Imprese ed Aziende

venerdì 26 maggio 2006

Confindustria – Assemblea 2006 – Intervento del Presidente Luca Cordero di Montezemolo

Confindustria – Assemblea 2006 – Intervento del Presidente Luca Cordero di Montezemolo

Autorità, colleghi imprenditori, signore e signori,

questa sala, così piena e così carica di attese, testimonia l’Italia che ha voglia di lavorare e di guardare lontano. E’ un’Italia che c’è e dobbiamo far risaltare.

Dopo un lungo periodo di difficoltà, in cui il nostro paese ha sperimentato la più bassa crescita dell’intero dopoguerra, la nostra economia mostra qualche primo, modesto segnale di ripresa.

Consolidare questa tendenza ed evitare che si limiti ad un fenomeno effimero è il compito che tutti noi abbiamo davanti. Esistono le condizioni per superare la fase di stagnazione che abbiamo conosciuto. Dai comportamenti di tutti i soggetti, a cominciare da noi imprenditori, dipende la possibilità per l’economia italiana di uscire dal torpore e riprendere davvero il cammino della crescita.

Siamo convinti che questo obiettivo sia difficile e impegnativo e tuttavia, come altre volte in passato, alla nostra portata. Ma sono necessarie scelte rigorose e coraggiose e non esistono più scorciatoie. A tutti è richiesto di fare bene il proprio mestiere e di mettersi in gioco.

Esattamente due anni fa, nel maggio del 2004, prendemmo come imprenditori un impegno forte nei confronti del Paese: quello di rimboccarci le maniche, di combattere la logica del declino. I dati della produzione industriale stanno lì a dimostrare che ci siamo spesi con grande determinazione e che abbiamo reagito.

Ma i buoni segnali vengono purtroppo quasi unicamente dal mondo delle imprese. Dai dati, complessivamente, emerge infatti l’immagine di un apparato produttivo vitale e dinamico, che sta ancora una volta cercando di essere il motore dello sviluppo.

In questi primi mesi dell’anno la crescita del Prodotto Interno Lordo è stata sostenuta soprattutto da un forte incremento della produzione industriale: quasi +5% nei primi tre mesi del 2006.

L’industria italiana si è misurata con la concorrenza internazionale. Ha incontrato limiti nelle sue ridotte dimensioni. Ha ripiegato su alcune posizioni. Ha dovuto far da sola nei mercati più lontani e difficili, mentre imprese di altri paesi hanno avuto il sostegno pieno dei loro sistemi-nazione. Oggi molte aziende sono individualmente più forti, ma non per questo è più forte il nostro sistema produttivo.

Lo si vede anche attraverso i bilanci delle imprese che in questi giorni vengono pubblicati. I conti delle singole imprese sono positivi ma il fatturato non è sempre aumentato e la crescita complessiva delleconomia nel 2005 è stata praticamente pari a zero.

L’occupazione cresce grazie alla regolarizzazione dei lavoratori immigrati, spesso impiegati in lavori e mansioni marginali, a basso valore aggiunto. Anche questo spiega la riduzione della produttività, la caduta complessiva della competitività, l’aumento del costo del lavoro per unità di prodotto, pur in presenza di una crescita limitata dei salari, almeno nei settori produttivi.

L’Italia mantiene una forte vocazione industriale e manifatturiera, proseguendo nello sforzo di specializzazione in settori a più elevato valore tecnologico per offrire prodotti più sofisticati e meno imitabili.

Sono le esportazioni, in particolare, che grazie anche alla ripresa in atto nell’economia mondiale, stanno dando il maggior contributo alla crescita della nostra produzione industriale. Il clima di fiducia delle imprese sta tornando su buoni livelli.

Le 4.500 aziende piccole e medie che hanno partecipato in questi due anni alle missioni di Confindustria nel mondo sono un ottimo risultato – e qui vorrei rivolgere un ringraziamento particolare al presidente Ciampi per il suo fondamentale sostegno – ma sulla strada dell’internazionalizzazione c’è ancora molto da fare.

Noi, all’interno dei cancelli delle nostre fabbriche, abbiamo fatto e stiamo facendo un grande sforzo per investire ancora di più in innovazione e ricerca, per proseguire le ristrutturazioni aziendali e spingere l’internazionalizzazione. Ma noi imprenditori sappiamo che questo non è mai abbastanza.

E’ da tempo cominciato il riposizionamento del sistema produttivo italiano sui mercati internazionali. Un processo basato sull’innovazione, sul prodotto e sulla capacità di coltivare l’eccellenza anche nei settori tradizionali.

L’unico modo per difendere la posizione dell’Italia fra i paesi industrializzati e lo standard di vita dei cittadini italiani è la capacità di essere i primi a mettere sui mercati prodotti innovativi.

Devo dire con dispiacere che in questo non facile lavoro ci siamo sentiti troppo soli.

E’ mancato e manca un analogo sforzo, al di fuori dei nostri cancelli, per la competitività del sistema. Troppe volte abbiamo avuto la sensazione che la necessità di crescere fosse considerata solo un nostro problema e non l’obiettivo più importante del Paese.

Oggi vincere da soli una sfida di questa portata è sempre più difficile.

Confindustria è consapevole che su questi primi accenni di ripresa si allungano le ombre di alcuni fattori di rischio. Basta pensare ai prezzi senza precedenti di petrolio e gas o alla tendenza al rialzo dei tassi di interesse su scala globale.

Ma i rischi maggiori derivano dai nodi irrisolti nel nostro sistema economico, dalla rassegnazione a non sciogliere quei vincoli allo sviluppo con i quali combattiamo da anni, che conosciamo benissimo e che, come ho detto più volte, ci costringono a guidare con una mano legata dietro la schiena.

La prima, grande preoccupazione è quella dei conti pubblici. L’equilibrio della finanza pubblica è la premessa per qualunque politica di sviluppo.

E’ fondamentale trovare il giusto equilibrio tra risanamento dei bilanci pubblici e rafforzamento del potenziale di crescita. Non basta ridurre l’indebitamento, si deve garantire che la natura della riduzione abbia effetti permanenti sul debito.

E’ necessario che il Governo riacquisti la capacità di fare politica economica, oggi menomata dall’assillo della quadratura dei conti pubblici.

Non servono recriminazioni, né ricerche di responsabili del dissesto: la lista sarebbe troppo lunga e nessuno ne sarebbe escluso, forse neppure noi.

Il risanamento deve essere perseguito con un contenimento della spesa – direi un drastico taglio ai numerosi sprechi della spesa corrente – e non con aumenti della pressione fiscale. I paesi che hanno saputo arginare e qualificare la spesa, hanno raggiunto più rapidamente l’equilibrio dei conti pubblici ed hanno sacrificato meno lo sviluppo.

L’Italia non può permettersi altri anni di crescita vicina allo zero. Sarebbe compromessa la stessa capacità di risanare le finanze pubbliche, oltre che la nostra possibilità di stare sui mercati internazionali e creare nuova occupazione.

E’ il momento di scegliere. Nelle spese da tagliare, vanno preservate quelle che favoriscono la crescita, che non sono a vantaggio di questo o di quel soggetto economico, ma sono a beneficio di tutti.

Abbiamo assistito con preoccupazione negli ultimi anni al lievitare della spesa per stipendi nella pubblica amministrazione e delle altre spese correnti, ciò che ha fortemente contribuito all’azzeramento dell’avanzo primario.

Una buona amministrazione pubblica è un fattore di crescita per il Paese. Ma non abbiamo visto miglioramenti a fronte della maggior spesa.

Vogliamo dirlo ancora una volta: le strategie di bilancio che producono i migliori risultati per il risanamento e per la crescita sono basate su tagli delle spese correnti. Esistono spazi enormi in questa direzione. La spesa pubblica è arrivata al 48,5% del PIL. Il 40% è spesa corrente, il 4,6% sono interessi sul debito, che negli ultimi anni si sono ridotti ma che rischiano di tornare a salire per effetto dei tassi.

Per gli investimenti e per la crescita non resta quasi niente. E invece abbiamo più che mai necessità di risorse per la ricerca, le infrastrutture e la logistica, l’istruzione, la conoscenza. Insomma per il futuro del Paese.

Non possiamo accettare di essere condannati a questa situazione. Il percorso virtuoso è quello di accompagnare i tagli alla spesa corrente con un profondo processo di semplificazione e di drastica riduzione della burocrazia.

Questa burocrazia costa per adempimenti solo alle piccole e medie imprese una cifra che si avvicina ai 15 miliardi di euro l’anno: oltre un punto di PIL. Per aprire un’attività d’impresa vengono richieste fino a 80 autorizzazioni.

Per una nuova iniziativa imprenditoriale – che dovrebbe essere benvenuta, pensiamo noi – i costi in Italia sono superiori ai 4.000 dollari, contro 350 in Francia e 200 degli Stati Uniti. Parliamo di dollari perché si tratta di cifre fornite dalla Banca Mondiale. E occorrono 62 giorni lavorativi contro i 4 della Gran Bretagna.

Forse si potrebbe accettare un sistema politico-amministrativo costoso ma efficiente.

Invece viviamo nella Repubblica dei veti. Penso di interpretare il pensiero di tutti nel dire una cosa solo apparentemente semplice: lasciateci lavorare. Lasciateci creare nuove imprese. Lasciateci sviluppare quelle in attività.

C’è chi tra di noi ha impiegato sette mesi per realizzare un nuovo impianto all’estero e 19 anni per poter fare una tettoia nel suo stabilimento in Italia. E’ davvero questo il Paese che vogliamo?

Dopo anni di dibattiti dedicati alla questione meridionale, oggi sta scoppiando anche una vera e propria “questione settentrionale”. E’ il dramma di regioni con tassi di sviluppo industriale fra i più alti d’Europa che incontrano limiti spaventosi alla possibilità di crescita per un deficit di infrastrutture che è diventato insostenibile.

Per il potenziamento della tangenziale di Mestre, dopo oltre vent’anni di discussioni defatiganti, siamo ai lavori della prima tratta e forse avremo il nuovo passante per la fine del 2008. Una trentina danni, insomma, non per la nuova Autosole, ma per 32 chilometri di strada.

Intanto le aziende della zona riescono a fare la metà dei carichi e delle consegne rispetto a qualche anno fa. E poi ci stupiamo della delocalizzazione.

Speriamo che possa andare un po meglio per la famosa BREBEMI di cui si discute da troppi anni. Forse entro il 2007 si apriranno i primi cantieri.

E la variante di valico tra Bologna e Firenze? 15 anni per le autorizzazioni, poi in 6 di lavoro è stato realizzato il 16% del percorso.

Della Salerno-Reggio Calabria parleremo unaltra volta.

Non è così in tutti i paesi. Non parlo di quelle realtà con tassi di crescita vicino al 10% annuo, ma dei nostri principali concorrenti europei. In trentanni lItalia ha aumentato la sua rete autostradale del 65%, circa un quarto della media europea. La rete della Germania è raddoppiata, quella francese è cresciuta del 500%, anche se è vero che partivano da più indietro di noi.

Abbiamo bisogno di meno vincoli e di più strade. Meno egoismi locali e più infrastrutture. Meno cantieri aperti per decenni e alcune grandi opere realizzate in tempi europei e non biblici.

Le infrastrutture, la TAV, i grandi corridoi non possono essere una questione rimessa al consenso di ambiti locali. Sono temi determinanti per lo sviluppo futuro di tutto il Paese. Abbiamo detto che gli imprenditori giudicheranno il governo sui singoli atti. Sulle grandi opere ci aspettiamo uno scatto in avanti.

Dobbiamo riqualificare le nostre città, perché i grandi centri urbani stanno diventando poli di attrazione importantissimi, capaci di promuovere lintero paese e di creare molteplici opportunità economiche.

Abbiamo in questo campo enormi potenzialità e non possiamo restare ai margini di questo processo. Servono, chiaramente, politiche mirate all’innovazione urbana.

E, come ripeto ogni anno, serve un grande progetto italiano per il turismo: dobbiamo recuperare le posizioni che abbiamo incredibilmente perduto.

Le imprese italiane competono sui mercati internazionali gravate da troppa burocrazia, da infrastrutture insufficienti e da un fisco ancora troppo pesante rispetto ai concorrenti.

Abbiamo criticato nei mesi scorsi una campagna elettorale che non ci è piaciuta per i toni e per lasprezza dello scontro. Non senza fatica siamo riusciti a porre al centro del dibattito un tema fondamentale per la competitività: il cuneo contributivo e fiscale.

In Italia, ogni 100 euro di retribuzione netta per i lavoratori, le imprese sopportano costi per oltre 183 euro. Se si considera – come è giusto fare – anche le quote di TFR, INAIL e IRAP, il costo supera i 206 euro: il cuneo fiscale e contributivo risulta pari al 106,1% della retribuzione netta.

Sono allineati a noi solo Francia e Germania. Ma questo stesso cuneo scende al 63% della retribuzione netta per le imprese che operano in Spagna o nei Paesi Bassi, al 50% per quelle che operano nel Regno Unito e al 35% in Irlanda.

Serve una terapia durto. La nostra proposta è una riduzione di 10 punti in cinque anni: almeno 5 punti subito, per consentire alle imprese di agganciare la ripresa internazionale, gli altri nel corso della legislatura.

E’ essenziale che i benefici della riduzione del cuneo siano destinati in larga parte alle imprese, per favorire non i loro redditi ma la competitività e la disponibilità di risorse per gli investimenti. Come imprenditori, siamo pronti a prendere impegni in tal senso. Sappiamo che dobbiamo investire sempre di più.

Il deficit infrastrutturale non si recupera in un batter docchio. Ma in materia di cuneo contributivo decisioni rapide sono alla nostra portata. Non è un piacere fatto alle imprese, ma una scelta per la competitività dellintero sistema economico.

La riduzione del cuneo richiede risorse non trascurabili: ogni punto di costo del lavoro vale circa 2 miliardi di euro. Poiché gli equilibri di finanza pubblica sono per noi un ancoraggio fondamentale, abbiamo indicato alcune strade possibili per trovare queste risorse: la lotta all’evasione fiscale e contributiva, su cui tornerò tra poco, è la prima e certamente la più importante.

Ma pensiamo anche a una diversa distribuzione del carico fiscale e contributivo tra le varie categorie di reddito, tassando le operazioni a contenuto prettamente speculativo, e con uno spostamento da imposte dirette a imposte indirette.

Si tratta di ricette già adottate da altri paesi, come la Germania, che hanno tra laltro leffetto di non penalizzare le produzioni nazionali rispetto alle importazioni. E che potrebbero generare risorse per qualche grande progetto di ricerca nazionale, come ad esempio le nanotecnologie o il biomedicale.

Altrettanto chiaramente dobbiamo dire che vanno evitati provvedimenti di carattere fiscale che compromettano la già scarsa attrattività degli investimenti nel nostro paese.

Rilancio competitivo e creazione di occupazione devono essere la stella polare della politica fiscale. Per questo noi riteniamo che si debba aprire rapidamente, anche alla luce dellormai prossima decisione della Corte di Giustizia Europea, una profonda riflessione sullIRAP.

Siamo consapevoli del gettito che questa imposta assicura e del fatto che fu introdotta in sostituzione di altre che pesavano anchesse sulla produzione. E siamo convinti che vadano evitati interventi correttivi a pioggia, costosi e inefficaci, come quelli a cui abbiamo assistito o a cui si è pensato negli anni passati.

La prima radicale correzione da apportare è rendere deducibili i contributi sociali pagati dallimpresa. E poi bisogna gradualmente ridurre il peso del costo del lavoro sulla base imponibile, evitando di avere unimposta che penalizza loccupazione.

Cuneo contributivo e IRAP sono per molti aspetti due facce di una stessa medaglia: è necessario alleggerire il prelievo sulle imprese italiane per consentire loro di essere più competitive sui mercati.

Abbiamo colto con interesse quanto detto dal presidente Prodi nel suo intervento programmatico. Su tutta questa partita fiscale Confindustria pensa che si dovrà aprire un tavolo di confronto con lesecutivo. E, auspicabilmente, con il sindacato.

Insieme dobbiamo costruire le condizioni per crescere, per creare ricchezza e occupazione. In questi due anni molte cose sono state fatte: penso ai numerosi contratti rinnovati senza esplosioni di conflittualità , agli accordi interconfederali che sono stati raggiunti.

Ma con un po di rammarico devo dire che molte sono state anche le occasioni perdute. E penso evidentemente alla riforma delle relazioni industriali. Quel capitolo non ha per noi – lo voglio dire chiaro – alcuna valenza simbolica. Ha invece un contenuto concreto: lavorare insieme per vincere la battaglia sui mercati mondiali.

Non possiamo accettare ulteriori rinvii, né diritti di veto. Sarebbe una fuga dalle responsabilità. Penso ad una ripresa forte di iniziativa nelle prossime settimane. Il confronto va riaperto e auspichiamo una posizione unitaria dei sindacati. E chiaro però che non possiamo attenderla allinfinito.

Per crescere cè bisogno di più flessibilità e di una migliore produttività. In questi anni lItalia, in cui si lavora troppo poco e in troppo pochi, ha perso posizioni nella graduatoria internazionale della competitività.

Tra il 2000 e il 2005 il costo del lavoro per unità di prodotto è cresciuto in Italia del 17%: quasi il doppio rispetto a Francia e Stati Uniti, tredici volte in più rispetto alla Germania. Negli stessi anni la produttività è rimasta in Italia sostanzialmente invariata, mentre è aumentata fortemente in Germania (+7,4%), in Francia (+5,2%) e negli Stati Uniti (+11,6%).

In Germania alcuni gruppi importanti hanno concluso accordi con i sindacati e i propri dipendenti per aumentare lorario di lavoro settimanale a parità di salario o con aumenti retributivi meno che proporzionali. In alcuni settori – trasporto aereo, turismo, pubblica amministrazione – è stato anche aumentato lorario di lavoro.

Non stiamo proponendo quelle specifiche soluzioni. Ma è chiaro che dobbiamo fare ogni sforzo per riattivare il circolo virtuoso che si crea fra maggiore produttività e maggiore crescita, concentrandoci sullaumento dellefficienza delle imprese e del sistema.

Questo vuol dire adottare anche nei nostri contratti soluzioni di flessibilità degli orari che possano essere utilizzati da tutte le imprese senza ulteriori negoziazioni, scambi e confronti, evitando quindi il carico di conflittualità che questi passaggi troppo spesso comportano.

Se così non fosse allora dovremmo seriamente interrogarci sul ruolo che vogliamo ancora attribuire alla contrattazione collettiva nazionale di settore. I sindacati hanno ragione a volerne conservare la centralità, a tutela dei diritti di tutti i lavoratori. Ma lo stesso deve valere per le imprese, che hanno bisogno di certezze. E il primo passo è riconoscere una certa flessibilità organizzativa non rinegoziabile a livello aziendale.

E’ arrivato il momento di definire questi aspetti. Così come è opportuno rivedere la struttura della retribuzione per creare un collegamento più stretto tra alcune quote di salario e risultati raggiunti.

Noi non vogliamo pagare meno i nostri collaboratori. Al contrario, vogliamo pagarli meglio. E i frutti che certamente potranno derivare da una stagione di relazioni industriali più collaborative dovranno essere equamente divisi fra imprese e lavoratori.

Il successo delle imprese è la miglior garanzia per loccupazione e un punto di forza per il sistema paese.

E’ in questa chiave che va affrontato il dibattito sulla Legge Biagi.

Confindustria, lo ripeto, difenderà questa riforma che va completata con limportante capitolo degli ammortizzatori sociali.

Noi siamo aperti al confronto che il Ministro del lavoro ha proposto in materia. Vorremmo però che, almeno per quanto riguarda il mondo delle imprese, si abbandonasse la falsa equazione fra flessibilità e precarietà.

Nelle nostre imprese, oltre il 90% degli occupati ha contratti a tempo indeterminato.

Per i nuovi assunti, il 50% è a tempo indeterminato e quasi la metà dei contratti temporanei viene poi trasformata in contratti di lavoro permanente. Insomma, tre su quattro vengono stabilizzati.

In un mercato aperto e concorrenziale la flessibilità è un percorso obbligato per le imprese e per i lavoratori che sono impegnati nella stessa battaglia: la sfida della concorrenza e della globalizzazione.

Noi non vogliamo lavoratori precari, né imprese precarie. Vogliamo invece un sistema di imprese e lavoratori pronti ad assumere le nuove funzioni che si rendano necessarie per competere e crescere assieme.

Su questo terreno abbiamo accumulato già troppo ritardo. Dobbiamo lavorare, con il sindacato e con il governo. Non per retrocedere dalla flessibilità acquisita, ma per combattere il precariato con politiche di sostegno alla formazione e con ammortizzatori sociali efficaci.

Abbandoniamo dispute ideologiche e nominalistiche e avviamo una vera stagione di confronto e di concertazione per affrontare i problemi nuovi che abbiamo di fronte. Sarà positivo per tutti.

E così renderemo un omaggio vero a chi è stato barbaramente assassinato dai terroristi per essersi dedicato a questi problemi: Ezio Tarantelli, Massimo DAntona, Marco Biagi. A loro va la nostra memoria e la nostra riconoscenza.

Naturalmente la sfida dello sviluppo non è fatta solo di dialogo sociale, pur fondamentale. E non si limita alla questione fiscale, anche se certamente un fisco più giusto è fondamentale, così come la lotta al sommerso e a tutte le sue degenerazioni.

Noi per primi ci rendiamo conto che parlare ancora una volta di lotta allevasione sembra richiamare uno stanco rituale. Ma non è così: l’idea di pagare tutti per pagare meno deve essere un punto forte su cui cercare convergenze reali.

Non vogliamo nessuna caccia alle streghe. Ma credo si debba convenire, anche indipendentemente dalle statistiche, che oggi chi percepisce lo stipendio in busta paga è sicuramente penalizzato.

E un Paese dove oltre il 25% del Prodotto Interno Lordo appartiene al sommerso si muove con una pesantissima palla al piede. E un Paese dove una parte importante non fa il proprio dovere e anzi fa concorrenza sleale alle imprese che competono rispettando le regole: quelle imprese che pagano le tasse, versano i contributi previdenziali, rispettano i diritti della proprietà intellettuale.

E’ un Paese dove i contribuenti onesti sopportano da anni il peso dei furbi. E dove mancano tante risorse che potrebbero essere destinate allo sviluppo.

Sullo sviluppo pesa come un macigno anche una presenza pubblica nelleconomia ormai intollerabile. I pochi passi indietro fatti a livello centrale sono stati più che compensati da quel perverso fenomeno che abbiamo chiamato il “neostatalismo municipale”. Una corsa sfrenata da parte di enti locali di ogni dimensione e di ogni colore a creare aziende di qualunque tipo, a trasformare le municipalizzate in società per azioni mantenendo un controllo pubblico spesso totale.

Nel 1996 cerano 30 aziende municipalizzate in forma di SpA, oggi ce ne sono quasi 800. E praticamente tutte sono a controllo pubblico. Sta avvenendo il contrario di quanto necessario: invece di liberalizzare e dismettere, cè chi opera in regimi protetti con i soldi dei cittadini. Non solo: si sottraggono spazi vitali per iniziative veramente imprenditoriali dove soprattutto le nostre piccole e medie imprese potrebbero essere protagoniste.

Mi chiedo, solo per fare un esempio: siamo davvero convinti che serva al Paese quellesercito di aziende informatiche a capitale pubblico che spuntano come funghi in ogni amministrazione? E chi valuta lefficienza quando il cliente è il proprio azionista?

Tutto ciò significa costi per cittadini ed imprese. Sprechi e inefficienze si traducono in una sorta di tassazione occulta, fatta di tariffe elevate per servizi di scadente qualità, prestati in condizioni di assoluto monopolio. E questo è esattamente il contrario della riduzione delle tasse.

Processi di privatizzazione, ma soprattutto di liberalizzazione, vanno subito rilanciati a livello nazionale e locale. Ci sarà più efficienza e l’accesso al mercato di nuovi operatori aumenterà la concorrenza, con effetti positivi per i cittadini-clienti su qualità del servizio e tariffe.

Privatizzazioni e liberalizzazioni rappresentano una strada maestra anche per aprire alla concorrenza settori che in altri paesi hanno generato imprese, occupazione, reddito e maggiore soddisfazione per i consumatori.

Ricordo il mondo delle professioni, ove operano ormai valenti professionisti che non hanno più bisogno di regole arcaiche o di tariffe predeterminate. Parlo del commercio che stenta ad accettare una liberalizzazione da cui non potrà che trarre benefici. Dellagricoltura sovvenzionata attraverso dazi doganali che si riversano sui costi delle famiglie. Dei servizi in concessione che generano spesso utili rilevanti ben superiori a quelli di chi opera nel mercato, ma che sono delle vere rendite di posizione. Parlo del mondo degli appalti, viziato da sistemi che includono o escludono imprese.

Poiché ci sono anche molti mercati dove la concorrenza è naturalmente limitata, è necessario che le autorità preposte al controllo siano competenti, autonome ed abbiano strumenti e risorse per intervenire.

Da una maggiore concorrenza possono anche nascere veri campioni a dimensione europea. Invece la protezione indebolisce e genera corruzione. Con essa si costruiscono imprese destinate a crollare sotto le spinte dei concorrenti, quando non sotto gli interventi doverosi della Magistratura.

Un anno fa, in questa stessa sala, ho denunciato la “malintesa battaglia per litalianità delle banche” ed ho dichiarato che “non era un bello spettacolo”. Sembrano passati anni da quel momento. Ora appare chiaro quale rete di interessi personali, di arricchimenti facilitati, di infrazione delle leggi, di connivenze innaturali si celavano dietro questi altisonanti propositi.

Aver artificialmente ritardato, a suo tempo, laggregazione di banche italiane è stato il vero motivo delle difficoltà incontrate per la nascita di gruppi italiani a dimensione europea in questo settore. Abbiamo bisogno di banche più grandi e abbiamo bisogno di più concorrenza nel credito.

Le banche possono e devono essere davvero imprese al servizio delle imprese, con prodotti trasparenti e comparabili. Banche ed imprese sono due soggetti che nella collaborazione hanno dato vita a importanti storie di successo. Perché questa collaborazione possa oggi dare risultati migliori serve un riequilibrio negoziale nella logica del mercato.

I costi dellenergia stanno diventando una vera emergenza soprattutto per le piccole e medie imprese. Nel 2005 il prezzo medio dellenergia sostenuto dagli utenti industriali al lordo delle imposte è risultato di oltre il 30% superiore alla media dellUnione Europea a 25.

Fatto 100 il costo dellenergia in Italia, in Svezia è 44, nel Regno Unito è 65. Sono questi i paesi che prima di altri in Europa hanno sviluppato un mercato realmente concorrenziale sotto ogni profilo e oggi registrano i prezzi più bassi.

Il divario tra costi italiani ed europei resta insostenibile. Pesano un processo di liberalizzazione incompiuto, un mix insoddisfacente di fonti di produzione, lefficienza del parco di generazione, il sistema di trasmissione e di distribuzione. E poi – piove sul bagnato – le imposte pagate dalle imprese italiane sullelettricità sono le più alte dEuropa.

Non si può andare avanti così. Dobbiamo darci obiettivi ambiziosi di riduzione dei differenziali di prezzo. Dobbiamo puntare ad un meno 20% per l’energia elettrica e a un meno 10% per il gas naturale. Sappiamo che non sarà facile, ma è una strada obbligata. Non dovrà essere lasciato nulla di intentato, compreso il rientro dellItalia nel nucleare più avanzato.

Occorre diversificare le fonti primarie di approvvigionamento, a favore del carbone e delle rinnovabili; deve continuare il processo di ristrutturazione e ampliamento della capacità di generazione, vanno realizzate le nuove linee di trasmissione e di interconnessione con l’estero.

Serve, insomma, un nuovo piano energetico con misure chiare, tempi certi, obiettivi credibili e definiti. E un piano di risparmio energetico può tagliare del 10% il nostro fabbisogno nei prossimi dieci anni.

Anche la politica ambientale non deve rappresentare un vincolo alla crescita, ma una spinta per rafforzare la nostra competitività. Per questo deve essere sostenuta da un quadro normativo chiaro ed applicabile, in linea con quelli degli altri paesi industrializzati.

Il Codice Ambientale recentemente approvato è un passo in avanti positivo e risponde alla necessità di riordino e di semplificazione delle norme in maniera coerente con queste finalità.

Non può e non deve essere oggetto di logiche da spoil system. Né possiamo accettare che in materie così delicate si possa ogni volta ripartire da zero, come nel gioco delloca.

Spetta al nuovo governo varare le disposizioni applicative, evitando quei pesi burocratici e amministrativi che troppo spesso hanno reso le nostre norme ambientali più onerose rispetto a quelle dei paesi concorrenti.

I primi segnali di questi giorni – e non solo in questa materia – ci hanno molto preoccupato. In campo ambientale è stato fatto un buon lavoro che ci avvicina allEuropa e che anche per questo va confermato.

Dobbiamo rompere una volta per tutti i limiti alla crescita. Anche – lho richiamato più volte – alla crescita dimensionale delle imprese. Vanno spezzati limiti organizzativi, societari, finanziari, legislativi, culturali.

Ma in un Paese dove le piccole imprese sono il 93% del totale bisogna fare di più, con strumenti mirati. Penso a meccanismi semplici come la possibilità di rivalutare i cespiti ammortizzabili per le aziende che nascono da fusioni. E, per spingere linnovazione, aliquote di ammortamento dei macchinari legate alla vita media dei prodotti, che nella competizione globale diventa sempre più breve.

Anche noi imprenditori abbiamo qualche responsabilità se le nostre imprese non crescono, perché spetta a noi liniziativa e la determinazione a crescere.

Ma è difficile crescere se la politica vede nella grande impresa più un problema che unopportunità. Salvo poi accorgersi, come in queste settimane, che le grandi aziende che investono e scommettono sullinnovazione e sul prodotto – non mi riferisco, naturalmente, solo alla Fiat che come potete immaginare sono fiero di citare – danno un contributo fondamentale alla ripresa della produzione industriale.

E basta con la periodica evocazione di “poteri forti” quando si è a corto di argomenti.

Le imprese italiane, lo hanno dimostrato anche in questi anni, trovano sempre una via per resistere. Non tutte, ovviamente. Ci sono significative selezioni, ma alla fine quelle che ce la fanno sono più preparate per competere.

Ciò che è vero per lindustria è vero per tutto il Paese. Gli italiani trovano sempre una loro via di salvezza, ma è lItalia che rischia di non farcela. Se guardo al nostro futuro, non sono preoccupato per i singoli, sono molto preoccupato per il Paese.

Nel mondo vedo moltissimi italiani che si affermano in tanti settori, tante imprese che competono bene, vedo metropoli piene di negozi con i marchi italiani. Non vedo lItalia. Non vedo il nostro paese presente come istituzione nei consessi internazionali. E più spesso lItalia che si giova dellintraprendenza degli italiani nel mondo che non gli italiani a sentirsi coperti dalla bandiera del proprio paese.

In questi anni, un insieme di fattori ha concorso a dividere ancora di più il Paese ed è mancato un quadro di riferimento nel quale ognuno si sentisse compreso.

Penso alle nuove tecnologie con la loro capacità di dividere tra chi vi accedeva e chi se ne sentiva escluso; a nuovi formidabili competitori come Cina e India che hanno rappresentato minacce per alcuni ed opportunità per altri; alle bolle finanziarie e immobiliari che hanno creato nuovi ricchi e nuovi poveri; allestendersi dellarea di illegalità che divide fortemente quanti evadono e quanti non vogliono o non possono farlo; alle tante amnistie e condoni che hanno premiato quanti non avevano rispettato le leggi ed implicitamente punito gli onesti cittadini.

Non poco ha pesato la diversa capacità di far reddito per chi è protetto dalla concorrenza e chi la subisce. Basta un solo dato: dal 2001 al 2005 i prezzi dei beni di consumo sono aumentati del 10%, quelli dei servizi finanziari e assicurativi di oltre il 30%.

Più in generale, con la questione del mercato dobbiamo fare i conti fino in fondo. Lo dico anche alle molte anime del centrosinistra, che è chiamato a confrontarsi con regole e tutele di carattere sociale ma mai con regole che impediscano al mercato di prosperare.

Favorire il mercato, riformare il welfare, ridurre il peso e la forza delle corporazioni, combattere la sclerosi del sistema. Bisogna ingaggiare conflitti con tanti interessi costituiti, anche sindacali, e ci vuole una proposta portatrice di una forte discontinuità rispetto al passato.

Non dobbiamo avere paura del mercato. E dobbiamo affermare una cultura del mercato inteso come uno spazio economico soggetto a regole e controlli ma in cui liniziativa individuale possa espletarsi nel più completo dei modi. Un sistema che favorisce i consumatori e spinge i produttori a essere migliori.

Abbiamo bisogno di un quadro giuridico ed istituzionale forte e condiviso, dove le regole siano fatte rispettare e ci sia fiducia nelle istituzioni. E’ urgente un quadro di sistema. È urgente pensare allItalia prima che a noi stessi.

Basta guardare al passato, al rispetto degli assetti costituiti. Parliamo poco del futuro e così il futuro rischia di scapparci di mano.

Ci sono paesi dove giovani e donne hanno ruoli sempre più decisivi. Sono paesi dove emergono nuovi settori produttivi, dove nascono e crescono nuove imprese, dove la ricerca è strettamente collegata alle aziende, dove accedono allo sviluppo nuovi territori.

E’ la strada che dobbiamo seguire. Investimenti nelleducation, dalla scuola alluniversità, con attenzione alle facoltà scientifiche e agli istituti tecnici.

La strada, che per un rilancio del Mezzogiorno, parte dalla fiscalità differenziata, anche per lattrazione degli investimenti, dalla ripresa dei progetti infrastrutturali, dalla valorizzazione dei patrimoni esistenti.

E’ venuto il momento di costruire. Dobbiamo collaborare per la formazione di una nuova solidarietà nazionale fatta di progetti condivisi.

Abbiamo bisogno di una classe dirigente vera, allaltezza della sfida, con forte senso etico e che giochi fino in fondo la propria partita. Una classe dirigente che si dia regole chiare, le faccia rispettare, e venga giudicata non solo per quello che fa ma anche per come lo fa.

Noi imprenditori sappiamo che il successo delle nostre imprese dipende anche dalla qualità dei paesi nei quali operiamo. Noi vogliamo per l’Italia una qualità migliore.

E’ questo il significato del pit stop che abbiamo proposto nella convinzione che il pilota sia importante, ma che molto difficilmente può vincere senza avere a disposizione una macchina moderna, efficiente e competitiva. E pit stop indica un grande senso di urgenza – perché intanto la corsa continua – e insieme la necessità di fare presto e bene.

Per ridare slancio ad un Paese spento, poco competitivo e poco dinamico è necessaria una genuina modernizzazione delle istituzioni amministrative e di governo. Cè la necessità di tenere la macchina dello Stato al passo con il mondo che cambia.

Va superato un ormai endemico deficit di efficienza ed efficacia decisionale che dipende da una frammentazione senza uguali della rappresentanza e da un assetto istituzionale inadeguato a sostenere unazione di governo tempestiva, incisiva e coerente.

Negli anni più recenti, ai poteri di veto che spesso bloccano lazione del governo centrale, solo in parte alleviati dal bipolarismo e dalla designazione di fatto diretta del capo del governo, sono stati aggiunti più pesanti poteri di veto tra centro e periferia.

L’esigenza, condivisibile in astratto, di portare più vicino ai cittadini le responsabilità di governo, ha spinto a ingrossare le competenze di regioni ed enti locali con effetti spesso disastrosi per i costi del sistema paese.

I tanti poteri di veto, la sovrapposizione di competenze tra Stato, regioni, province, comuni ed altri enti locali, rendono sempre più difficili interventi essenziali per la crescita del Paese e complicano enormemente la vita ai cittadini e alle imprese.

Le sole riforme costituzionali fatte fino ad oggi non hanno ridotto i poteri di veto nellambito del governo centrale, mentre li hanno accresciuti nella catena decisionale che si dipana tra centro e poteri locali.

E’ necessario affrontare il tema di riforme della Costituzione volte a modernizzare lorganizzazione e il funzionamento delle nostre istituzioni pubbliche. In un mondo dove tutto cambia a grande velocità, anche la nostra carta costituzionale può e deve essere oggetto di revisioni ed evoluzioni utili allo sviluppo del Paese.

Non a colpi di maggioranza ma con un progetto condiviso dalle due principali coalizioni.

Anche perché, allindomani del referendum sulla modifica costituzionale del 25 giugno, la necessità delle riforme istituzionali non verrà meno qualunque sia lesito di quella consultazione: ove il progetto sia approvato, vi sarà bisogno di importanti correzioni e integrazioni; ove sia respinto, resteranno intatti tutti i problemi attuali, che non sono pochi, né lievi.

Quale possa essere la strategia migliore per avviare un costruttivo processo di revisione costituzionale è questione che va lasciata alla responsabilità di governo e parlamento. Non è compito di Confindustria esprimere una preferenza per questa o quella opzione: assemblea costituente, commissione bicamerale, convenzione.

Sentiamo tuttavia di dover esprimere lurgenza che lintervento riformatore riprenda e sia completato entro larco di questa legislatura. Riteniamo anche importante che il confronto sia il più possibile sganciato dalla dialettica maggioranza-opposizione e si faccia carico delle esigenze di modernizzazione delle istituzioni pubbliche, di cui la società italiana e il suo tessuto produttivo hanno concretamente bisogno nelle mutate sfide del contesto europeo e globale.

Si tratta di coniugare la rapidità e la certezza delle decisioni con ladeguamento delle garanzie. Serve, in breve, una democrazia che decida a tutti i livelli di governo, con meno poteri di veto e più responsabilità tanto nei confronti dei cittadini di oggi, quanto delle generazioni future, ad esempio ponendo vincoli più forti alla copertura della spesa pubblica.

Andrebbero nella direzione giusta riforme che rafforzino il ruolo del primo ministro, che snelliscano il processo legislativo e semplifichino l’articolazione territoriale dei pubblici poteri, cominciando con il chiedersi se sono tutti necessari i livelli di governo – pensiamo in particolare alle province – e i connessi apparati amministrativi e politici.

Una modernizzazione del quadro istituzionale dovrebbe inoltre intervenire, a nostro avviso, anche sulla cornice giuridica nella quale le imprese agiscono. Si pensi al fatto che solo il processo di integrazione europea ha introdotto efficacemente nel nostro ordinamento i principi di libera concorrenza e mercato. Il nostro paese è stato a lungo uneconomia mista di Stato e di mercato e tuttora – come ricordavo – la proprietà pubblica è ipertrofica.

Va superata questa impostazione. Da questo punto di vista sono essenziali miglioramenti, che riguardano tanto i principi quanto le forme dellordinamento: un saldo presidio costituzionale alla libera concorrenza, regole uniformi per il mercato, limiti ben circoscritti alla proprietà pubblica.

Un disegno di modernizzazione e semplificazione delle istituzioni pubbliche implica inoltre un impegno specifico del governo ad utilizzare tutte le leve della legislazione ordinaria e della potestà regolamentare per evitare che il cosiddetto “federalismo amministrativo” moltiplichi i costi organizzativi e decisionali.

Un capitolo a parte merita il tema dei costi della politica, alimentati anche dalla crescita a dismisura delle cariche rappresentative remunerate: dai consigli di circoscrizione fino al parlamento europeo, passando per consigli comunali, provinciali, regionali, ed enti collegati.

Come persone di impresa sappiamo benissimo che le funzioni di governo meritano di essere adeguatamente remunerate. Non ci sfugge neppure che la partecipazione democratica implica la creazione di organizzazioni permanenti. Ma è difficile da accettare lidea che la politica – nel senso della gente che vive di politica a tutti i livelli – sia ormai di gran lunga la prima azienda del Paese.

Ha un senso di modernità avere una ventina di gruppi parlamentari quando negli altri paesi europei si possono contare sulle dita di una mano? E può continuare la proliferazione di province, spesso senza alcuna ragione, dove lunica certezza è un pesante aumento dei costi per la collettività?

La risposta è persino ovvia. Così come è evidente che abbiamo bisogno di un nuovo sistema elettorale che assicuri davvero la governabilità.

Modernizzazione, concorrenza, meritocrazia per premiare i migliori in tutti i settori della società, a cominciare dalla scuola fino alla pubblica amministrazione. E la nuova frontiera su cui dobbiamo impegnarci.

Dobbiamo tutti aiutare a crescere, fin dai banchi di scuola, una diffusa cultura dellintraprendere insieme ad una cultura del rischio di impresa.

Dobbiamo combattere la caduta di investimenti esteri in Italia, cercando di restituire al nostro paese capacità di attrazione, migliorando le reti materiali e immateriali, operando forti iniezioni di meritocrazia e concorrenza nella scuola e nelle università, dove abbiamo il record europeo per anzianità dei professori e per la più bassa presenza di studenti stranieri.

Dobbiamo guardare ai mercati non dal punto di vista della domanda ma dellofferta, con nuovi prodotti, nuovi servizi, rivoluzioni tecnologiche. Ogni volta che si è seguito questo approccio il successo è arrivato. Lo testimoniano le imprese italiane che nei settori più diversi conquistano e difendono ogni giorno i loro spazi sui mercati mondiali.

Chi ha imboccato questa strada sa che le imprese sono al servizio dei loro clienti. Anzi, da un certo punto di vista, i clienti sono i veri padroni delle imprese.

Allo stesso modo, i cittadini devono essere i veri titolari della politica e della pubblica amministrazione, non viceversa. E questo il salto verso la modernità.

Il nostro rapporto con il governo sarà sempre improntato al rispetto massimo per le istituzioni e per chi, su mandato degli elettori, si assume lonere di governare il Paese. Ma rispetto non potrà mai voler dire stare zitti per non disturbare il manovratore.

L’autonomia è un valore importante per qualunque corpo intermedio della società contemporanea. Per Confindustria è lunico modo di essere, è il nostro patrimonio genetico. Se anche un giorno ci trovassimo daccordo al cento per cento con quello che fa un governo, non per questo potremmo smettere di essere autonomi.

Certo, per molti la nostra autonomia rappresenta un fatto scomodo, perché vuol dire rappresentare gli interessi delle imprese senza condizionamenti.

Talvolta il valore dellautonomia non è compreso fino in fondo e capita di avere interlocutori – nella politica ma non solo – che la considerano più pericolosa delladesione dichiarata a questa o a quella parte.

Chi non vuole riconoscere la nostra autonomia è perché ci preferisce schierati: o con lui, per sostenerlo senza interferire, o contro di lui, così che possa liquidare critiche e suggerimenti come atti di ostilità prevenuta.

E’ una trappola che abbiamo evitato e nella quale non cadremo in futuro. Non regaleremo a nessuno questo vantaggio. Lautonomia è un valore a cui noi non dobbiamo rinunciare perché significa indipendenza e credibilità . Non abbandoneremo mai questo sentiero. È il nostro modo di contribuire alla crescita economica e civile del Paese.

Signore e Signori,

è tempo che gli italiani pensino non solo a se stessi ma anche allItalia. Due anni fa parlai per la prima volta della necessità di fare sistema e dellimportanza del gioco di squadra.

Allora non tutti colsero il senso di quel messaggio e ci fu anche qualche ironia. Oggi mi pare che sia unimpostazione largamente condivisa. E’ fondamentale che tutti i soggetti responsabili adottino questo schema con convinzione.

L’Italia di oggi non ha bisogno di muri o di steccati. Ha invece un grande bisogno di ponti. Parlo, certo, di ponti immateriali. Ha bisogno di ponti al proprio interno, nella società, nella politica, nelleconomia. E deve consolidare un ponte particolarmente importante, quello con l’Europa.

Europa che gli italiani hanno contribuito a costruire in maniera determinante. Europa nella quale oggi dobbiamo giocare un ruolo altrettanto importante per rilanciare il processo di unificazione.

Abbiamo bisogno di più Europa in Italia e di più Italia in Europa. UnEuropa con cui fissare i paletti di un percorso di risanamento come fu per l’ingresso nelleuro.

Le sfide che abbiamo davanti sono difficili e impegnative. Eppure, malgrado tutto, io sono ottimista, perché non partiamo da zero. Ho sempre rifiutato la logica del declino, perché vedo ogni giorno le imprese lottare per superare ostacoli elevati e vedo italiani impegnati con successo in ogni parte del mondo.

Abbiamo visto italiani che hanno dato la loro vita, lì dove si tenta di ricostruire la pace e la convivenza civile. Ai nostri concittadini caduti nelle zone del mondo dove si cerca di far rinascere la speranza, va il nostro pensiero e la nostra gratitudine.

Ma ovunque io penso che sarebbe giusto vedere più Italia, oltre che gli italiani. UnItalia molto diversa da quella che spesso troviamo malamente dipinta o raccontata allestero.

Possiamo avere davanti a noi grandi opportunità ma dobbiamo cambiare. Siamo un paese troppo complicato, dove sbarcano i clandestini ma dove i nostri clienti o i nostri fornitori sono costretti a code umilianti per un visto dingresso che non sempre riescono a ottenere.

Un paese difficile da capire e da affrontare e questo spiega perché gli investimenti esteri sono ai minimi storici.

Ma le ragioni per cui arrivano sempre meno investimenti stranieri sono le stesse che rendono complessa e difficile lattività delle imprese italiane.

Anche per questo bisogna riconoscere il nostro sforzo e attribuire il giusto valore al ruolo dellimprenditore e dellimpresa.

Servono scelte moderne, forti e coraggiose: si deve prima decidere e poi cercare il consenso, non il contrario.

Scelte magari scomode ma che guardano allinteresse di tutti e al nostro futuro. Scelte capaci di dare un grande senso di speranza e di fiducia al Paese ma soprattutto ai giovani.

Le cose da fare sono molte e di grande portata. Evitiamo tentazioni di bandiera. Non mettiamo mano alle cose buone che già ci sono, solo perché sono state fatte da altri. Concentriamoci sulle tante cose che restano da fare.

La crescita, la competitività del nostro paese sono il futuro di tutti noi, il futuro dei nostri figli. Serve un governo che decida e unopposizione responsabile per affrontare i problemi cruciali del Paese.

Non possiamo continuare a lamentarci e non cambiare nulla. Non possiamo lasciar passare altro tempo senza porre mano a qualcosa di importante.

Dobbiamo mettere al centro la sfida dello sviluppo, leconomia, limpresa. Limpresa non come categoria sociale o come soggetto da proteggere, ma come strumento di crescita economica e civile.

Sentiamo forte lesigenza di un grande e condiviso progetto per il Paese. Un progetto capace di liberare lItalia e gli italiani da questa sorta di paura per il domani. Un progetto per far convergere sforzi e risorse e consentire ancora una volta allItalia di giocare un ruolo da protagonista fra i grandi delleconomia mondiale.

Gli imprenditori sono pronti, prontissimi, a mettersi in gioco, a intraprendere, a innovare, a proiettarsi nel futuro. Con il coraggio di fare bene il proprio mestiere e con lorgoglio di chi rischia, accetta la competizione ed è padrone del proprio destino.

Il futuro – ha detto Angela Merkel – apparterrà a chi saprà vincere la sfida della creatività e delle idee.

E’ un terreno di gioco congeniale all’Italia.

Noi vogliamo essere ancora una volta fra coloro che scandiscono i ritmi dello sviluppo, fra coloro che nella competizione sanno trovare le scelte vincenti.

E’ la vocazione degli imprenditori. Deve diventare l’obiettivo del Paese.