabile come conseguenza della mancanza di prova da parte del
danneggiato dell’esistenza dell’insidia, che questi, invece, non deve provare,
così come non ha l’onere di provare la condotta commissiva
o omissiva del custode, essendo sufficiente che provi l’evento danno ed il
nesso di causalità con la cosa (Cass. 22 aprile 1998, n. 4070; Cass. 20
novembre 1998, n. 11749; Cass. 21 maggio 1996, n. 4673).

4.1. Ritiene questa Corte di dover
condividere il primo orientamento.

Con riferimento all’orientamento
favorevole alla riconducibilità di tale
responsabilità nell’alveo dell’art. 2043 c.c. appare opportuno richiamare, sia
pure per sommi capi, il percorso tracciato dalla giurisprudenza che nei primi
anni del 1900 iniziò ad affermare il principio della responsabilità della P.A.
conseguente alla violazione colposa delle regole di prudenza e di esperienza nell’ambito della attività amministrativa,
fissando il limite oltre il quale la discrezionalità (e la correlata insindacabilità del suo comportamento da parte
dell’autorità giudiziaria) doveva arrestarsi, e sostenendo la rilevanza sul
piano civilistico della inosservanza delle regole di
prudenza, perizia e diligenza anche con riguardo alla specifica materia della
manutenzione stradale.

In tale contesto
la giurisprudenza in un primo tempo elaborò la figura della insidia o
trabocchetto quale elemento sintomatico della attività colposa
dell’amministrazione, ricorrente allorché la strada nascondeva una insidia non
evitabile dall’utente con l’ordinaria diligenza; successivamente, peraltro,
tale nozione divenne un indice tassativo ed ineludibile
della responsabilità della P.A., e l’onere probatorio
in ordine alla sua sussistenza ricadeva a carico del danneggiato.

Tale orientamento costituisce
sostanzialmente ancor oggi un elemento fondamentale per l’affermazione della
responsabilità della P.A. ex art. 2043 c.c. con riferimento ai danni prodotti
da omessa o insufficiente manutenzione di strade pubbliche, ricondotta infatti all’inosservanza del principio del "neminem laedere", ma sempre
a condizione che venga provata l’esistenza di una situazione insidiosa
caratterizzata dalla non visibilità e dalla non prevedibilità del pericolo.

4.2. La problematica in esame è stata
esaminata dalla Corte costituzionale (10 maggio 1999, n. 156) a seguito di una ordinanza del Giudice di Pace di Genova che, investito
della risoluzione di una controversia promossa da un privato contro il Comune
di Genova per i danni subiti a causa di una caduta da un motociclo prodotta
dalla presenza, astrattamente percepibile in anticipo ma non segnalata, di
terriccio su una strada comunale, aveva sollevato la questione di legittimità
costituzionale degli artt. 2043,
2051 e 1227, primo comma, c.c. in rapporto agli artt.
3, 24 e 97 Cost.

La
Corte costituzionale, nel ritenere non fondata la questione,
richiamato il principio di autoresponsabilità
a carico degli utenti "gravati di un onere di particolare attenzione
nell’esercizio dell’uso ordinario diretto del bene demaniale per salvaguardare
appunto la propria incolumità", ha tra l’altro considerato la nozione di
insidia "come una sorta di figura sintomatica di colpa, elaborata dalla
esperienza giurisprudenziale, mediante ben sperimentate tecniche di giudizio,
in base ad una valutazione di normalità, con il preciso fine di meglio
distribuire tra le parti l’onere probatorio, secondo un criterio di
semplificazione analitica della fattispecie generatrice della responsabilità in
esame" (sull’infondatezza della
sollevata questione di incostituzionalità, vedasi anche Cass. S.U. n. 10893/2001).

4.3. Non può, invece, condividersi
l’orientamento, sostenuto dal ricorrente principale, secondo cui la
responsabilità della P.A.,
nella fattispecie, sarebbe regolata dall’art. 2051 c.c. Infatti, in conformità
ad una giurisprudenza consolidata di questa Corte Suprema, deve ribadirsi che
la presunzione di responsabilità per danni cagionati dalla cosa in custodia, di
cui all’art. 2051 c.c., non si applica agli enti
pubblici, ogni qual volta il bene, sia esso demaniale o patrimoniale, per le
sue caratteristiche (estensione e modalità di uso) è oggetto di una
utilizzazione generale e diretta da parte di terzi che limita in concreto la
possibilità di custodia e vigilanza sulla cosa (tra le tantissime, ad esempio,
15 gennaio 1996, n. 265, nonché Cass. 21 gennaio 1987 n. 526, Cass. 4 aprile
1985, n. 2319, Cass. 20 marzo 1982, n. 1817, Cass. 20 gennaio 1982, n. 943).

L’art. 2051 c.c., in tema di presunzione di responsabilità per il danno
cagionato dalle cose che si hanno in custodia in realtà trova applicazione nei
confronti della pubblica amministrazione, con riguardo ai beni demaniali,
esclusivamente qualora tali beni non siano oggetto di un uso generale e diretto
da parte dei terzi, ma vengano utilizzati dall’amministrazione medesima in
situazione tale da rendere possibile un concreto controllo ed una vigilanza
idonea ad impedire l’insorgenza di cause di pericolo (Cass. 30 ottobre 1984, n.
5567), ovvero, ancora, qualora trattisi di beni demaniali o patrimoniali che
per la loro limitata estensione territoriale consentano una adeguata attività
di vigilanza sulle stesse (Cass. 7 gennaio 1982, n. 58).

4.4. Pacifico essendo che nella
specie l’incidente si è verificato su una strada del
Comune di Tolmezzo, il giudice d’appello, con valutazione
fattuale rientrante nei suoi esclusivi poteri, ha
ritenuto che date le dimensioni del territorio comunale non era possibile una
forma di controllo sulle strade comunali, nei termini in cui essa grava sul
custode della cosa, per cui, sulla base di questa premessa fattuale,
ha correttamente ritenuto che la questione andasse decisa esclusivamente sotto
il profilo della disciplina di cui all’art. 2043 c.c.,
escludendo che potesse inquadrarsi in quella di cui all’art. 2051 c.c.

Avendo poi il giudice d’appello
accertato in fatto, con motivazione né insufficiente né contraddittoria, ed in
ogni caso immune da censure rilevabili in questa sede di sindacato di
legittimità, che nella fattispecie non ricorrevano gli estremi dell’insidia
stradale, poiché il paletto era di notevoli dimensioni in quanto uscente per
circa un metro da terra, avvistabile ed evitabile, in considerazioni delle sue
dimensioni, del colore di intensità diversa e non
confondibile con l’asfalto, correttamente ha rigettato la domanda anche sotto
il profilo dell’art. 2043 c.c.

5. Il rigetto del ricorso principale
comporta che vada dichiarato assorbito il ricorso incidentale condizionato.

Esistono giusti motivi per dichiarare
interamente compensate tra le parti le spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

Riunisce i ricorsi. Rigetta il
ricorso principale e dichiara assorbito il ricorso
incidentale condizionato.

Compensa per intero tra le parti le spese del giudizio di cassazione.