Penale

giovedì 13 ottobre 2005

Anche le indagini preliminari rientrano nella nozione di procedimento. Se sono troppo lunghe è risarcibile il danno a sensi della legge Pinto Corte di cassazione Sezione I civile Sentenza 15 settembre 2005, n. 18266

Anche le indagini preliminari rientrano
nella nozione di “procedimento”. Se sono troppo lunghe è risarcibile il danno a
sensi della legge Pinto

Corte di cassazione Sezione I civile Sentenza 15 settembre 2005, n. 18266

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. Il signor U.C., sottoposto a procedimento penale dal 1994, a
seguito di notizia di reato pervenuta il 3 novembre 1994, veniva iscritto nel
registro degli indagati in data 23 ottobre 1995.

Il termine di scadenza delle indagini
preliminari veniva prorogato fino al 15 novembre 1996,
ma le stesse risultavano ancora in corso il 17 novembre 2002, data di deposito
del ricorso del signor C., che con lo stesso chiedeva la liquidazione di una
somma a titolo di equa riparazione, per superamento del temine di ragionevole durata
del procedimento, ai sensi della l. n. 89 del 2001.

2. La Corte d’appello di Perugia, con l’impugnato decreto, respingeva la domanda, e
poneva a carico del ricorrente il pagamento delle spese processuali, sulla base
della considerazione che «nei confronti del C. non risulta a tutt’oggi
instaurato un processo penale» ma solo «un’attività di indagine di carattere
preliminare, ma non processuale in senso tecnico».

Posto che il processo avrebbe inizio
soltanto con l’esercizio dell’azione penale da parte del pubblico ministero,
che si realizza con la formulazione dell’imputazione o con la richiesta di
rinvio a giudizio, nella specie si sarebbe dovuto parlare solo di procedimento,
non di processo penale, in relazione al quale sarebbe
estraneo il diritto alla ragionevole durata, riferibile solo al secondo in
senso tecnico.

3. Avverso tale provvedimento ha
proposto ricorso per cassazione il signor C., affidato a tre motivi. Resiste il
Ministero della Giustizia, con controricorso.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1.1. Con il primo motivo di ricorso
(con il quale si duole della violazione dell’art. 360, n. 3, c.p.c., in riferimento agli artt.
4 e 5 della l. n. 89 del 2001, e consequenziale denuncia di incostituzionalità)
il ricorrente deduce che la previsione della condanna alle spese processuali a
carico della parte che lamenta una durata irragionevole del processo
costituisce una violazione dei principi osservati dalla Corte di Strasburgo,
che non sarebbe mai pervenuta ad una tale determinazione.

L’interpretazione adeguata ai detti
principi dovrebbe negare siffatto esito, anche nel caso di soccombenza del
ricorrente. In subordine, egli solleva questione di legittimità costituzionale
della l. 89/2001, per contrasto con gli artt. 24 e 111 Cost., laddove questa «venga interpretata nel senso che, in caso
di rigetto del ricorso proposto in ottemperanza all’art. 3 della stessa legge,
il ricorrente soccombente è condannato al pagamento delle spese sostenute
dall’Avvocatura erariale».

1.2. Con il secondo motivo di ricorso
(con il quale si duole della violazione dell’art. 360, n. 3, c.p.c., con riferimento agli artt.
4 e ss. della l. n. 89 del 2001 e consequenziale denuncia di incostituzionalità)
il ricorrente osserva che una distinzione tra processo e procedimento non è
concepibile nell’ottica della Convenzione di Strasburgo (CEDU), che
investirebbe – a pieno titolo – anche la fase delle indagini preliminari.
Inoltre, anche secondo l’ordinamento interno, le indagini non potrebbero
protrarsi oltre il termine massimo di due anni, a pena di inutilizzabilità
degli atti compiuti successivamente alla scadenza di esso. E
l’art. 4 della l. 89/2001 farebbe espresso riferimento al «procedimento», non
al processo.

1.3. Con il terzo motivo di ricorso
(con il quale si duole della violazione dell’art. 360, n. 3, c.p.c., con riferimento agli artt.
4 e 5 della l. n. 89 del 2001 e consequenziale denuncia di incostituzionalità)
il ricorrente deduce che il giudice di merito ha disatteso la sua richiesta di
riparazione in ordine a un procedimento, la cui notitia
criminis era pervenuta all’ufficio il 3 novembre
1994, e per il quale avrebbe subito un enorme pregiudizio.

2. L’ordine delle questioni non deve
seguire quello dell’esposizione delle doglianze ma
quello della loro stretta precedenza logico-giuridica, che impone di esaminare
dapprima la questione dell’applicabilità della c.d. legge Pinto
anche alla fase delle indagini preliminari. Infatti,
l’esame della terza doglianza dipende dallo scioglimento della seconda e quello
della prima, relativo alle spese, residua all’esito dello scrutinio di tutte le
altre.

2.1. Questa Corte ha già avuto modo
di affermare (nella sentenza 1405/2003) che non si
può, in via generale ed assoluta, escludere la fase delle indagini preliminari
del processo penale dall’ambito di tutela previsto dall’art. 6, paragrafo 1,
della citata Convenzione europea e, nel nostro ordinamento nazionale, dalla l.
n. 89 del 2001. La nozione di causa, o di processo, considerata dalla
Convenzione dei diritti dell’uomo, cui ha riguardo l’art.
2, comma 1, della citata legge nazionale, s’identifica, infatti, con qualsiasi
procedimento si svolga dinanzi agli organi pubblici di giustizia per
l’affermazione o la negazione di una posizione giuridica di diritto o di
soggezione facente capo a chi il processo promuova o subisca. Processo, in tal
senso, è dunque anche la fase delle indagini che precedono il vero e proprio
esercizio dell’azione penale, le quali perciò, ove irragionevolmente si siano
protratte nel tempo, ben possono assumere rilievo, ai fini dell’equa
riparazione.

A tale orientamento, pienamente
condiviso da questo Collegio, deve essere data continuità e qualche
specificazione.

2.2. La fase delle indagini
preliminari, caratterizzata dalla raccolta degli elementi necessari al magistrato
per determinarsi in ordine all’esercizio dell’azione
penale, deve avere una durata strettamente necessaria al compimento di una tale
determinazione.

Per questo il legislatore ha previsto
limiti cronologici al loro svolgimento, contemperando l’interesse dello Stato
alle investigazioni con quello dell’indagato a restare, in un lasso di tempo determinato (diversificato in ragione della
natura del reato che forma oggetto di quelle), nella condizione di persona
assoggettata alle indagini.

Non è un caso che la facoltà di
disporre una proroga dei detti termini spetti non al PM ma
al giudice, il quale dovrà valutare l’esistenza dei presupposti e delle
condizioni per accordarla e, comunque, a vigilare sul rispetto del termine
massimo dei due anni di indagine.

Questi limiti, di per sé, individuano
già la ragionevole durata massima di una siffatta fase ed essi dovranno essere
considerati e valutati dai criteri stabiliti dall’art. 2, comma 2, legge Pinto per valutare l’esistenza della violazione
(complessità del caso, comportamento delle parti e del giudice nonché di ogni altra autorità chiamata a concorrere o a
contribuire alla definizione del procedimento) .

2.3. Se è vero che il procedimento
per le indagini preliminari si caratterizza per una diffusa riservatezza, onde può darsi (fra le varie figure ipotizzate dalla dottrina)
una situazione fattuale tipica in cui, non essendovi spazio per il compimento
dei c.d. «atti garantiti» (o cioè di atti che prevedono come obbligatoria la
partecipazione del difensore), il procedimento nel suo complesso rimanga
pienamente riservato, così che esso si svolga e si concluda all’insaputa
dell’indagato, è pur vero che, anche in tale ipotesi, può darsi una decisa
"sterzata" verso la sua conoscenza, attraverso l’esercizio del diritto
(proprio dell’interessato) ad essere informato dell’iscrizione nel registro
degli indagati.

Infatti, anche in tale particolare
ipotesi (diversa da quella in cui sono necessari atti «garantiti» o da quell’altra in cui le indagini
prendono avvio con l’adozione di una pre-cautela o
con l’applicazione di misura cautelare), lo status di indagato può essere
conosciuto per iniziativa dell’interessato il quale, se ha notizia, anche
informale (ad esempio, a mezzo degli organi di stampa), dell’avvio di una investigazione,
che lo riguarda o può riguardarlo, può far richiesta che gli venga comunicato
se il suo nome risulti nel registro delle notizie di reato. Ad "esclusione
dei casi in cui si procede per uno dei delitti di cui all’art. 407, comma 2,
lett. a), le iscrizioni previste dai commi 1 e 2 sono comunicate alla persona
alla quale il reato è attribuito, alla persona offesa e ai rispettivi
difensori, ove ne facciano richiesta» (art. 335, comma 3, c.p.p.),
salvo che (comma 3-bis), per specifiche esigenze attinenti all’attività di
indagine, il PM disponga con decreto motivato il segreto sulle iscrizioni. Ma anche tale ultima ipotesi di compressione del diritto
dell’indagato non può durare oltre i tre mesi.

Così, ai sensi dell’art. 110-bis disp. att. c.p.p.,
«quando vi è richiesta di comunicazione delle iscrizioni contenute nel registro
delle notizie di reato (…) la segreteria della Procura della Repubblica, se
la risposta è positiva e non sussistono gli impedimenti a rispondere, fornisce
le informazioni».

2.4. In ogni caso, la riservatezza
delle indagini (o quindi la conoscenza dello stato di indagato)
può durare unicamente il tempo fissato dalla legge per il loro compimento, non
essendo previsto che essa possa protrarsi anche per il tempo conseguente alla
proroga dei termini di durata delle indagini. Infatti «la richiesta di proroga
è notificata, a cura del giudice, alla persona sottoposta alle indagini nonché alla persona offesa dal reato» (art. 406, comma 3)
attribuendosi all’indagato «la facoltà di presentare memorie entro cinque
giorni dalla notificazione» (salva l’eccezione delle indagini relative a
delitti di criminalità organizzata, suscettibili di essere prorogate
all’insaputa dell’interessato).

2.5. Inoltre,
l’indagato ha diritto ad essere informato della conclusione delle indagini,
quando il magistrato del pubblico ministero non si sia già determinato a
richiedere l’archiviazione (art. 415-bis).

3. Tanto premesso, la Corte d’appello di Perugia, con l’impugnato decreto, ha respinto la domanda di equa riparazione per la non ragionevole durata della fase
delle indagini preliminari riguardanti il ricorrente, sulla base della sola
considerazione che «nei confronti del C. non risulta(va) a tutt’oggi
processo penale» ma solo «un’attività di carattere preliminare, ma non
processuale in senso tecnico».

Tale principio giuridico è, però, del
tutto erroneo ed esso deve essere sostituito da quello sopra enunciato, a
termine del quale "la nozione di causa, o di processo, considerata dalla
convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo
e delle libertà fondamentali, cui ha riguardo l’art. 2 della l. 24 marzo 2001,
n. 89, s’identifica con qualsiasi procedimento si svolga dinanzi agli organi
pubblici di giustizia per l’affermazione o la negazione di posizione giuridica
di diritto o di soggezione facente capo a chi il processo promuova o subisca.
In tale novero comprendendosi anche quello relativa alla
fase delle indagini preliminari, che precedono il vero e proprio esercizio
dell’azione penale, le quali perciò, ove irragionevolmente si siano protratte
nel tempo, assumono rilievo, ai fini dell’equa riparazione».

Perciò il decreto impugnato, in
accoglimento del secondo motivo di ricorso (assorbiti i restanti, perché solo
eventualmente scrutinabili a seguito dell’applicazione dei principi relativi ad
esso, qui accolto), deve essere cassato e la causa
rinviata alla stessa Corte territoriale, in altra composizione, la quale avrà
l’onere anche di regolare le spese di questa fase.

4. Nel caso che ci occupa la parte
afferma di essere stata a conoscenza: a) dell’esistenza delle indagini; b)
della data della notitia criminis
e della sua (tardiva) iscrizione nell’apposito
registro degli indagati; c) della proroga concessa dal giudice alle indagini;
d) della protrazione delle stesse oltre il termine massimo previsto dalla legge
processuale.

In rapporto ai fatti allegati,
spetterà al giudice del rinvio, facendo applicazione del principio di diritto
indicato, e di quelli relativi al diritto della
persona sottoposta alle indagini ad avere conoscenza del procedimento penale a
suo carico, di verificare se la durata delle indagini che hanno riguardato il
ricorrente abbia o meno superato il termine ragionevole e se, in conseguenza di
tale protrarsi oltre il limite ragionevolmente consentito, essa abbia o meno
cagionato un danno all’interessato suscettivo di equa riparazione ai sensi
della c.d. legge Pinto.

P.Q.M.

Accoglie il secondo motivo di
ricorso, assorbiti i restanti, cassa il decreto impugnato e rinvia la causa,
anche per le spese di questa fase, alla Corte d’Appello di Napoli, in diversa
composizione.