Civile

mercoledì 24 maggio 2006

Amnesty International. Rapporto annuale 2006: Scheda inerente alla situazione italiana

Amnesty International. Rapporto
annuale 2006: Scheda inerente alla situazione italiana

Italia

Repubblica italiana

Capo di Stato: Carlo Azeglio
Ciampi

Capo del governo: Silvio
Berlusconi

Pena di morte: abolizionista per
i tutti i reati

Statuto di Roma della Corte
penale internazionale: ratificato

Convenzione delle Nazioni Unite
sulle donne e relativo Protocollo opzionale: ratificati

I diritti dei rifugiati sono
stati minacciati dall’applicazione di una nuova legge sull’immigrazione, dalla
mancanza di una legislazione specifica per tutelare i
richiedenti asilo e dall’intenzione manifestata dall’Italia di costruire
in Libia centri di detenzione per migranti. Nel corso dell’anno, a dispetto del
diritto internazionale sui rifugiati, più di 1.425 migranti sono stati espulsi
verso la Libia. Sono state comminate condanne
detentive con sospensione condizionale della pena nei confronti di funzionari
pubblici e personale civile per aggressione e maltrattamenti razzisti avvenuti
in un centro di detenzione per migranti. Sono proseguiti i processi a carico di agenti di polizia accusati di aggressione e altri reati
compiuti nel 2001 durante manifestazioni svoltesi a Napoli e, in occasione del
Summit G8, a Genova. L’Italia non ha adottato misure per risolvere il problema
dell’impunità all’interno delle forze dell’ordine, quali la creazione di un
organismo indipendente per le denunce contro la polizia, l’inserimento del
reato di tortura nel codice penale e l’obbligo per gli agenti di indossare
chiaramente un qualche segno di identificazione.

Minaccia ai diritti dei rifugiati

Nonostante sia Stato parte della
Convenzione delle Nazioni Unite sui rifugiati, l’Italia non si è ancora dotata
di una legge specifica e completa sul diritto di asilo.
Nella pratica, l’asilo è disciplinato dalla legge sull’immigrazione del 1990,
così come emendata nel 2002 dalla cosiddetta legge
Bossi-Fini, il cui regolamento di attuazione è entrato in vigore il 21 aprile
2005. La legge ha istituito centri di identificazione
per la detenzione dei richiedenti asilo e una procedura veloce per la
determinazione del diritto di asilo per i richiedenti detenuti, generando
preoccupazione per l’accesso alle procedure di asilo, per la detenzione dei
richiedenti asilo in violazione degli standard previsti dalla normativa
internazionale e per la violazione del principio del non-refoulement (non
respingimento) che vieta di rimpatriare o espellere forzatamente i richiedenti
asilo verso Paesi in cui potrebbero essere a rischio di gravi abusi dei diritti
umani.

È stato espresso il timore che
molti delle migliaia di migranti e richiedenti asilo
giunti in Italia via mare, principalmente dalla Libia, siano stati forzatamente
respinti verso Paesi in cui erano a rischio di violazioni dei diritti umani.
Tra gennaio e ottobre almeno 1.425 persone sono state deportate in Libia.

*Tra il 13 e il 21 marzo,
sull’isola di Lampedusa sono arrivati 1.235 cittadini stranieri. Il 14 marzo
l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (ACNUR) ha chiesto di
poter accedere al centro di detenzione dell’isola, ma
la richiesta è stata respinta per ragioni di sicurezza. Il 16 marzo il ministro
dell’Interno ha riferito al Parlamento che nel centro erano stati ammessi
funzionari libici, per identificare i trafficanti di esseri
umani. Secondo quanto riferito, il giorno seguente sono state espulse 180
persone, scortate in volo da agenti delle forze dell’ordine italiane fino alla
capitale libica Tripoli. Il 18 marzo l’ACNUR ha sottolineato
che, se al momento delle visite dei funzionari libici nel centro fossero stati
presenti richiedenti asilo libici, tali visite avrebbero contravvenuto i
principi basilari della tutela dei rifugiati. Il 14 aprile il Parlamento
Europeo ha espresso preoccupazione per le espulsioni dei
migranti da Lampedusa attuate tra l’ottobre 2004 e il marzo 2005. Il 10
maggio la Corte Europea dei diritti umani ha ordinato alle autorità italiane di
sospendere la prevista espulsione di 11 migranti che erano giunti a Lampedusa a
marzo.

Nei Centri di permanenza temporanea
e assistenza (CPTA) sono stati detenuti migliaia di
cittadini stranieri senza permesso di soggiorno, mentre da alcuni di tali
centri sono state segnalate aggressioni verso detenuti da parte di agenti delle
forze dell’ordine e personale di sorveglianza. Sono state anche segnalate
condizioni di sovraffollamento e mancanza di igiene;
assistenza medica inadeguata unita a somministrazione eccessiva e illegale di
sedativi; e difficoltà per i detenuti a ottenere assistenza legale e accesso
alle procedure di asilo. Condizioni analoghe sono state riferite nei Centri di identificazione, di nuova creazione, dove sono stati
trattenuti centinaia di richiedenti asilo.

Aggiornamenti

Nel mese di luglio il tribunale
di Lecce ha condannato 16 persone accusate di aggressione
e maltrattamenti razzisti avvenuti nel novembre 2002 ai danni di detenuti nel
CPTA Regina Pacis, in Puglia. Il direttore del centro, un prete cattolico, e
due dei carabinieri addetti alla sicurezza sono stati
condannati a 16 mesi di reclusione, con sospensione condizionale della pena.
Gli altri imputati, sei dipendenti amministrativi, due medici e altri cinque
carabinieri, hanno ricevuto condanne dai 9 ai 16 mesi di reclusione, anch’esse
con sospensione della pena.

Detenzione per procura

Nel corso dell’anno fonti non
ufficiali hanno riferito della decisione dell’Italia di costruire tre strutture
di detenzione in Libia, nelle località di Gharyan, vicino a
Tripoli, di Sheba, nel deserto, e di Kufra, vicino al confine con Egitto, Sudan
e Ciad. Sono stati espressi timori che i diritti umani dei migranti potessero
essere seriamente messi a rischio. La Libia non ha ratificato la Convenzione
delle Nazioni Unite sui rifugiati, né il suo Protocollo, e non riconosce la
presenza di rifugiati e richiedenti asilo sul suo
territorio, né lo status ufficiale dell’ACNUR.

Brutalità della polizia

L’Italia ha continuato a non
voler introdurre nel proprio codice penale il reato di tortura così come
definito dalla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura. Inoltre, non
ha adottato alcuna misura per creare un istituto nazionale indipendente per la
tutela dei diritti umani o un organo indipendente che accolga
le denunce contro la polizia e ne individui le responsabilità. Le operazioni di
mantenimento dell’ordine pubblico non sono risultate
in linea con il Codice europeo di etica per la polizia che, ad esempio,
richiede agli agenti di indossare in modo ben visibile qualche segno di
identificazione, come il numero di matricola, per far sì che possano essere
individuati e chiamati a rispondere delle proprie azioni.

Aggiornamenti: operazioni di
polizia durante manifestazioni del 2001

Sono proseguiti i processi nei
confronti di agenti di polizia impegnati nelle
operazioni di controllo dell’ordine pubblico durante le manifestazioni di
Napoli del marzo 2001, e del Summit G8 di Genova nel luglio 2001.

*È proseguito il processo,
avviato nel dicembre 2004, contro 31 agenti di polizia imputati per reati
commessi durante la manifestazione di Napoli, che andavano
dal sequestro di persona alle lesioni personali e alla violenza privata.

*Nel mese di marzo la Procura
della Repubblica di Genova ha presentato prove di maltrattamenti verbali e
fisici ai danni delle persone trattenute nella struttura detentiva temporanea
di Bolzaneto in cui, durante il Summit G8, furono condotti
più di 200 arrestati. I detenuti avevano denunciato di essere
stati colpiti con schiaffi, calci, pugni e sputi; sottoposti a minacce, anche
di stupro, e insulti, anche di natura sessuale e oscena; e privati di cibo,
acqua e sonno per lunghi periodi. Il 16 aprile sono stati decisi 45
rinvii a giudizio per imputazioni varie nei confronti di agenti
di polizia, carabinieri, agenti di custodia e personale sanitario. Il processo
è iniziato l’11 ottobre.

*Il 6 aprile è iniziato il
processo a carico di 28 agenti di polizia, tra cui alcuni funzionari di grado
superiore, coinvolti in una irruzione notturna in una
scuola di Genova durante le manifestazioni del 2001. Nel corso del raid quasi
100 persone vennero ferite e tre di esse entrarono in
coma. Gli agenti sono stati accusati di vari reati, tra cui lesioni gravi e
percosse, falsificazione e occultamento di prove e abuso d’ufficio. Nessuno è
stato sospeso dal servizio. Decine di altri agenti
delle forze dell’ordine ritenuti coinvolti in aggressioni fisiche, a quanto
pare non hanno potuto essere identificati.

Maltrattamenti nelle carceri

Negli istituti di pena non è
mutata la situazione di sovraffollamento cronico e insufficienza di personale,
unita a un’alta incidenza di suicidi e atti di
autolesionismo. Sono pervenute molte segnalazioni di condizioni sanitarie carenti e di assistenza medica inadeguata e non è diminuita
l’incidenza di malattie infettive e problemi di salute mentale.

Nel corso dell’anno sono
proseguiti procedimenti penali nei confronti di un gran numero di membri del personale carcerario, relativi a maltrattamenti di
singoli detenuti o, talvolta, di gruppi di reclusi. Alcuni processi si sono
contraddistinti per gli eccessivi ritardi. Le accuse si riferivano a presunti
abusi psicologici e fisici ai danni di detenuti, in alcuni casi condotti in
maniera sistematica e talvolta equivalenti a tortura.

Monitoraggio internazionale

A gennaio il Comitato delle
Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione contro le donne ha reputato inadeguate le misure adottate dall’Italia per
risolvere il problema della bassa partecipazione delle donne alla vita
pubblica. Il Comitato ha raccomandato che nella legislazione pertinente sia inclusa una definizione di discriminazione contro le
donne, per allineare l’Italia alla Convenzione delle Nazioni Unite sulle donne.

Il 28 ottobre il Comitato diritti
umani delle Nazioni Unite, in risposta al rapporto
presentato dall’Italia sull’applicazione del Patto internazionale sui diritti
civili e politici, ha raccomandato la creazione di un organismo nazionale
indipendente per la tutela dei diritti umani. Il Comitato ha sollecitato
maggiori sforzi sia per garantire che i presunti maltrattamenti compiuti da
agenti dello Stato siano oggetto di indagine immediata
e imparziale, sia per eliminare la violenza domestica. Il Comitato ha anche
espresso preoccupazione riguardo al diritto di asilo e
ha richiesto informazioni dettagliate in
merito agli accordi di riammissione conclusi con altri Paesi, compresa la
Libia. Inoltre ha sollecitato l’Italia a garantire
l’indipendenza della magistratura dal potere esecutivo e ha evidenziato le
proprie preoccupazioni per il sovraffollamento delle carceri.

Corte penale
internazionale

Nonostante l’importante ruolo
svolto dall’Italia nella redazione dello Statuto di Roma della Corte penale
internazionale e la ratifica del medesimo, già avvenuta nel 1999, a fine anno le autorità non avevano ancora promulgato norme
attuative che consentirebbero di indagare e processare presso i tribunali
nazionali reati inseriti nel diritto internazionale o di cooperare con la Corte
penale internazionale nel corso delle sue inchieste.