Famiglia

mercoledì 30 gennaio 2008

BANCA D’ITALIA – Supplementi al Bollettino Statistico -Indagini campionarie I BILANCI DELLE FAMIGLIE ITALIANE NELL’ANNO 2006

BANCA D’ITALIA -
Supplementi al Bollettino Statistico -Indagini campionarie I BILANCI DELLE
FAMIGLIE ITALIANE NELL’ANNO 2006

1. Introduzione

Nel periodo compreso tra marzo e
ottobre del 2007 si sono svolte le interviste dell’indagine campionaria sui
bilanci delle famiglie italiane relativa all’anno
2006.

Per l’indagine sul 2006 è stato
utilizzato lo stesso schema di campionamento delle indagini precedenti con una
numerosità campionaria leggermente inferiore (7.768 famiglie intervistate,
contro 8.012 del 2004). Le famiglie sono state estratte dalle liste anagrafiche
di 355 comuni; sono composte di 19.551 individui, di cui 13.009 percettori di
reddito.

Rispetto alla scorsa rilevazione
il questionario base è rimasto sostanzialmente invariato.

Le sezioni monografiche hanno
riguardato la diffusione dell’informazione finanziaria, il benessere percepito
e la soddisfazione riguardo la propria attività
lavorativa.

Questo supplemento illustra i
principali risultati desunti dai dati dell’indagine e ne descrive le principali
caratteristiche. Il paragrafo 2 presenta la struttura delle famiglie italiane mentre nel paragrafo 3 si riportano i principali
risultati relativi al reddito, alla ricchezza, alla diffusione delle attività
finanziarie, all’utilizzo degli strumenti di pagamento e alle abitazioni. La
nota metodologica descrive il disegno di campionamento, le fasi di rilevazione
e le procedure di stima; vengono inoltre fornite
alcune indicazioni sull’attendibilità dei risultati. Le tavole statistiche e il
questionario utilizzato sono riportati rispettivamente nelle appendici B e C.

2. La struttura della famiglia

Secondo i dati rilevati risulta
che la famiglia, nella definizione qui adottata, è composta in media da 2,56
componenti e 1,65 percettori di reddito (quasi 1,6 componenti per ogni
percettore). Sulla base dei dati sulla popolazione dell’Istat per il 2006, è
possibile stimare in circa 22,8 milioni il totale delle famiglie italiane.

Negli ultimi due anni è cresciuto
ancora la quota di famiglie con un solo componente (+0,3 per cento). Continua a
crescere la percentuale di coppie senza figli (+1,2 per cento),
mentre si riduce ancora quella di famiglie con più di un figlio (-1 per
cento). La percentuale di coppie con un figlio, che aveva mostrato una tendenza
alla riduzione nelle ultime rilevazioni, ha invece registrato un lieve aumento
nell’ultimo biennio (+0,5 per cento).

Nel 2006 il 73 per cento dei
giovani con età compresa tra i 20 e i 30 anni vive con
i genitori. Tale quota è diminuita di 2,6 punti percentuali a partire dal
20024, invertendo la generale tendenza alla crescita rilevata nel trentennio
(nel 1977 tale quota era pari al 54 per cento) .

Il numero medio di componenti
delle famiglie è maggiore nel Sud e Isole (2,85) rispetto al Centro (2,47) e al
Nord (2,40). Definendo il capofamiglia come il maggior percettore di reddito
(ad eccezione del reddito da capitale)5, la dimensione familiare inizialmente
cresce con l’età del capofamiglia, passando da una media di 2,60 componenti,
per le famiglie con capofamiglia con meno di 30 anni, a 3,20 nella classe di
età tra i 41 e i 50 anni; poi si riduce fino a 1,73 oltre i 65 anni. Il numero
di componenti è minore quando il capofamiglia è di
sesso femminile (1,91).

Il numero medio di percettori di
reddito per famiglia è maggiore al Nord e al Centro (1,70 e 1,68) rispetto al
Sud e Isole (1,56). Il maggior numero di percettori si riscontra per le
famiglie con capofamiglia con un’età fino a 30 anni o compresa tra 51 e 65 anni
(in entrambi i casi 1,85 percettori, tav. A4). Anche nel caso dei giovani con
età compresa tra i 20 e i 30 anni, la quota di percettori è più grande al Nord
e al Centro (rispettivamente 72 e 59 per cento) rispetto al Sud (39 per
cento)6. La percentuale di giovani che risulta essere capofamiglia rispetta lo
stesso ordinamento territoriale: 24,4 per cento al Nord, 17 per cento al Centro
e 13,6 al Sud e Isole.

Il capofamiglia è di sesso
maschile nel 69,2 per cento dei casi, ha meno di 30 anni nel 6,2 per cento,
mentre nel 29,5 per cento ne ha più di 65. Il titolo di studio più frequente è
costituito dalla media inferiore (36,1 per cento); nel 10 per cento dei casi il
capofamiglia possiede una laurea, mentre nel 5,6 per cento è privo di titolo di
studio. Il capofamiglia è più frequentemente lavoratore dipendente che
indipendente (47,2 per cento contro 12,3 per cento). Di quelli in condizione
non professionale (40,5 per cento) la gran parte è costituita da pensionati
(37,5 per cento).

Il profilo dei componenti
registra una lieve predominanza femminile (51,3 per cento); nel 31,7 per cento
dei casi l’età è inferiore ai 30 anni, mentre nel 18,8 per cento dei casi è
superiore ai 65. La quota dei componenti in condizione professionale è pari al
38,6 per cento mentre i pensionati rappresentano il
23,2 per cento dei componenti; rispetto alla precedente indagine si riduce di
circa un punto percentuale la quota dei non occupati .

Nel Nord risiede il 48,4 per
cento delle famiglie, mentre al Centro il 19,9 per cento e al Sud e Isole il
31,7 per cento. Date le diverse dimensioni familiari la percentuale di persone
residenti al Nord (45,4 per cento) risulta minore rispetto a quella osservata
per le famiglie; al Centro risulta sostanzialmente in linea (19,3 per cento),
mentre al Sud e Isole essa è maggiore (35,3 per cento).

Quasi la metà delle famiglie
italiane (46,8 per cento) risiede in comuni con meno di 20.000 abitanti; nel
14,3 per cento dei casi in comuni con popolazione compresa tra 20.000 e 40.000
abitanti, e per il restante 38.9 per cento in comuni di maggiore dimensione. In
particolare, il 12,6 per cento risiede nei sei comuni italiani con oltre
500.000 abitanti (Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo e Genova).

Risulta in crescita la quota di
individui residenti in Italia nati all’estero, pari nel 2006 a circa il 5 per cento,
con un incremento di un punto percentuale rispetto alla precedente rilevazione.
Di questi il 56 per cento proviene da paesi europei e, in particolare, il 13
per cento Degli stranieri regolari residenti in Italia, quasi la metà aveva nel
2006 cittadinanza italiana9. Gli intervistati con cittadinanza diversa da
quella italiana sono cittadini di paesi appartenenti all’Unione Europea per il
4 per cento e del resto dell’Europa per il 49 per cento, africani per il 21 per
cento, asiatici e originari dell’America Latina rispettivamente per il 13 e
l’11 per cento. Il restante 2 per cento ha cittadinanza di stati dell’America
del Nord o è apolide. La maggior parte dei residenti nati all’estero che non
hanno cittadinanza italiana è entrato in Italia dopo il 1995 (il 43 per cento
dopo il 2000). Il principale motivo dell’ingresso dichiarato è legato alla
ricerca di lavoro (66 per cento), seguito dal ricongiungimento familiare (28
per cento) .

3. I principali risultati

3.1 Il reddito e il lavoro

Nel 2006 il reddito familiare
medio annuo, al netto delle imposte sul reddito e dei contributi previdenziali
e assistenziali, è risultato di 31.792 euro (tav. B1), pari a 2.649 euro al mese. Il reddito familiare medio risulta più elevato per
le famiglie con capofamiglia laureato, lavoratore indipendente o dirigente, di
età compresa tra i 41 e i 65 anni. Cresce inoltre al crescere del numero dei
componenti e risulta inferiore per le famiglie residenti al Sud e Isole.

Rispetto alla precedente
rilevazione, il reddito familiare medio aumenta del 7,8 per cento in termini
nominali, pari al 2,6 per cento in termini reali11. La
crescita del reddito pro capite – pari al 3,5 per cento in termini reali
– risulta superiore a quella del reddito familiare, a causa della maggior
crescita del numero di famiglie rispetto a quella della popolazione.

Il reddito delle famiglie con
capofamiglia dipendente è cresciuto in media del 4,3 per cento in termini
reali. Quello delle famiglie con capofamiglia indipendente è rimasto
sostanzialmente ai livelli del 2004, anche se il reddito mediano di queste
famiglie, meno sensibile all’influenza di valori estremi, è cresciuto del 5,5
per cento in termini reali. Il miglior andamento delle famiglie con
capofamiglia dipendente fra il 2004 e il 2006 compensa soltanto in parte la
riduzione osservata fra il 2000 e il 2004: per il periodo 2000-2006 il reddito
di queste famiglie in termini reali è infatti rimasto
sostanzialmente stabile (0,3 per cento) rispetto a una crescita del 13,1 per
cento delle famiglie con capofamiglia autonomo.

La categoria degli
"indipendenti" è eterogenea. Se in media il reddito delle famiglie
con capofamiglia indipendente è rimasto stabile tra il 2004 e il 2006,
all’interno della categoria le famiglie con capofamiglia lavoratore
autonomo/artigiano o titolare di una impresa familiare
o imprenditore hanno visto il reddito crescere dell’11,2 per cento in termini
reali, mentre l’andamento è stato negativo per le restanti tipologie (liberi
professionisti, lavoratori atipici e soci-gestori di società). Per le famiglie
con capofamiglia in condizione non professionale l’aumento in termini reali è
stato del 3 per cento.

Il divario di crescita del
reddito tra le famiglie con capofamiglia dipendente e quelle con capofamiglia
indipendente è in parte spiegabile dalle dinamiche del numero di componenti che
percepiscono una qualche forma di reddito. Mentre infatti
il numero complessivo di percettori all’interno delle prime è aumentato del 5
per cento, quello delle famiglie con capofamiglia indipendente si è ridotto
dell’1,3 per cento.

Il reddito familiare medio mostra
una crescita in termini reali maggiore al Sud e Isole (5,6 per cento) rispetto
al Centro (3,5 per cento) e al Nord (0,7 per cento) 13. Analogamente, la
variazione del reddito pro capite in termini reali è superiore nel Sud e Isole
(6,6 per cento); la variazione del Nord (2,4 per cento) supera però quella del
Centro (1,9 per cento).

Riguardo alla composizione del
reddito familiare, si rileva che, in linea con quanto emerso nelle precedenti
rilevazioni, la quota più cospicua è costituita dal reddito da lavoro
dipendente (40,7 per cento); le altre componenti di reddito, da trasferimenti,
da capitale e da libera professione e impresa, rappresentano rispettivamente il
23,5, il 20,7 e il 15,1 per cento. La quota attribuibile ai redditi da lavoro,
in calo tra il 1987 e il 1998, è rimasta sostanzialmente stabile nelle
rilevazioni successive.

La quota delle diverse componenti
è variabile secondo il livello del reddito; il reddito da trasferimenti
caratterizza principalmente le famiglie appartenenti al 20 per cento più povero
(48 per cento); quella dei redditi da lavoro dipendente risulta invece più
elevata nelle classi centrali

di
reddito, mentre sia la quota dei redditi da libera professione o impresa sia
quella dei redditi da capitale è più elevata per la classe di reddito superiore
.

Il reddito da lavoro dipendente
ricevuto in media da ciascun percettore è risultato pari a 16.045 euro, con una
crescita dell’1,2 per cento in termini reali (tav. C7). Per contro, quello da
lavoro indipendente è pari a 22.057 euro, in lieve diminuzione in termini reali
rispetto al 2004 (-0,1 per cento)15. Il reddito individuale medio da lavoro
(autonomo e dipendente) è inferiore per le donne (14.447 euro contro i 19.696
euro degli uomini) e al Sud e Isole (14.886 euro). I laureati guadagnano un
reddito medio da lavoro più che doppio rispetto a quello percepito da coloro
che sono privi di titolo di studio (25.090 rispetto a 10.436 euro). Riguardo
all’età del

percettore,
il valore più elevato si registra nella classe di età oltre 65 anni, con 21.174
euro; i valori più bassi si osservano per la classe sotto i 30 anni (12.451
euro). Il reddito da trasferimenti è pari in media a 10.389 euro, mentre quello
da capitale a 6.889 euro.

La distribuzione dei redditi
familiari presenta la consueta forma asimmetrica, con una frequenza
relativamente ridotta dei redditi molto bassi, un addensamento sui redditi
medio-bassi e una frequenza progressivamente meno elevata per i redditi più
alti. Il 20 per cento delle famiglie ha un reddito annuale inferiore ai 15.334
euro (circa 1.278 euro al mese), mentre metà delle
famiglie ha percepito un reddito non superiore ai 26.062 euro. Il 10 per cento
delle famiglie più agiate ha un reddito superiore ai 55.712 euro. La
probabilità di trovarsi nella coda alta della distribuzione aumenta in modo
significativo per le famiglie con capofamiglia laureato, con un’età compresa
fra i 51 e i 65 anni, lavoratore autonomo e residente nel Centro o nel Nord.

Il reddito familiare è una misura
che prescinde dal numero di individui che vivono in famiglia. D’altro canto il
reddito pro capite, ossia il valore del reddito familiare a disposizione di
ciascun componente, non terrebbe conto delle economie di scala che si
realizzano nei consumi tra gli individui di uno stesso nucleo familiare. Per
ovviare a questo limite, nello studio della disuguaglianza e della povertà, si
può correggere il reddito complessivamente percepito dalla famiglia con una
scala di equivalenza. Il risultato così ottenuto, detto reddito equivalente,

si
interpreta come il reddito di cui ciascun individuo dovrebbe disporre se
vivesse da solo per

raggiungere
lo stesso tenore di vita che ha in famiglia. Nel 2006, il valore medio del
reddito

equivalente
è pari a 18.324 euro, in aumento del 3,9 per cento in termini reali rispetto al
2004.

Il 10 per cento delle famiglie
con il reddito più basso percepisce il 2,6 per cento del totale dei redditi
prodotti. Il 10 per cento delle famiglie con redditi più elevati percepisce
invece la stessa quota del reddito totale posseduta della metà delle famiglie
meno abbienti: circa il 26,4 per cento (tavv. C3-C4): entrambi i valori non si
discostano da quelli riscontrati per il 2004 e il 2002. L’indice di
concentrazione di Gini misurato sui redditi familiari risulta pari a 0,349,
mentre quello misurato sui redditi equivalenti a 0,323 (per il 2004, l’indice
di Gini risultava rispettivamente pari a 0,353 e a 0,331). Nel 2006, la
disuguaglianza misurata nel Sud e Isole non risulta, da un punto di vista
statistico, significativamente diversa rispetto alle altre aree .

In termini di reddito equivalente
la quota di individui che vive in famiglie a basso reddito risulta nel 2006
pari al 13,2 per cento, una quota pressoché costante dal 2000
. Utilizzando come indicatore alternativo di benessere i consumi
equivalenti, la quota di persone che vive in famiglie con un consumo inferiore
alla metà del consumo mediano risulta pari al 6,9 per cento, in diminuzione
rispetto al 2000.

La diversa dinamica dei redditi
in base alla condizione professionale ha avuto un impatto sulla povertà
relativa degli individui. Tra il 2000 e il 2004 la quota di lavoratori
dipendenti in condizione di povertà è salita dal 5,9 al 7 per cento per poi
attestarsi, nel 2006, al 6,3 per cento; per i lavoratori autonomi la stessa
incidenza è scesa dall’8,1 del 2000 al 7,2 per cento nel 2004 per risalire al
7,5 per cento nel 2006.

L’analisi delle famiglie
intervistate in occasione delle ultime due rilevazioni (famiglie panel)
consente di ottenere alcune indicazioni sulla dinamica della posizione relativa
delle famiglie nella scala del reddito. Escludendo la mobilità legata ai
cambiamenti nel numero dei componenti, la maggior parte delle famiglie (57 per
cento) rimane nella stessa classe di reddito del 2004. Questa percentuale è la
stessa osservata nel periodo 2002-2004, mentre è più elevata rispetto a quella
misurata fra il 2000 e il 2002.

Per quanto riguarda la
distribuzione dell’orario di lavoro, i dipendenti in media lavorano

per 37,9
ore settimanali, contro le 43,9 ore per settimana degli indipendenti. La
distribuzione

per
questi ultimi presenta inoltre una più elevata dispersione con una maggiore
frequenza sulle

classi
estreme, in particolare sulla coda alta (oltre le 50 ore) (fig. 8). La
retribuzione media oraria per gli autonomi risulta superiore del 16 per cento a
quella dei dipendenti (9,66 euro contro 8,33).

L’età media in cui gli occupati
prevedono di andare in pensione è pari a oltre 63 anni per gli uomini e 61 per
le donne. Tali aspettative, in significativo aumento dal 1991, sono rimaste
pressoché invariate rispetto al 2004 .

Considerando le aspettative circa
l’entità della pensione pubblica, gli occupati ritengono che in media essa
rappresenterà circa il 65,2 per cento dell’ultimo stipendio. Tale quota risulta
in diminuzione rispetto alle precedenti rilevazioni (nel 2000 il valore era
pari al 71,9 per cento).

La spesa per consumi risulta in
media di 23.749 euro, pari al 74,7 per cento del reddito familiare (tav. B1).
Il valore dei consumi cresce al crescere del titolo di studio del capofamiglia
e risulta correlato con la dimensione della famiglia. Valori più elevati si
registrano al Nord e al Centro rispetto al Sud e Isole (25.770 e 26.942 euro
contro i 18.654 euro di quest’ultima ripartizione).

3.2 La ricchezza

La ricchezza familiare netta,
costituita dalla somma delle attività reali (immobili, aziende e oggetti di
valore), delle attività finanziarie (depositi, titoli di Stato, azioni, ecc.)
al netto delle passività finanziarie (mutui e altri debiti), presenta un valore
mediano23 di 146.718 euro, con un incremento, rispetto al 2004, dell’11,6 per
cento in termini reali. Livelli più elevati di ricchezza netta sono detenuti da
famiglie con capofamiglia laureato, dirigente o imprenditore (mediana pari a
circa 300.000 euro), o da famiglie residenti nei comuni con più di 500.000
abitanti (circa 190.000 euro). Livelli più bassi si riscontrano per le famiglie
con capofamiglia senza titolo di studio (47.000 euro) o operaio (circa 70.000
euro). Le attività reali, con un valore mediano pari a 150.000 euro,
costituiscono la parte preponderante della ricchezza familiare25, e risultano
in forte crescita rispetto al 2004 (+18 per cento in termini reali). Le
attività finanziarie presentano un valore mediano pari a 6.888 euro, in
diminuzione rispetto al 2004 (-6 per cento in termini reali).

Il Centro e il Nord sono le due
aree geografiche del paese con il valore mediano più alto in attività reali e
in attività finanziarie, rispettivamente: 205.000 euro di attività reali del
Centro contro i 152.000 e 100.000 del Nord e del Sud e Isole; 10.828 euro di
attività finanziarie del Nord contro i 6.603 e 3.700 del Centro e del Sud e
Isole.

Le passività finanziarie
ammontano al 4,4 per cento della ricchezza netta e riguardano il 26,1 per cento
delle famiglie italiane (tav. E4), in crescita rispetto al 2004 (24,6 per
cento). Nell’ultimo decennio la ricchezza netta mediana per condizione
professionale del capofamiglia (tav. 3) mostra una forte crescita per le
famiglie con capofamiglia pensionato, passando dal 70 al 100 per cento della
mediana nazionale.

Si osserva invece una diminuzione
della ricchezza relativa delle famiglie con capofamiglia dipendente, che dal
105 per cento della mediana nazionale nel 1995, scende all’84 per cento nel
2004, seppur mostrando un miglioramento nell’ultimo biennio. Anche la posizione
relativa delle famiglie con capofamiglia lavoratore indipendente mostra un
tendenziale peggioramento rispetto al valore nazionale. Dal 1995, il
differenziale tra la ricchezza mediana delle famiglie del Nord e del Centro e
quella delle famiglie del Sud e Isole è rimasto invariato. La ricchezza mediana
delle

famiglie
del Nord e del Centro risulta pari a quasi il doppio di quella delle famiglie
del Sud. Dal

1998 al 2002 il differenziale
nella ricchezza mediana tra Nord e Centro risulta favorevole al

Nord e in crescita. Dal 2004 il
Centro detiene un valore mediano relativo superiore a quello del

Nord, grazie soprattutto alla
forte crescita del valore degli immobili tra il 2002 e il 2004. La

posizione
relativa del Sud e delle Isole appare stabile durante tutto il decennio
analizzato. La ricchezza netta presenta una concentrazione maggiore di quella
del reddito: il 10 per cento delle famiglie più ricche possiede quasi il 45 per
cento dell’intera ricchezza netta delle famiglie italiane (nel 2004 era il 43
per cento). L’indice di Gini della ricchezza netta è 0,616, in lieve aumento
rispetto alla precedente indagine (0,603). Tale variazione è attribuibile in
parte a una lieve crescita della disuguaglianza nella distribuzione delle
attività reali (l’indice di Gini passa dallo 0,607 allo 0,615) e in parte al
marcato aumento della disuguaglianza nella distribuzione delle attività
finanziarie (l’indice di Gini passa dallo 0,733 allo 0,769) e delle passività.

3.3 La diffusione delle attività
finanziarie

Nel 2006 il 89,2 per cento delle
famiglie possedeva un deposito bancario o postale, l’8,5 per cento titoli di
Stato, il 12,1 per cento obbligazioni e quote di fondi comuni e il 6,2 per
cento azioni e partecipazioni italiane. La diffusione dei buoni postali
fruttiferi risulta minore (5,9 per cento). Altre forme di risparmio riguardano
segmenti ancora più ridotti della popolazione: l’1,6 per cento delle famiglie
investe i propri risparmi sotto forma di prestiti alle cooperative, l’1,4 per
cento li affida alle gestioni patrimoniali e il 2,1 acquista certificati di
deposito o pronti contro termine. Solo lo 0,7 per cento investe in titoli
esteri . Tra le forme di deposito bancario o postale,
il conto corrente ha una diffusione nettamente superiore rispetto al deposito a
risparmio (87,7 contro 18,4 per cento); tale

divario
risulta in costante aumento negli ultimi anni. Rispetto al 2004 è in aumento il
numero di

famiglie
in possesso di certificati di deposito o titoli di stato registra una lieve
crescita, pari a

circa un
punto percentuale. Risulta invece in diminuzione la quota di famiglie in
possesso di

titoli
più rischiosi. In particolare, la quota di famiglie in possesso di azioni
diminuisce di un

punto
percentuale e quella in possesso di gestioni patrimoniali o titoli esteri
diminuisce di 0,4

punti. La percentuale di famiglie
che possiedono obbligazioni o fondi comuni di investimento

risulta
invece in crescita di 0,2 punti percentuali. Nel complesso, la quota di
famiglie in possesso di almeno uno strumento finanziario, oltre il deposito,
appare sostanzialmente invariata tra il 2004 e il 2006.

La diffusione delle attività
finanziarie è connessa con le caratteristiche familiari e in primo luogo con
quelle economiche; la penetrazione degli strumenti finanziari è infatti crescente al crescere del reddito e del titolo di
studio. Fanno eccezione i depositi postali, che, sebbene in misura inferiore
rispetto al passato, hanno una diffusione maggiore nei comuni più piccoli, nel
Sud e Isole, tra le famiglie con capofamiglia pensionato o dipendente, e una
diffusione decrescente al crescere del livello di istruzione del capofamiglia.

Gli strumenti finanziari sono in generale più diffusi al Nord e al Centro, ad eccezione
dei depositi postali che sono più diffusi nel Mezzogiorno. In particolare, il
75 per cento delle famiglie residenti al Sud possiede almeno un deposito,
contro circa il 93 per cento nel Centro e il 97 per cento nel Nord. Il divario
tra Nord e Sud è più marcato in termini relativi nel caso di azioni, obbligazioni
e titoli di stato, dei quali la diffusione nel Nord è sei volte quella nel Sud
e Isole.

Una diffusione più ampia di
titoli di Stato si osserva per le famiglie con capofamiglia dirigente (13,6 per
cento), pensionato (10,6 per cento) o imprenditore e libero professionista
(15,2 per cento), mentre risulta particolarmente bassa
per quando il capofamiglia è operaio (3,6 per cento). Per le altre forme di
risparmio i lavoratori indipendenti si orientano di più verso obbligazioni e
fondi comuni di investimento, mentre un’alta percentuale di dirigenti investe
anche nel mercato azionario.

Le famiglie con capofamiglia
pensionato possiedono oltre il 50 per cento delle attività finanziarie nette,
con una forte preferenza per i titoli di Stato (50,9 per cento) e una quota
ridotta di passività finanziarie (7,3 per cento); le famiglie con capofamiglia
lavoratore autonomo, pur rappresentando solo il 12 per cento, detengono un
quarto delle attività rischiose, quali azioni, fondi comuni e altri titoli, e
il 42 per cento delle passività.

Rispetto al 2004 aumenta in modo
significativo la quota di titoli di Stato detenuta da famiglie con capofamiglia
pensionato (+7 punti percentuali), mentre diminuisce
quella detenuta da famiglie con capofamiglia imprenditore e libero professionista
o impiegato (-2,6 e -2,4 punti percentuali rispettivamente). A fronte di tali
diminuzioni, aumenta in modo significativo la quota detenuta in azioni, fondi
comuni e altri titoli da famiglie con capofamiglia dirigente (+14 punti
percentuali).

Il tendenziale aumento,
osservatosi durante gli anni novanta, della propensione delle famiglie a
detenere strumenti rischiosi subisce una lieve inversione di tendenza negli
anni successivi (tra il 2002 e il 2006 la quota si riduce di 4 punti
percentuali). Tale riduzione si riscontra in particolare per le famiglie
residenti al Centro, con capofamiglia imprenditore, libero professionista o
impiegato, o con titolo di studio più elevato. La capacità degli individui di
prendere decisioni appropriate riguardo alla gestione delle proprie finanze, in
relazione al loro grado di alfabetizzazione finanziaria (financial literacy).
L’innalzamento dei livelli di conoscenza finanziaria rappresenta un tema di
grande interesse per le istituzioni economiche ed è una condizione fondamentale
affinché gli individui possano fare scelte di risparmio consapevoli.

Nella presente indagine sono
state introdotte sei domande per misurare il grado di cultura finanziaria di
base delle famiglie italiane. In particolare le sei domande hanno lo scopo

di
catturare la capacità di leggere un estratto conto, calcolare variazioni nel
potere di

acquisto,
misurare il rendimento di un titolo, calcolare gli interessi maturati in un
conto

corrente,
comprendere la relazione tra titoli, e distinguere fra diverse tipologie di
mutuo.

La percentuale di domande a cui le famiglie rispondono in modo corretto è in media
pari al 24 per cento; gran parte delle restanti famiglie dichiara di non saper
rispondere. In particolare si osserva che solo il 14 per cento delle famiglie è
in grado di calcolare il rendimento di un titolo, il 21 per cento è capace di
calcolare gli interessi maturati in un conto corrente, circa il 27 per cento è
in grado di distinguere tipologie differenti di mutuo, comprendere le relazioni
tra strumenti finanziari diversi, oppure leggere un estratto conto; il 31 per
cento delle famiglie è in grado di calcolare le variazioni del potere di
acquisto di una data somma di denaro).

Il grado di alfabetizzazione
finanziaria è connesso con il livello di istruzione scolastica. Le famiglie del
Sud e delle Isole presentano minori conoscenze finanziarie rispetto al resto
d’Italia; non appare invece esserci una differenza significativa tra il grado
di istruzione finanziaria delle famiglie del Nord e quelle del Centro. Per
quanto riguarda la condizione professionale, le più istruite risultano le
famiglie con capofamiglia dirigente, imprenditore o libero professionista. Il
grado di alfabetizzazione finanziaria è più alto per le famiglie con
capofamiglia di età compresa tra i 41 e 50 anni; i più anziani risultano essere
meno alfabetizzati dei più giovani. Le famiglie con capofamiglia con licenza
media superiore risultano però leggermente più istruite in campo finanziario di
quelle con capofamiglia laureato.

3.4 L’indebitamento delle
famiglie italiane

Il 26 per cento delle famiglie ha
fatto ricorso alle istituzioni finanziarie per ricevere finanziamenti. In
particolare, l’11,6 per cento ha debiti per l’acquisto o la ristrutturazione di
beni immobili per esigenze familiari, il 12,8 per cento ha debiti per
l’acquisto di beni di consumo e il 3,8 per cento ha debiti connessi con la
propria attività di lavoro indipendente. Il numero di famiglie indebitate
risulta in aumento rispetto al dato rilevato nel 2004 (24,6 per cento),
confermando una tendenza di lungo termine .

L’indebitamento delle famiglie
italiane, seppure in crescita negli ultimi anni, è tuttora contenuto nel
confronto internazionale. L’incremento della sua incidenza nel periodo più
recente è stato influenzato, tra l’altro, dal basso livello dei tassi di
interesse e dallo sviluppo dell’industria finanziaria, che ha reso più ampia e
flessibile l’offerta di prodotti per le famiglie, per esempio per il credito al
consumo o per l’acquisto di attività reali. L’indebitamento è più diffuso nel
Centro e nel Nord, tra le famiglie più giovani, o con titolo di studio più
alto. Inoltre la percentuale di famiglie indebitate è più alta
quando il capofamiglia è lavoratore indipendente. I debiti per
l’acquisto o ristrutturazione di immobili per esigenze familiari costituiscono
la parte preponderante dell’ammontare di indebitamento delle famiglie italiane
(60 per cento). Seguono i debiti per esigenze lavorative (26 per cento) e
quelli per beni di consumo (10 per cento).

La quota di debiti per le
attività lavorative risulta elevata, oltre che per le famiglie con

capofamiglia
lavoratore indipendente, per le famiglie con capofamiglia con licenza
elementare o

con età
tra i 51 e i 65 anni. La quota relativa ai debiti per beni di consumo è invece
più rilevante

per le
famiglie con capofamiglia molto giovane o anziano, o con licenza media
inferiore. I debiti

nei
confronti di amici o parenti non conviventi risultano cospicui per le famiglie
con capofamiglia giovani, in condizione non professionale o senza alcun titolo
di studio. Il rapporto tra debito complessivo e reddito disponibile è in media
del 33 per cento31; esso è più elevato per le famiglie giovani, più numerose, o
residenti nei comuni con oltre 500.000 abitanti. Un indicatore del grado di
sostenibilità del debito è costituito dal rapporto tra la spesa complessivamente
sostenuta per il rimborso del debito (comprensiva di capitale e interessi) e il
reddito disponibile (al lordo degli interessi passivi). Tale indicatore può
essere calcolato solo per il debito per l’acquisto dell’abitazione di
residenza, perché l’informazione sulla spesa non è raccolta per le altre
categorie di debito. Questo indicatore suggerisce che la fragilità finanziaria sia più elevata per le famiglie con capofamiglia più
giovane, poco istruito, lavoratore dipendente o residenti nel Sud e Isole.
Anche la classe di reddito appare connessa con la fragilità finanziaria: le
famiglie che appartengono ai primi due quinti della distribuzione del reddito,
se hanno debiti (cioè nel 23,9 per cento dei casi) devono destinare, in media,
oltre il 30 per cento del proprio reddito disponibile a sostenere gli oneri
finanziari connessi al mutuo; il rapporto scende sotto il 20 per le famiglie
indebitate degli ultimi due quinti (il 10 per cento di questa classe di
reddito).

3.5 L’utilizzo di strumenti
di pagamento

Continua la tendenza, segnalata
anche nelle precedenti rilevazioni, alla progressiva sostituzione degli
strumenti di pagamento tradizionali, quali il contante e gli assegni bancari,
con modalità di pagamento più avanzate e flessibili, come la carta di credito,
il Bancomat e gli addebiti preautorizzati. Anche l’uso delle nuove tecnologie
per effettuare pagamenti e gestire i rapporti con gli intermediari va
diffondendosi, rimanendo tuttavia ancora limitato a una porzione ridotta della
popolazione (8,5 per cento).

Il 63 per cento delle famiglie
possiede una carta di pagamento: il 60 per cento è in possesso di Bancomat e il
31 per cento di carta di credito (nella precedente indagine erano
rispettivamente il 58 e il 29 per cento) e il 2,2 per cento è in possesso di
una carta prepagata. Il possesso di tali strumenti appare positivamente
correlato al reddito familiare, al numero dei percettori di reddito, al titolo
di studio del capofamiglia e alla dimensione del comune di residenza.

La spesa media mensile fatta in
contanti dalle famiglie è pari a 943 euro, il 48 per cento della spesa media
mensile; la quota sul consumo è più elevata al Sud e Isole, per le famiglie con
capofamiglia con titolo di studio inferiore o con meno disponibilità
economiche. La modalità più frequente attraverso cui le famiglie percepiscono
le loro entrate, è il versamento diretto in conto corrente (74,5 per cento), in
aumento rispetto agli anni precedenti. Il contante rappresenta una modalità
tuttora molto diffusa (17,5 per cento), anche se in
forte calo negli ultimi anni (nel 1995 era prossima al 34 per cento e nel 2004
al 21 per cento). L’accredito diretto in conto corrente è più diffuso al Nord
(78 cento), con 15 punti percentuali in più rispetto al Sud; risulta più
utilizzato nelle grandi città, tra le famiglie con capofamiglia dotato di
elevato titolo di studio e lavoratori dipendenti.

La quota delle entrate percepite
sotto forma di contante caratterizza in particolare le famiglie residenti al
Sud e Isole (30 per cento) e nei piccoli centri, con basso reddito o con
capofamiglia dotato di modesto livello di istruzione (42 per cento). La quota
assorbita dagli assegni bancari risulta più elevata per le famiglie con
capofamiglia lavoratore autonomo (19 per cento).

Il numero di pagamenti effettuati
su Internet dalle famiglie è ancora esiguo. Tra il 2004 e il 2006 la quota di
famiglie che utilizza Internet a questo fine è cresciuta di 3 punti percentuali
(dal 32 al 35 per cento). Risulta aumentata anche la quota di famiglie che ha
effettuato acquisti attraverso Internet (dal 7 per cento del 2004 al 9 per
cento del 2006). Tra i motivi che vengono addotti
dalle famiglie per il mancato ricorso a forme di acquisto via Internet,
risultano prevalenti l’impossibilità di visionare i beni e il timore di frodi
nei pagamenti.

Forme evolute di comunicazione
con gli intermediari finanziari come il remote banking vengono
utilizzate dall’8,5 per cento delle famiglie, un valore in aumento rispetto al
5,5 per cento del 2004. Di queste, la maggioranza utilizza il collegamento
attraverso Internet (87 per cento circa). L’utilizzo delle nuove tecnologie
caratterizza in particolare le famiglie residenti nel Nord o nei grandi comuni,
o con capofamiglia di età compresa tra i 30 e i 50 anni, dotato di

elevato
livello di istruzione, dirigente o imprenditore. Per quanto concerne i rapporti
con le banche, la maggioranza delle famiglie intervistate (60 per cento)
utilizza il proprio intermediario principale da oltre 10 anni.

3.5 Le abitazioni

Dall’indagine risulta che nel
68,7 per cento dei casi l’abitazione di residenza è di proprietà delle
famiglie, nel 20,9 per cento in affitto, nel 7 per cento
occupata a uso gratuito, nel 3,1 per cento in usufrutto e nel restante
0,4 per cento a riscatto. Rispetto alla precedente rilevazione aumenta di un
punto percentuale la quota di famiglie proprietarie e una corrispondente
riduzione delle famiglie in affitto, a fronte di una sostanziale stabilità
della porzione di famiglie con altro titolo di godimento dell’abitazione di
residenza.

La quota di famiglie proprietarie
dell’abitazione di residenza risulta crescente con l’aumentare dell’età del
capofamiglia e con il numero di percettori presenti nella famiglia, ed è più
elevata per le famiglie residenti nelle regioni centrali o nei comuni con meno
di 20.000 abitanti. Le famiglie con capofamiglia più giovane sono
caratterizzate da una frequenza di abitazioni in affitto più elevata e in
crescita negli ultimi due anni (dal 35,4 al 37,7 per cento per le famiglie con
capofamiglia con meno di 31 anni).

Rispetto alla precedente
rilevazione si segnala un lieve incremento della quota di famiglie residenti in
abitazioni locate a equo canone o con contratto "patti in deroga"
(dal 10,2 al 10,9 per cento), si registra un calo della percentuale di quelle
che vivono in immobili di proprietà pubblica (dal 6,6 al 5,9 per cento).

La dimensione media
dell’abitazione di residenza è di circa 103 metri quadrati,
quella mediana di 90
metri quadrati. Il valore medio risulta in lieve
crescita (nella precedente rilevazione era di 100 metri quadrati),
quello mediano è rimasto invariato. Il 14,4 delle famiglie italiane ha a
disposizione meno di 60
metri quadrati, il 17,4 per cento più di 120 . La dimensione media cresce con il numero di componenti
della famiglia: le famiglie di un componente vivono in abitazioni di circa 83 metri quadrati,
quelle di due componenti in abitazioni di 104 metri quadrati;
ogni persona ha, in media, a disposizione circa 40 metri quadrati.

Il complesso della ricchezza
delle famiglie investito in abitazioni, che risulta la componente preponderante
della ricchezza netta, è raddoppiata nel decennio, sia per la dinamica dei
prezzi delle abitazioni, in parte imputabile a un miglioramento della qualità33,
sia per l’incremento della quota di famiglie proprietarie dell’abitazione di
residenza (passata nel periodo in considerazione dal 65 al 69 per cento). Le
stime macroeconomiche recentemente diffuse dalla Banca d’Italia34 danno un
quadro che è sostanzialmente equivalente a quello fornito dall’indagine.

Il valore medio dell’abitazione
di residenza risulta pari a 207.261 euro, 2.021 euro al metro quadro, in
crescita sostenuta rispetto a quanto rilevato per il 2004 (rispettivamente
172.506 euro e 1.728 euro al metro quadro). Il valore al metro quadro delle
abitazioni di residenza presenta marcate differenze per area geografica (2.059
euro al Nord, 2.867 euro al Centro e 1.443 euro al Sud e Isole) ed è crescente
rispetto all’ampiezza demografica del comune di residenza (da 1.629 euro per
comuni fino a 20.000 abitanti fino a 3.539 euro nei comuni con oltre 500.000
abitanti).

Nell’ultimo biennio è
ulteriormente aumentate del valore delle abitazioni di residenza in rapporto
alle retribuzioni nette medie annue da lavoro dipendente: considerando una abitazione di 100 metri quadri, negli anni dal 1995 al 2006
tale rapporto è cresciuto del 43 per cento, passando da 8,4 a 12.

Le abitazioni di residenza
occupate dai proprietari hanno un valore in media pari a 232.609 euro;
l’affitto imputato, ovvero il canone che i proprietari potrebbero ricavare
dando in affitto la loro abitazione, risulta di 7.192 euro annui. Il valore
dell’abitazione risulta notevolmente variabile in funzione della dimensione del
comune di residenza (369.523 euro nei comuni con oltre 500.000 abitanti
rispetto a 199.429 euro nei comuni con meno di 20.000 abitanti) e per area
geografica (242.960 euro al Nord, 308.659 euro al Centro e 165.166 euro al Sud
e Isole), oltre che, ovviamente, per le caratteristiche dell’abitazione stessa . Le abitazioni di residenza locate presentano un valore
medio pari a 143.076 euro, inferiore a quello delle abitazioni occupate dal
proprietario. La differenza è dovuta principalmente
alla diversa superficie media che caratterizza tali abitazioni (112 metri quadri per le
abitazioni occupate dal proprietario, 76 metri quadri per le abitazioni in affitto).

L’affitto medio pagato dalle
famiglie risulta pari a 3.991 euro annui, con un incremento del 4 per cento
rispetto alla precedente rilevazione. l’incidenza di
questa voce di spesa sul reddito delle famiglie in affitto nel 2006 è rimasta
pressoché invariata intorno al 19,1 per cento.

Il rendimento lordo per il
proprietario risulta del 2,8 per cento, sostanzialmente
stabile rispetto all’indagine 2004. Il valore dell’abitazione e il fitto
pagato risultano crescenti al crescere della dimensione dell’abitazione; il
rendimento lordo tuttavia decresce all’aumentare della dimensione
dell’abitazione.