Imprese ed Aziende

venerdì 03 novembre 2006

ACRI – Associazione fra le Casse di Risparmio Italiane. Giornata Mondiale del Risparmio del 2006 Intervento del Governatore della Banca d’ Italia Mario Draghi. Roma, 31 ottobre 2006

ACRI –
Associazione fra le Casse di Risparmio Italiane. Giornata Mondiale del
Risparmio del 2006 Intervento del Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi.
Roma, 31 ottobre 2006

1 – Risparmio e investimenti

Mezzo secolo fa, in una Italia in marcia verso il benessere, era la parsimonia
dei suoi cittadini a finanziarne la crescita. Ancora a metà degli anni
settanta, a fronte di una spesa per investimenti pari al 26 per cento del
reddito nazionale lordo disponibile, il risparmio privato superava il 30 per
cento, di cui oltre due terzi dovuti alle famiglie: la loro virtù
risparmiatrice era coltivata e celebrata come valore sociale.

Sul finire del secolo scorso, sia
la spesa per beni capitali, sia il risparmio privato scendevano intorno al 20
per cento del reddito nazionale, il risparmio familiare sotto il 9. Le famiglie
italiane hanno da allora iniziato di nuovo ad accrescere la quota di reddito
risparmiata, anche a seguito delle riforme della previdenza pubblica attuate
negli anni novanta; esse restano fra le più parsimoniose del mondo sviluppato.

Cadute le barriere ai movimenti
di capitale, divenuto globale il mercato finanziario, il risparmio mondiale va
alla ricerca di opportunità di impiego ovunque esse si manifestino. Il legame
tra i risparmi e gli investimenti non è più determinato dai confini nazionali.
Solo se cresce un paese attrae capitali, dall’interno e dall’estero.

La scarsa dinamica dell’economia
italiana negli ultimi dieci anni ha risentito di investimenti insufficienti non
tanto per quantità, quanto per qualità e composizione. Accrescono la propria
rilevanza la tecnologia incorporata nel capitale fisico, il capitale umano, il
capitale organizzativo. Affinché la ripresa in atto non sia effimera, la
politica economica, il sistema finanziario sono chiamati ad accompagnare
l’adeguamento strutturale del sistema produttivo, a convogliare il risparmio
verso investimenti innovativi.

2 – Il rilancio della crescita

Il 2006 si avvia a diventare un
altro anno record per la crescita del prodotto mondiale. Dall’estate si sono
diffusi segnali di rallentamento negli Stati Uniti, dove una lunga stagione di
euforia nel mercato immobiliare sembra giunta al termine. La domanda mondiale
potrà risentire del rallentamento statunitense, ma
continua ad alimentarla lo straordinario sviluppo delle economie asiatiche.

La crescita economica nell’area
dell’euro è ora ben più sostenuta che nei mesi scorsi. Possono indebolirne lo
slancio, nei prossimi trimestri, la riduzione della domanda degli Stati Uniti,
l’esigenza di riequilibrare i conti pubblici in alcuni importanti paesi
dell’area.

Anche in Italia nel primo
semestre il prodotto interno lordo è tornato a crescere a ritmi elevati. La
produzione industriale, con un aumento stimato di oltre 2 punti percentuali nei
primi dieci mesi dell’anno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, è
in progressiva ripresa dai minimi toccati all’inizio del 2005. Il forte
incremento del gettito delle imposte indirette è anche sintomo di una fase
congiunturale favorevole. Gli indicatori disponibili suggeriscono un andamento
sostenuto del prodotto interno lordo anche nel terzo trimestre.

La ripresa ha finora tratto
slancio soprattutto dalle esportazioni e dagli investimenti. L’accresciuta
penetrazione delle nostre merci nei mercati esteri, compresi quelli più
dinamici del Sud Est asiatico, ha frenato l’erosione delle quote di mercato dei
prodotti italiani. Le esportazioni in Cina aumentano fortemente, non solo nei
settori tradizionali ma anche in quelli dei beni strumentali, segno della
migliorata competitività di talune imprese a tecnologia medio-alta.
L’espansione della domanda estera ha contribuito al riavviarsi degli
investimenti in macchine e attrezzature, favoriti anche dai ridotti margini di
capacità inutilizzata, dall’ampia disponibilità di risorse finanziarie, dal
livello tuttora basso dei tassi di interesse. Gli ordini nazionali di beni di
investimento si sono portati sui valori massimi degli ultimi cinque anni. Le
indagini della Banca d’Italia presso le imprese indicano una prosecuzione di
questi andamenti per i prossimi mesi.

La crescita del prodotto, benché
più vivace del previsto, è tuttora più bassa che nel resto d’Europa. La
produttività nell’industria ha continuato a ristagnare nel primo semestre di
quest’anno, mentre in Germania e in Francia aumentava a tassi trimestrali
superiori al 3 per cento. Occorre rafforzare l’azione, appena iniziata, tesa a
superare i vincoli strutturali che da noi frenano lo sviluppo.

Il disegno di legge finanziaria
per il 2007 mira ad assicurare la stabilità finanziaria per gli anni a venire.
È comune auspicio che il dibattito parlamentare non ne attenui
lo slancio verso il risanamento strutturale della finanza pubblica. Il
raggiungimento di questo obiettivo è un prerequisito dello sviluppo, ma ne è
anche il risultato. La migliore risposta alle valutazioni delle agenzie di
rating sta in un paese che cresce.

La proposta del Governo contiene
anche alcuni provvedimenti miranti a favorire il recupero di competitività
delle imprese, come la riduzione della componente fiscale del costo del lavoro.
Ma il grosso delle politiche per il rilancio della crescita resta fuori
dell’ambito della legge finanziaria, perché riguarda misure volte a cambiare le
regole del gioco economico più che a modificare l’entità delle risorse
pubbliche.

Cinque mesi fa, nelle
Considerazioni finali, indicavo varie aree d’azione per una politica
strutturale. Tema comune era la necessità di accrescere la concorrenza, nel
mercato dei prodotti come in quello dei fattori della produzione, eliminando
protezioni corporative e rendite monopolistiche che pesano
sui costi delle imprese e sui bilanci delle famiglie.

Il Governo ha compiuto in estate
alcuni passi verso una maggiore apertura del mercato dei servizi privati. Una
serie di interventi volti a rivitalizzare il sistema produttivo sono ora
prefigurati in disegni di legge recentemente varati dal Consiglio dei ministri.
È auspicabile che si prosegua in questa direzione di marcia, tenendo fermo
l’obiettivo di accrescere la concorrenza e l’efficienza in ogni snodo del
sistema produttivo.

In materia di incentivi alle
imprese, strumenti di agevolazione automatici sono da preferire, perché meno
costosi e distorsivi di interventi discrezionali. Questi ultimi presuppongono
che i soggetti pubblici coinvolti individuino i settori da promuovere e
scelgano in concreto fra diverse opzioni tecnologiche e di progetto. Un simile
modello esige una notevole capacità di valutazione strategica. In mancanza, è
forte il rischio di un’allocazione subottimale di risorse scarse.

Per la promozione dello sviluppo,
incidere sulle condizioni ambientali in cui il sistema produttivo opera è più
importante che accrescere o affinare le agevolazioni dirette alle imprese.
Molte e ben note sono le linee di azione da intraprendere: tra esse, semplificare il sistema normativo e fiscale;
introdurre nel sistema dell’istruzione e della formazione meccanismi di premio
del merito e logiche concorrenziali; ridurre i costi e migliorare l’efficacia
dei servizi alle imprese e al territorio, promovendo la concorrenza nella loro
produzione e distribuzione dovunque possibile; far sì che ordinamento giuridico
e pubbliche amministrazioni assumano come guida i valori del mercato e
dell’efficienza, anziché quelli, deleteri, del formalismo e del potere
burocratico.

3 – Il contributo del sistema
finanziario alla crescita

3.1. La Borsa e gli investitori istituzionali

L’azione di riforma strutturale
deve coinvolgere anche l’industria finanziaria. La possibilità di ricorrere
direttamente o indirettamente al mercato dei capitali svolge un ruolo
essenziale nel facilitare la crescita delle imprese con potenzialità di
sviluppo. L’accesso al mercato è favorito dall’ampiezza della Borsa, dalla
diffusione degli investitori istituzionali, dall’esistenza di un tessuto di
intermediari specializzati. Su tutti questi fronti occorrono progressi.

È noto che il mercato azionario
italiano ha dimensioni più limitate di quello degli altri grandi paesi
avanzati. Sia il numero delle società quotate, sia la loro capitalizzazione in rapporto al prodotto interno lordo, lontani da quelli
degli Stati Uniti e del Regno Unito, si collocano al di sotto anche del valore
medio dell’area dell’euro.

Quanto agli intermediari
specializzati, nel 2005 in
Italia gli investimenti complessivi nel settore del private
equity erano, in rapporto al prodotto interno lordo, la metà della media
europea. Gran parte delle risorse investite in Italia è dedicata a operazioni
di riallocazione proprietaria; solo il 15 per cento degli investimenti (contro
il 27 per cento della media europea) ha finanziato nel 2005 operazioni di
venture capital, e tra questi solo una minima quota, assai inferiore anche a
quella degli altri maggiori paesi europei, è stata rivolta al finanziamento di
nuove iniziative imprenditoriali. Gli investimenti nel settore dell’alta
tecnologia sono esigui. Una gran parte dei capitali ha origine internazionale;
la componente interna è in larga misura di matrice bancaria, ed è scarso il
peso di altri investitori, in particolare dei fondi pensione.

Le piccole imprese portatrici di
progetti fortemente innovativi non riescono di regola
a rivolgersi direttamente al mercato dei capitali, né può bastare il solo
intervento ordinario delle banche; anche le medie imprese che hanno l’occasione
di un salto dimensionale spesso non sono in grado di accedere alla quotazione.
Sono necessari intermediari capaci di selezionare progetti rischiosi ma
promettenti in cui investire, con l’obiettivo di collocare successivamente il
capitale sul mercato. Più in generale, il private equity è di aiuto anche in
altri importanti momenti di transizione nella vita di un’impresa, quali
passaggi generazionali, buy-out manageriali, crisi e ristrutturazioni.

L’espansione della Borsa e degli
intermediari specializzati può essere favorita, tra l’altro, da una più forte
presenza di investitori istituzionali, soprattutto di fondi pensione. Nei paesi
dove il ruolo di questi ultimi è rilevante, anche imprese di dimensione
contenuta tendono ad accedere alla Borsa. Gli investitori istituzionali svolgono
un ruolo attivo quali azionisti di minoranza, vigilando sulle azioni del
management. Riducono le asimmetrie informative, ampliano le risorse disponibili
sui mercati per finanziare le imprese. Sono tra le più importanti fonti di
finanziamento del venture capital e in generale di tutti quegli intermediari
che sono specializzati nel fornire capitale di rischio alle imprese.

La diffusione dei fondi pensione
nel nostro paese è fondamentale per l’equilibrio e l’equità del sistema
previdenziale. Le regole per la destinazione degli accantonamenti per il
trattamento di fine rapporto avranno un ruolo chiave nell’influenzarne lo
sviluppo. Ferma restando la destinazione previdenziale delle somme accumulate,
è necessario attribuire ai lavoratori piena libertà di scelta: una concorrenza
aperta e paritaria fra categorie di operatori e tipi di schemi previdenziali, a
costi contenuti per i risparmiatori, è garanzia di uno sviluppo robusto e
competitivo del settore. I lavoratori devono ricevere informazioni chiare ed
esaurienti sulla propria situazione pensionistica e sulle alternative
disponibili, in modo da essere messi in grado di scegliere con cognizione di
causa. La previsione, contenuta nelle legge finanziaria, di un parziale
trasferimento all’INPS dei fondi ancora destinati al TFR non deve implicare
conflitti con l’obiettivo dello sviluppo della previdenza complementare.

3.2. L’assetto del sistema
bancario

Un tempo erano le banche, quasi
da sole, a raccogliere il risparmio nazionale e a convogliarlo verso le imprese.
Vigilare sulla loro stabilità significava tutelare il risparmio delle famiglie.
Oggi banche e mercati dei capitali hanno funzioni complementari nel sostenere
il funzionamento e promuovere lo sviluppo dell’economia, ma le piccole e medie
imprese dipendono ancora in misura determinante dal finanziamento bancario.
Aiutarle a crescere è necessario per rafforzarne la capacità competitiva in un
mercato sempre più globalizzato. Un’attenta, rigorosa valutazione del merito di
credito non contrasta con politiche di finanziamento tese ad accompagnare la
crescita dimensionale delle imprese, quando ve ne siano
le condizioni tecnologiche, umane, di mercato.

Progresso tecnologico,
privatizzazione e deregolamentazione hanno dato vita, a partire dallo scorso
decennio, a un intenso processo di consolidamento. Negli ultimi dieci anni il
numero delle banche si è ridotto; le concentrazioni hanno interessato circa
l’80 per cento delle attività totali del sistema. Altre significative
aggregazioni si prospettano in questi giorni. Sempre di più, coloro che
promuovono le operazioni di consolidamento, presidenti e amministratori, si
stanno mostrando capaci di comprendere la necessità, i benefici
dell’aggregazione, di superare i campanilismi, i personalismi che la ostacolano.
La Banca
d’Italia vuole che la stabilità e la competitività del sistema ne escano
rafforzate; in un sistema finanziario aperto alla concorrenza internazionale,
incoraggia le banche a proseguire sulla strada del consolidamento, sulla base
di progetti decisi autonomamente dal mercato.

Nei processi di concentrazione
bancaria, prevedere un assetto razionale della governance della nuova banca è
necessario per cogliere integralmente i benefici derivanti dal consolidamento.
Modelli innovativi di governo societario possono risultare utili per agevolare
le aggregazioni; essi devono essere connotati da razionalità organizzativa e
non devono pregiudicare l’efficienza dei futuri processi decisionali.

Alla riorganizzazione del sistema
bancario hanno dato un contributo determinante le fondazioni. Cedute nella
grande maggioranza dei casi le partecipazioni di controllo, le fondazioni
restano azionisti significativi delle banche, anche se il processo di
consolidamento ne ha in molti casi diluito le partecipazioni. I loro comportamenti
sono oggi orientati alla valorizzazione del capitale investito, in armonia con
il loro ruolo di investitori di lungo periodo; il loro interesse è concentrato
nel perseguimento delle finalità istituzionali. Potrebbero essere riconsiderate
le discriminazioni normative che limitano la capacità delle fondazioni di
acquisire e gestire partecipazioni bancarie, quale la sterilizzazione dei
diritti di voto eccedenti il 30 per cento.

Il consolidamento ha interessato
anche le banche popolari, il cui numero si è ridotto da 95 a 36 negli ultimi dieci
anni. Prevalentemente insediate nelle regioni più sviluppate
del Paese, queste arricchiscono l’articolazione del sistema bancario; traggono
vantaggi competitivi dalla vicinanza al tessuto produttivo del territorio;
svolgono un ruolo di rilievo nell’investimento del risparmio delle famiglie.
Esiste spazio per ulteriori aggregazioni, che consentano
di sfruttare potenziali sinergie senza che la maggiore complessità dei nuovi
gruppi ne comprometta la vocazione al finanziamento delle economie locali.

Le concentrazioni hanno
accentuato le differenze fra le banche popolari. Accanto a istituti che
conservano un’esclusiva vocazione locale, sono emersi e stanno emergendo gruppi
di dimensioni significative e proiezione nazionale. È necessaria una
riflessione sul modo in cui adattare i canoni del governo societario tipici
delle banche popolari alla realtà di ciascuna banca. Recenti vicende hanno
messo in luce i rischi di instabilità che possono derivare da regole inadeguate.
Rigidità del principio del voto capitario, limiti alla raccolta delle deleghe
di voto, vincoli alla partecipazione individuale possono determinare
autoreferenzialità del management, insufficiente tutela degli azionisti,
ostacoli al rafforzamento del patrimonio. Negli ultimi anni il Parlamento ha
esaminato varie ipotesi di riforma. Sul finire della scorsa legislatura aveva
trovato ampio consenso un progetto di legge che avrebbe attenuato i limiti di
partecipazione, specie per gli investitori istituzionali, e rafforzato la
protezione degli azionisti per le banche popolari quotate, pur mantenendo i
caratteri essenziali della forma cooperativa. È necessario riprendere la
riflessione sull’argomento.

Le regole che impongono una
rigida separazione tra banca e industria, in particolare quelle che
stabiliscono stretti vincoli quantitativi all’intervento di soggetti non
finanziari nel capitale delle banche, costituiscono nel panorama europeo un
caso isolato, di cui occorre anche valutare la compatibilità con proposte di
riforma normativa oggi in discussione in sede comunitaria.

La necessità di adeguate tutele
non viene meno. Resta essenziale assicurare l’autonomia della banca nei
confronti dei soggetti che, per effetto di conflitti di interesse, possono
indebitamente influenzarne le decisioni, distorcendo l’allocazione dei
finanziamenti e mettendo a rischio la stessa stabilità. Ma, come per altri
aspetti dell’attività di supervisione, cambiano gli strumenti da utilizzare.
Essi consistono in primo luogo in regole di governance che assicurino
la trasparenza delle decisioni, il bilanciamento dei poteri, la presenza di
soggetti indipendenti, la dialettica tra le diverse funzioni aziendali,
controlli interni efficaci. In secondo luogo, acquisiscono importanza crescente
le regole che limitano la concentrazione del rischio, in particolare nei
confronti dei soggetti collegati.

Anche per quanto riguarda i
vincoli “a valle”, cioè alle partecipazioni delle banche nelle imprese,
l’esperienza maturata e lo sviluppo delle tecniche di gestione e controllo dei
rischi consentono oggi di attenuare i vincoli esistenti, allineando la
disciplina italiana a quella comunitaria. La necessità di gestire i conflitti
di interesse che sorgono nell’attività di private equity richiede adeguati
presidi di trasparenza e garanzie sui processi decisionali, inclusa la
separazione societaria di questa attività nell’ambito dei gruppi bancari,
nonché regole di frazionamento e diversificazione dei rischi.

Sostituire rigidi vincoli
normativi con principi flessibili di supervisione restituisce autonomia alle
banche, agli imprenditori; stimola l’efficienza del processo decisionale. Accresce d’altra parte la responsabilità della Vigilanza; richiede continui
affinamenti del suo apparato tecnico; le impone piena trasparenza nel render
conto del proprio operato.

3.3. Banche: i costi e la
trasparenza

I guadagni di efficienza che
derivano dai processi di concentrazione devono essere trasferiti appieno a
famiglie e imprese.

I costi dei servizi bancari per
la clientela sono in Italia tuttora troppo alti. La tutela del cliente deve
essere affidata soprattutto a strumenti che garantiscano
una piena informazione sulle condizioni praticate e l’applicazione di un
generale canone di correttezza nelle relazioni d’affari. La concorrenza è
normalmente lo strumento più efficace per contenere gli oneri addossati alla
clientela. Tuttavia una specifica categoria di costi – quelli direttamente o
indirettamente connessi con l’estinzione dei rapporti bancari – ostacolando la
mobilità della clientela rappresenta in sé un impedimento al libero operare dei
meccanismi concorrenziali. È opportuno che tali costi siano eliminati; anche la
piena portabilità dei conti, inclusi i servizi accessori, deve essere
assicurata.

Le finalità del recente
provvedimento che ha previsto l’estinzione senza spese dei “rapporti di
durata”, insieme ad altre norme a tutela dei clienti
bancari, sono dunque condivisibili. Tuttavia l’impostazione della norma, basata
sulla fissazione imperativa di clausole economiche per via di legge, ha
generato problemi interpretativi, in particolare per quanto riguarda l’obbligo
di modificare contestualmente tassi attivi e passivi in determinate circostanze
e l’esatta individuazione delle voci da considerare negli addebiti connessi
alla chiusura del conto. Si è determinata una situazione di incertezza che crea
difficoltà operative alle banche, non consente ai clienti di beneficiare
pienamente dei nuovi diritti, può causare costose liti giudiziarie. Sarebbe
preferibile che la legge si limitasse a stabilire disposizioni di principio,
demandandone l’attuazione alla normativa secondaria e all’autoregolamentazione.

È del resto interesse delle
stesse banche rafforzare gli strumenti di tutela del consumatore già esistenti
nell’ambito delle iniziative di autoregolamentazione, estendendone la portata e
prevedendo meccanismi efficaci di risoluzione delle controversie. Nel nostro
Paese sono già diffusi organi per la soluzione stragiudiziale delle
controversie bancarie. Per le relazioni bancarie la legge sul risparmio
attribuisce ora al CICR la disciplina delle procedure e della composizione
degli organismi decisionali. Si potranno valutare forme di coinvolgimento
diretto dell’Autorità di vigilanza.

Trasparenza e correttezza verso
la clientela sono parte integrante della sana e prudente gestione degli
intermediari. Ogni mancanza crea rischi legali e reputazionali. I rapporti
bancari si fondano sulla fiducia; il venir meno della fiducia può determinare
rischi di instabilità, anche a livello di sistema.

La Banca d’Italia deve
verificare che l’organizzazione e i controlli interni delle banche assicurino
adeguati presidi rispetto ai rischi legati a comportamenti non corretti verso
la clientela. Una proposta di disciplina della funzione di compliance è stata
sottoposta alla consultazione degli operatori e del pubblico; sarà presto
emanata la relativa normativa.

La trasparenza dell’attività
bancaria richiede anche la comparabilità dei bilanci e delle altre informazioni
pubbliche sulla situazione finanziaria delle banche. Questa è
significativamente aumentata in Europa con l’adozione dei principi contabili
internazionali. Deve crescere la convergenza nei criteri di classificazione dei
crediti deteriorati.

Adottando per la definizione dei
crediti in default il criterio più severo – che vi include sconfinamenti e
ritardati pagamenti dopo 90 giorni dal loro manifestarsi – i dati delle banche
italiane risultano elevati per effetto di una tolleranza nei confronti dei
ritardi. Occorre che le banche riducano ancora i propri tempi di reazione,
accelerando gli interventi organizzativi e procedurali che già hanno portato
nell’ultimo anno i crediti sconfinanti dall’1,7 all’1 per cento del totale.

3.4. Servizi di pagamento

Il progresso tecnologico offre
ampi margini per l’accrescimento della concorrenza e l’incremento
dell’efficienza nel settore dei servizi di pagamento. La diffusione della
telefonia mobile, le cui reti sono utilizzabili per la prestazione di servizi
finanziari, nonché di carte o apparecchi predisposti da fornitori di servizi
per l’effettuazione di pagamenti elettronici, favorisce l’ingresso nel mercato
di nuovi operatori e l’affermarsi di modalità di pagamento innovative,
soprattutto per piccoli importi.

La Banca d’Italia ha già
provveduto a consentire l’acquisto di prodotti attraverso apparecchi
telefonici, quando essi sono offerti dall’operatore del servizio e non si
creano strumenti di pagamento generalizzati. Ma alla luce dell’evoluzione delle
tecnologie e del mercato occorrerà tornare a esaminare la disciplina delle
riserve di attività in materia di moneta elettronica e di incasso e
trasferimento fondi, in armonia con la revisione in corso delle norme europee.
Va assicurato l’accesso a una molteplicità di operatori in concorrenza,
preservando in ogni caso la fiducia del pubblico nei confronti del sistema dei
pagamenti.

4 – La Banca d’Italia

4.1. Assetti proprietari

In occasione della mia recente
testimonianza di fronte al Parlamento sulla legge per la tutela del risparmio,
ho richiamato la necessità di compiere una riflessione sull’attuazione della
norma che dispone la ridefinizione dell’assetto proprietario della Banca
d’Italia e il trasferimento entro tre anni delle quote di partecipazione al
capitale dell’Istituto in possesso di soggetti diversi dallo Stato o da altri
enti pubblici.

Come ho avuto modo di osservare,
non spetta alla Banca la scelta dei suoi proprietari; ma è interesse, anzi
dovere, dell’Istituto segnalare quelle ipotesi applicative che possono entrare
in conflitto con la salvaguardia della sua indipendenza.

Pluralismo dei partecipanti,
equilibrio nella distribuzione delle quote, non ingerenza nelle funzioni
istituzionali, garanzia dell’autonomia finanziaria dell’Istituto e, innanzitutto,
coerenza con il diritto comunitario – un aspetto che la Banca centrale europea ha
più volte richiamato – sono i principi ai quali deve conformarsi l’assetto
proprietario e di governo della Banca centrale.

Tenendo anche conto degli
standard internazionali e dell’esperienza di altri paesi, può emergere la
necessità di tornare a riflettere sulla scelta operata dalla legge, movendosi
verso una configurazione della proprietà dell’Istituto che ne tuteli pienamente
l’indipendenza, garanzia di stabilità ed elemento fondante della costituzione
economica europea.

4.2. Evoluzione organizzativa

È stato oggi trasmesso alle
organizzazioni sindacali presenti in Banca d’Italia un documento di lavoro
sulla riforma della struttura organizzativa dell’Istituto. Nel documento sono
individuati e articolati gli obiettivi strategici di medio periodo per
l’esercizio delle funzioni della Banca centrale, in armonia con l’evoluzione
del contesto istituzionale italiano ed europeo.

Gli interventi delineati mirano a
rendere più efficace ed efficiente l’azione della Banca a livello
internazionale e nel Paese, concentrando l’articolazione periferica sul livello
regionale, con strutture adeguatamente potenziate. L’assetto organizzativo –
che prevede anche l’incorporazione dell’UIC – dovrà essere in grado di
rispondere alle sfide poste dal cambiamento e di offrire al personale una
maggiore partecipazione ai processi decisionali e operativi dell’Istituto, e
migliori opportunità di crescita professionale e culturale.

Questo processo di riforma farà
leva sul grande patrimonio di professionalità di cui la Banca dispone. Concorderemo
con le rappresentanze del personale un percorso comune che individui i tempi, i
contenuti e le modalità per il conseguimento degli obiettivi della riorganizzazione.
Chiarezza degli obiettivi, gradualità nell’attuazione degli interventi,
apertura al dialogo sono i requisiti necessari per la realizzazione del
processo in tempi contenuti e senza traumi. Dal successo di questa iniziativa,
cui dovranno contribuire gli sforzi congiunti di tutte le componenti
dell’Istituto, dipende la capacità della Banca d’Italia di continuare a
svolgere con efficienza e autorevolezza il ruolo che le è proprio nel Paese,
nel Sistema europeo di banche centrali.