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mercoledì 28 febbraio 2007

Discorso del presidente del Consiglio dei ministri Romano Prodi al Senato della Repubblica il 27 febbraio 2007

Discorso del presidente del
Consiglio dei ministri Romano Prodi al Senato della Repubblica il 27 febbraio 2007

Signor Presidente del Senato,
onorevoli senatrici e onorevoli senatori,

l’esecutivo
da me presieduto è stato nei giorni scorsi messo in minoranza in una votazione
che aveva per oggetto un capitolo fondamentale dell’azione di Governo e della
vita del Paese: la politica estera e di sicurezza. Già prima del voto, nella
maggioranza si erano manifestate tensioni, con una accentuata
litigiosità tra le sue diverse componenti. Per questi motivi non ho, sin
dall’inizio, nascosto la natura politica di questa crisi e ho immediatamente
presentato le dimissioni al Capo dello Stato.

Al termine delle approfondite
consultazioni e dopo aver ascoltato tutte le formazioni politiche presenti in
Parlamento, il Presidente Napolitano ha respinto le dimissioni e ha rinviato il
Governo alle Camere. Anche in virtù del chiarimento politico avvenuto nel
frattempo tra le componenti della maggioranza. Sono qui oggi, dunque, per
chiedere il rinnovo della fiducia, per restituire immediata e piena normalità
all’attività parlamentare, per riprendere con determinazione e slancio ancora
maggiori l’azione di Governo.

Signor Presidente, onorevoli
senatrici, onorevoli senatori, ho affermato che questa è stata una crisi
politica. Ciò richiede che il Governo e la maggioranza che lo sostiene ne traggano fino in fondo gli insegnamenti conseguenti.
Insegnamenti di metodo. Insegnamenti di merito.

La prima lezione che dobbiamo
trarre è che questa crisi si colloca all’interno della lunga e incompiuta
transizione del sistema istituzionale e politico del Paese avviata nei primi
anni Novanta. Ebbene, uno dei nodi principali di questa transizione è
rappresentato dalla attuale legge elettorale.

Per questo motivo rispondendo con
convinzione all’invito del Presidente della Repubblica, ribadiamo l’impegno col
quale ci siamo presentati alle elezioni e consideriamo come nostro dovere
quello di operare per una pronta riforma del sistema elettorale. Su questo
argomento tuttavia mi soffermerò a conclusione del mio intervento.

Ora vorrei parlarvi di quelli che
d’ora in avanti dovranno essere il metodo e il merito
dell’azione del Governo e della maggioranza. Le forze che sostengono il Governo
hanno ispirazioni culturali differenti; ma tutte sono accomunate da un
obiettivo di riforma e di profondo rinnovamento del Paese. Questo grande
obiettivo non potrà essere perseguito se non si avrà come unico punto di
riferimento l’interesse generale della comune azione di Governo.

All’interno dell’esecutivo e
nella maggioranza sono e saranno garantiti gli spazi e le occasioni per un
confronto aperto delle posizioni e delle proposte ma, una volta giunti a una
sintesi e a un’intesa, essa sarà da tutti seguita e rispettata. Lo scorso 21
febbraio è sulla politica estera che si è determinata la crisi. E’ giusto,
pertanto, che sia proprio da qui, dalla politica estera, che noi, Governo e
maggioranza riprendiamo il nostro cammino, ricordando quanto abbiamo fatto fino
ad ora e annunciando con chiarezza che cosa intendiamo fare nel futuro.

Il 12 dicembre 2003, in una situazione di
forte polarizzazione dei rapporti tra Europa e Stati Uniti, il Consiglio
Europeo adottò – per la prima volta nella sua storia – una strategia di
sicurezza comune.

Il concetto chiave su cui si
basava quella strategia era il "multilateralismo": nessun Paese
europeo, preso singolarmente, è in grado di affrontare e risolvere problemi di
portata mondiale.

Nel definire la politica estera e
di sicurezza del nostro Governo, fu quello il concetto essenziale al quale ci siamo rifatti. Abbiamo perciò collocato l’Italia al centro
dell’Europa costruendo un rapporto stretto con Germania, Francia e Spagna senza
per questo allentare le relazioni con il Regno Unito. E guardiamo all’Alleanza
Atlantica e agli Stati Uniti come complemento naturale della scelta europea, in
coerenza con la politica estera e di sicurezza che ha guidato tutta la nostra
storia repubblicana.

Coerenti con questo quadro
ribadiamo gli impegni che da questi rapporti ci derivano con gli Stati Uniti.
Partendo da tali principi, abbiamo sviluppato la nostra azione nelle aree a noi
più immediatamente vicine. Nei Balcani abbiamo perseguito un’azione volta a
favorire la definitiva stabilizzazione della regione, avendo in mente la
prospettiva di adesione di tutti questi paesi all’Unione. Parlando del Medio
Oriente, non posso non ricordare, la decisione di portare a compimento la
missione in Iraq con il rientro delle nostre truppe. Rientro avvenuto in modo
concordato con le autorità irachene, senza creare vuoti di sicurezza.

In Medio Oriente abbiamo
sviluppato una politica di attenzione verso tutti gli attori della regione,
convinti che il miglior modo per aiutare la pace e la stabilità della regione
non è quello di scegliere una parte a scapito dell’altra, ma, al contrario,
quello di sforzarsi di capire le ragioni degli uni e degli altri. Questo è
l’unico metodo in grado di far progredire il percorso della pace.

Non si tratta di retorica ma di
un metodo coerente di lavoro: la decisione di assumere una posizione di guida
nell’invio di una missione di peace-keepers in Libano sotto l’egida delle
Nazioni Unite ne è un’applicazione concreta.

Considero questa decisione uno
dei momenti più significativi dell’azione di politica estera del nostro
Governo. Essa è stata sviluppata nell’ambito delle Nazioni Unite, d’intesa con
i nostri partner europei, con il sostegno pieno di Washington, Mosca, Pechino e
di molti stati musulmani. E con l’appoggio convinto delle parti: Libano e Israele,
così come degli altri attori regionali. Abbiamo dimostrato che siamo capaci di
assumerci responsabilità importanti e di svolgere un’azione di guida senza mai
abbandonare l’approccio multilaterale. Ma abbiamo anche dimostrato che questo
Governo è pronto a utilizzare le proprie truppe quando
si tratta di porle con generosità al servizio della pace e della stabilità.

Guardando ora al futuro – e
sempre rimanendo nella regione mediorientale – voglio confermare che
continueremo ogni sforzo per avvicinare le posizioni di israeliani e
palestinesi, e rendere finalmente possibile la prospettiva di due stati e due
popoli che possano vivere in pace e sicurezza l’uno accanto all’altro. Siamo
ugualmente impegnati per tenere aperto un canale di dialogo con l’Iran. Se è
vero che le scelte di Teheran hanno creato una situazione di forte
contrapposizione con la comunità internazionale, è anche vero che occorre fare
tutto il possibile per evitare il precipitare della crisi verso una soluzione
militare.

Non voglio sfuggire alla
questione della nostra presenza in Afghanistan. Sono ben cosciente che si
tratta di un tema su cui esistono sensibilità diverse. E sono convinto che la
presenza militare non possa rappresentare, da sola, la soluzione ai problemi
della regione. Il Governo ha sostenuto con convinzione – e continuerà a farlo –
che solo un’azione politica che coinvolga tutta la
comunità internazionale (ed in particolare i paesi confinanti) potrà garantire
la stabilità dell’area. E’ questo il senso della conferenza per la pace in
Afghanistan, conferenza che stiamo proponendo da tempo. Una proposta che, dopo
la fatica iniziale, sta raccogliendo consensi crescenti a partire da quello
espressomi personalmente dal Presidente Karzai. La nostra presenza in
Afghanistan ha l’obiettivo di aiutare e sostenere il processo di consolidamento
delle giovani istituzioni democratiche del Paese. I nostri soldati in
Afghanistan – come in tutte le nostre missioni – sono portatori di una cultura
di dialogo e di aiuto, non di confronto o scontro. A loro va un’ammirazione che
so essere condivisa da tutte le forze politiche e da tutto il Parlamento.

Quando si parla di pace e
stabilità, occorre parlare anche di solidarietà e di cooperazione. Penso in
particolar modo al continente africano. Nei mesi scorsi abbiamo già fornito un
concreto segnale di sostegno all’Africa raddoppiando i fondi del nostro aiuto
pubblico allo sviluppo, portandoli a 600 milioni di euro per il 2007. Abbiamo
anche voluto far fronte agli impegni assunti internazionalmente versando al
Fondo Globale per la Lotta
all’AIDS, Tubercolosi e Malaria i 260 milioni di euro
che rappresentano la nostra quota per gli anni 2005, 2006 e 2007.

E anche sul piano più
propriamente politico abbiamo dato un segnale preciso con la mia partecipazione,
unico capo di Governo dell’Unione Europea, al Vertice dell’Unione Africana di
Addis Abeba. Il nostro obiettivo è stato e sarà duplice. Da un lato aiutare a
costruire un partenariato euro-africano basato sullo sviluppo, sulla giustizia
e sui diritti; dall’altro aiutare la risoluzione di crisi come quella del
Darfur e del Corno d’Africa.

Con i nostri partner mondiali ci
stiamo impegnando per favorire il ritorno a un vero sistema multilaterale per
poter affrontare insieme le grandi sfide dell’umanità: i cambiamenti climatici,
la lotta alle pandemie, la gestione dei flussi migratori. Abbiamo ingaggiato in
questi mesi una significativa battaglia contro la pena di morte. Con la nostra
proposta di moratoria all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite siamo diventati
capofila di una grande battaglia di civiltà.

Battaglia di lungo periodo che ha
bisogno di tutte le energie disponibili: politiche, culturali e religiose. Il
nostro impegno in campo internazionale non sarebbe completo se non
menzionassimo l’impegno per sostenere e valorizzare il patrimonio rappresentato
dalle comunità italiane nel mondo. Un patrimonio che pochi altri paesi possono
vantare, ma che noi tutti, nei decenni scorsi, abbiamo largamente trascurato.
La presenza, per la prima volta in questo Parlamento, di senatori e deputati
eletti all’estero è il segno felice di un’inversione di tendenza che dobbiamo
onorare e che noi onoreremo.

Questi sono alcuni dei punti
cardine della nostra politica estera e di sicurezza che fa perno intorno
all’Art. 11 della Costituzione. Che si basa sulla profonda convinzione che il
quadro multilaterale è il solo che permette di far progredire i processi di riconciliazione
nei paesi in conflitto, di difendere i diritti umani, di abbattere il muro
della povertà. Io penso che una politica matura della pace vada giudicata nel
suo disegno complessivo e non sulle singole scelte. Non chiedo sconti, chiedo
solo che si ragioni sulle soluzioni concrete realistiche e possibili. Questa è
la via della pace, questa è la fatica della pace.

E ora, è giunto per me il tempo
di illustrare gli altri temi e gli altri campi dell’azione di Governo:
l’economia, l’ambiente, il Mezzogiorno, l’energia e la ricerca.

Con una premessa e una
precisazione:

Signor Presidente del Senato,
onorevoli senatrici e onorevoli senatori, le parole che oggi vi rivolgo debbono
essere lette in continuità con quelle qui da me pronunciate nelle considerazioni
programmatiche dello scorso mese di maggio. Il programma di Governo è e rimane
il punto di riferimento della nostra azione. Ma, proprio perché esso è già un
punto di riferimento condiviso, oggi, non ne ripercorrerò, uno per uno, i capitoli. Vi chiedo, pertanto, e lo chiedo prima che a
ogni altro ai parlamentari della maggioranza e agli stessi membri del Governo,
di non giudicare il mio discorso per quello che esso non contiene. Oggi mi
concentrerò solo su alcune sfide che il corso degli avvenimenti e le novità
politiche degli ultimi giorni ci stanno ponendo davanti con maggiore urgenza e
intensità.

Tra l’ottobre e il dicembre dello
scorso anno – e qui vengo all’economia – il Paese ha accelerato il proprio
ritmo di crescita, tanto da portare il tasso di sviluppo sul totale dei dodici
mesi al 2 per cento.

Più di quanto ci si aspettasse.
Più di quanto l’Italia aveva fatto in tutti i quattro anni
precedenti messi insieme. Abbiamo così ridotto la distanza che ci separa
dalle principali economie europee. E per quest’anno speriamo e ragionevolmente
pensiamo di fare ancora meglio. So troppo bene che la nostra ritrovata capacità
di crescere dipende anche dal positivo andamento dell’economia mondiale ed
europea. E sono anche consapevole che non tutto il merito dei buoni risultati
può essere attribuito al nostro Governo.

Tuttavia, posso con tranquilla
coscienza affermare che l’azione del Governo ha positivamente stimolato la
crescita economica, mettendo contestualmente sotto controllo i conti pubblici e
mantenendo così gli impegni presi con l’Unione Europea. Abbiamo avviato un
riordino del sistema delle autorità indipendenti, creando, tra l’altro, una
speciale Commissione bicamerale per le liberalizzazioni e l’apertura dei
mercati. Abbiamo aperto alla concorrenza e liberato da regole e vincoli ormai
superati molti settori. Ogni azione in questo campo è stata orientata a
favorire il cittadino consumatore che già ne ha tratto concreti benefici.

Proseguiremo su questa strada. In
questo ambito stiamo già procedendo alla individuazione di politiche
particolari per il settore dell’acqua, in modo da garantirne la funzione di
servizio pubblico. All’Unione Europea, che per bocca del commissario agli
affari economici Almunia ha riconosciuto che l’Italia "sta andando nella
giusta direzione", assicuriamo che continueremo a fare la nostra parte con
serietà e impegno. Il Governo, ma direi tutta la classe politica del Paese, ha
oggi una grande responsabilità, quella di non vanificare gli importanti
risultati fin qui conseguiti. Dobbiamo consolidare la crescita economica e
dobbiamo completare il processo di risanamento della finanza pubblica. Abbiamo infatti ancora un debito pubblico ben superiore alla
ricchezza che il Paese è in grado di produrre in un anno. Per ottenere tali obiettivi
abbiamo bisogno di coinvolgere tutte le fasce di popolazione, aumentando la
loro partecipazione alla vita attiva e la loro produttività.

Per raggiungere i nostri
obiettivi abbiamo tuttavia bisogno del contributo di tutti, secondo le
specificità di ciascun territorio. Ciò mi porta a toccare il tema del
Mezzogiorno. Lo sviluppo del Mezzogiorno mantiene un’importanza centrale nel
programma del Governo. Oltre alle misure previste nella legge Finanziaria, e
penso in particolare alle risorse certe per le infrastrutture stradali e
portuali, abbiamo adottato il Quadro strategico nazionale per il 2007-2013 per
l’allocazione dei Fondi comunitari e del Fondo per le Aree sottoutilizzate. Si
tratta, complessivamente, di 123 miliardi di euro. E’ un volume di risorse
straordinario.

Il Governo è comunque consapevole
che una politica per il Mezzogiorno deve puntare in primo luogo e con forza
sulla creazione di condizioni di sicurezza per le persone, per gli investimenti
e per le imprese. Senza sicurezza non vi sarà sviluppo, così come in passato
non vi è stato sviluppo nelle aree in cui l’illegalità ha agito da padrona.

I profondi cambiamenti climatici
in atto ci impongono l’assunzione di chiari impegni a difesa dell’ambiente, in
particolare delle energie rinnovabili e di lotta all’inquinamento. Il pacchetto
energia recentemente approvato dal Governo va in questa direzione con molta
determinazione. In particolare, esso punta alla riqualificazione degli edifici
per ridurre le dispersioni termiche, all’aumento dell’efficienza dei consumi
industriali, alla mobilità sostenibile.

Ma non ci possiamo accontentare.
Dobbiamo fare di più e assumere la questione ambientale come una questione
centrale dell’Italia e una grande opportunità per la qualità della vita, per la
competitività, per l’innovazione. Penso a un grande sforzo di ricerca per le
energie rinnovabili di ultima generazione: una nuova energia pulita, abbondante
e nelle mani dei cittadini. Dentro a un più forte impegno nella ricerca e
nell’innovazione intendiamo lanciare un progetto sulla energia solare di ultima
generazione. In questo campo, come nel campo della medicina dove in alcuni
settori, come nella medicina rigenerativa, abbiamo la concreta possibilità di
recuperare il tempo perduto.

Una politica che limiti il
ricorso a energie altamente inquinanti esige però nel
breve e nel medio termine di poter far uso di fonti più pulite e già oggi
largamente disponibili, come il gas. Coinvolgendo e responsabilizzando le
autorità locali, procederemo per dotare l’Italia di strutture adeguate allo
scopo, dalle reti europee ai terminali.

Tra gli impegni internazionali
che l’Italia intende rispettare vi è anche il completamento, nei tempi
prestabiliti, delle tratte di competenza italiana della rete transeuropea di
trasporto. L’Italia farà la sua parte perché le tratte transfrontaliere da
Torino a Lione, da Verona a Monaco di Baviera e da Trieste a Divaccia vengano
cantierate e concluse nei tempi più rapidi possibili. Nello stesso tempo
dovranno essere completate anche le tratte interne, oltre che avviate le
"autostrade del mare". E’ un impegno assunto in sede europea, e che
porteremo avanti con il metodo che noi abbiamo scelto, di un dialogo continuo e
aperto con le comunità interessate.

I giovani, le donne, gli anziani
e le famiglie sono i soggetti e le componenti della nostra società verso cui
concentrare uno sforzo straordinario. In particolare l’Italia registra ancora
un grave ritardo per quanto riguarda il ruolo delle donne. Il Governo ha già
cominciato a lavorare per porre rimedi a questa situazione ma
molto dovrà essere fatto in futuro. Affronteremo inoltre con numerosi strumenti
il tema delle pensioni più basse e delle carriere professionali dei nostri
giovani, in particolare di coloro che vivono il dramma della precarietà.
L’Italia deve sentire il dovere morale di concedere ai propri figli
l’opportunità di costruirsi il futuro in dignità e serenità, di impedire che
un’intera generazione di giovani affronti la vita senza certezza. A questo ci
dedicheremo nell’ambito del riordino del sistema previdenziale e delle
politiche del lavoro.

Ci sentiamo fortemente impegnati
per garantire la tenuta finanziaria del sistema ma, allo scopo di assicurare
una maggiore efficienza e ottenere gli indispensabili risparmi, non
indietreggeremo di fronte a scelte e a interventi di riorganizzazioni anche non
facili come l’unificazione degli enti previdenziali e assistenziali.

Come dicevo in precedenza, la
crescita va incentivata ulteriormente, ma anche governata con la costante
ricerca di maggiore equità e coesione sociale. Al centro della quale
continuiamo a ritenere debba stare la famiglia. Il rilancio economico,
sostenuto da un solido risanamento dei conti pubblici e da una seria,
determinata e costante lotta all’evasione fiscale è l’unica condizione per
potere ridurre progressivamente il carico fiscale che grava sulle famiglie
italiane.

Proseguendo sulla strada
intrapresa negli scorsi mesi, le politiche del Governo si concentreranno con
ancora maggiore attenzione sul sostegno alle famiglie e sulla creazione di
condizioni e servizi migliori a favore della natalità. L’area delle famiglie
interessate all’aumento delle erogazioni monetarie alle famiglie sarà
allargata, con l’obiettivo di una loro estensione universale.

Inoltre, aumenteremo in modo
significativo il numero degli asili nido. La casa ha assunto ancor più che nel
passato un peso centrale nel determinare le condizioni di vita reali delle
famiglie e richiede un ampio sforzo per affrontare sia le emergenze abitative
in senso stretto che le difficoltà nel mercato degli affitti. Rilanceremo
perciò l’offerta di edilizia residenziale pubblica, assieme a misure per
allargare il mercato privato degli affitti, in particolare con una revisione
degli incentivi fiscali. Il Governo inoltre proporrà una modifica del calcolo
dell’ICI sulla prima casa, modifica che consentirà significative riduzioni in
funzione del numero di componenti del nucleo familiare.

A tutti questi temi, come a
quelli che toccano, più in generale, la questione della crescita o della
riforma e del rilancio della Pubblica Amministrazione, ci dedicheremo
utilizzando gli strumenti della concertazione. Non per un fatto formale o di
semplice ricerca del consenso. "Concertare" significa in primo luogo
saper ascoltare e saper comprendere le ragioni di coloro che operano e lavorano
nella società. Nelle prossime settimane daremo perciò il via a questo percorso,
che sarà dedicato ai temi della competitività e della produttività e della
crescita compatibile del nostro sistema economico.

Nella sua storia, e
particolarmente in quella più recente, l’Italia ha dato le prove migliori e più
alte quando ha saputo mettere in atto un’azione comune e concordata. E’ stato
così negli anni della ricostruzione. E’ stato così negli anni della lotta al
terrorismo. E’ stato così nello sforzo per entrare nell’Europa dell’Euro. Oggi,
pur nel legittimo confronto tra le forze politiche, l’Italia ha bisogno di
ritrovare quel medesimo spirito di coesione.

Le forze dell’ordine sono state,
nei mesi scorsi, impegnate con dedizione e con risultati straordinari nel
contrasto e nella prevenzione del terrorismo. Mentre, interpretando il pensiero
di tutti voi, esprimo la solidarietà a coloro che sono stati oggetto di
minacce, rinnovo la riconoscenza a tutte le donne e gli uomini che lavorano per
proteggerci. Solo mostrandoci uniti, potremo sconfiggere in modo definitivo il
terrorismo. Ugualmente, solo unendo i nostri sforzi e operando insieme potremo
consolidare la ripresa in atto e rendere la nostra società più prospera, più
equa e, forse, più serena.

Voglio riprendere ora il tema della
riforma elettorale. E’ un compito che certamente trascende l’orizzonte,
forzatamente di parte, della maggioranza e del Governo, e che coinvolge la
scrittura di regole fondamentali su cui l’intero sistema politico deve potersi
riconoscere. Il riassetto complessivo dell’ordinamento deve coinvolgere tutte
le parti politiche, e avere nel Parlamento la sua prima e principale sede. E’
importante che questo avvenga in una prospettiva di aggiornamento complessivo
del nostro sistema costituzionale e di definitiva conclusione della troppo
lunga transizione italiana.

Un impegno, questo, che il
Presidente Napolitano ha indicato a tutto il Parlamento.

E’ vitale avere un sistema
istituzionale capace di garantire un’effettiva stabilità all’azione di Governo,
di assicurare un ruolo forte e incisivo all’opposizione e di rispettare il
diritto degli elettori di poter chiedere conto dei risultati conseguiti e delle
politiche attuate. Occorre portare finalmente a equilibrio virtuoso il rapporto
tra lo Stato, le Regioni e le altre articolazioni territoriali che esprimono la
ricchezza di un Paese pieno di potenzialità e di capacità. Questo,
eventualmente, anche attraverso una modifica della composizione stessa del
Parlamento. Abbiamo bisogno di una Repubblica governante e governabile che
assegni allo Stato e al Governo centrale il compito di garantire l’interesse generale, ma capace di coinvolgere i livelli territoriali
nella assunzione delle decisioni che li riguardano, e delle quali esse devono
rispondere ai loro cittadini.

Abbiamo bisogno di mettere
finalmente a punto un sistema di federalismo fiscale che, in un quadro di
equità e coesione nazionale e di valorizzazione dei territori, assegni ai
livelli regionali e locali la necessaria autonomia finanziaria e le conseguenti
responsabilità nella gestione delle risorse. Ed è in questo quadro che il
Governo si impegna a dare rapida attuazione alla parte del programma che
riguarda le minoranze linguistiche e le autonomie speciali.

Il Parlamento
ha davanti un lungo lavoro: consolidare e razionalizzare la forma di Governo;
rendere più equilibrata la forma di Stato; dare al nostro ordinamento
repubblicano un assetto coerente con i grandi valori della Costituzione, ma
anche con le sfide del nostro tempo. Spetta al Parlamento stabilire con
quali modalità, anche organizzative, svolgere questo lavoro. Deciderà il
Parlamento se, a questo fine, potrà essere utile individuare al suo interno un
"luogo" in grado di elaborare, come è necessario, un disegno
complessivo e coerente.

La legge elettorale ha assoluta
priorità. Il Governo, da parte sua, farà ogni sforzo per accompagnare il
Parlamento in una riflessione che dovrà svolgersi in tempi rapidi. Non tocca a
me oggi dare indicazioni di merito. Il Ministro Chiti ha iniziato a lavorare su
questo. Continueremo a farlo, sempre consapevoli del rispetto dovuto al
Parlamento e della necessità di cercare e trovare su questi temi il più ampio
consenso. Non abbiamo pregiudiziali se non una: la nuova legge elettorale dovrà
essere il frutto di una convergenza ampia. Le leggi elettorali, come le
modifiche alla Costituzione, non dovranno mai più essere decise dalla sola
maggioranza.

Credo che alcuni principi possano
essere da tutti condivisi. Una legge che garantisca ai cittadini di poter
scegliere non solo un partito, ma anche un programma, una coalizione, una
proposta di Governo, un primo ministro. Il dibattito italiano
su questi nodi dura ormai da alcuni decenni. Esso è riuscito persino a
trapassare dalla prima alla seconda fase della nostra esperienza repubblicana,
senza mai giungere a una conclusione adeguata alle esigenze del Paese.

L’ambizione che possiamo
coltivare è che questa legislatura porti finalmente a termine questa lunga
infinita transizione. Al Parlamento e al Governo che saranno capaci di
raggiungere questo risultato, il Paese assicurerà riconoscenza e gratitudine.
Il mio auspicio è che quel Parlamento sia questo Parlamento. Ed è su tali
propositi e su questo programma, onorevoli senatrici e onorevoli senatori, che
chiedo a nome del Governo la vostra fiducia.