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lunedì 03 novembre 2008

ACRI – Associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio Spa – Giornata Mondiale del Risparmio del 2008 – Intervento del Governatore della Banca d’ Italia, Mario Draghi – Roma, 31 ottobre 2008 La crisi finanziaria globale

ACRI – Associazione di Fondazioni
e di Casse di Risparmio Spa – Giornata Mondiale del Risparmio del 2008 -
Intervento del Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi – Roma, 31
ottobre 2008

La crisi finanziaria globale

Con il fallimento del gruppo
Lehman nel settembre scorso, la crisi iniziata nell’agosto del 2007 diventa
sistemica, i suoi effetti si propagano con velocità crescente. Le preoccupazioni sulla solidità delle controparti si fanno acute;
l’emissione di strumenti di capitale sul mercato diventa ancora più difficile e
costosa; all’aumento della sfiducia si accompagna la rarefazione della
liquidità; si assiste a una drammatica discesa delle quotazioni azionarie,
anche per l’insorgere di preoccupazioni riguardo agli effetti della crisi sulle
economie reali. La reazione dei governi e delle autorità monetarie
acquisisce via via forza e capacità di coordinamento internazionale. Cresce la
consapevolezza del beneficio di un’azione vigorosa e comune, che tenga conto
delle interazioni esistenti tra le politiche nazionali e riconduca i diversi
interventi inizialmente adottati dai

governi
a uno schema coerente. In questo periodo le autorità monetarie hanno sopperito
al blocco dei mercati interbancari con iniezioni di liquidità senza precedenti
nell’ammontare e nelle modalità di erogazione, agendo in stretto coordinamento.
L’8 ottobre le principali banche centrali hanno effettuato una riduzione
concertata dei tassi d’interesse, un evento che non ha precedenti nella storia
delle istituzioni monetarie. Oggi iniziamo a vedere i primi frutti degli sforzi
eccezionali delle

banche
centrali sul fronte della liquidità. I due decreti legge n. 155/08 e 157/08 del
governo italiano hanno risposto con efficacia all’emergenza. Riflettono le
linee stabilite a livello europeo.

Rafforzano le garanzie dei
depositanti e consentono al Tesoro di sottoscrivere o garantire aumenti di
capitale delle banche, di garantire passività bancarie di nuova emissione, di
accrescere la disponibilità presso le banche di titoli utilizzabili per
operazioni di rifinanziamento con l’Eurosistema. Evitare che l’inasprimento
delle condizioni creditizie per famiglie e imprese

e il
deterioramento del ciclo economico si rafforzino a vicenda in una spirale
negativa è la sfida che le autorità devono affrontare nell’immediato.

Gli effetti della crisi sulle
economie reali

L’acuirsi della crisi finanziaria
ha colto in una fase rallentamento le economie dei paesi avanzati, già
indebolite dal forte aumento dei prezzi delle materie prime dei mesi scorsi.
Cominciano a vedersi ripercussioni anche sui paesi emergenti, che erano finora apparsi immuni. Per alcuni di essi è previsto un intervento del Fondo Monetario
Internazionale per contrastare fuoriuscite di capitali, difficoltà di
rifinanziamento del debito e tensioni sui mercati dei cambi. Di pari passo con
il deteriorarsi del quadro mondiale, il ritmo di espansione dell’economia
dell’area dell’euro ha seguitato a rallentare nel corso dell’anno. La crescita
del credito, pur rimanendo robusta, è scemata sensibilmente; le rilevazioni più
recenti prefigurano una ulteriore restrizione delle
condizioni di offerta.

L’Italia – al pari degli altri
grandi paesi dell’area – sta risentendo dell’avversa congiuntura
internazionale. Il rallentamento della domanda mondiale frena le nostre
esportazioni, che avevano sostenuto l’economia
nell’ultima fase espansiva. Vi si associa la debolezza della domanda interna.
La moderata dinamica del reddito disponibile reale delle famiglie, l’incertezza
aumentata

dall’aggravarsi
del clima economico si riflettono sui comportamenti dei consumatori. Si
comprimono le spese, soprattutto quelle più facilmente rinviabili. Gli acquisti
di beni durevoli, quelli di autoveicoli in particolare, si sono fortemente
contratti. Attese di una domanda in flessione, maggiore avversione al rischio,
influenzano le decisioni di investimento. I sondaggi congiunturali della Banca
d’Italia e di altri istituti di ricerca segnalano che l’accumulazione risulterà
quest’anno inferiore a quella programmata. Le attese per l’anno prossimo sono
di un’ulteriore contrazione rispetto al consuntivo del 2008. Sulla base
dell’evoluzione della domanda mondiale oggi prevista dai principali organismi
internazionali, la stagnazione in atto proseguirà almeno fino a

metà del
prossimo anno.

Azzerare le conseguenze della
crisi non è oggi un obiettivo realistico, ma attenuarne il peso e preparare il
terreno per un rilancio più rapido e duraturo con appropriate misure di
politica economica è possibile. Le politiche economiche nazionali contano. Occorre
innanzitutto evitare che la crisi si traduca in una severa contrazione dei
flussi di credito all’economia reale; in secondo luogo, è necessario attivare
efficaci politiche di sostegno che contrastino le tendenze recessive in atto. A
questa esigenza potrà rispondere una politica di bilancio che faccia uso della flessibilità permessa dal Trattato e dal
Patto di stabilità e crescita, secondo quanto illustrato nello European
Framework for Action presentato il 29 ottobre dalla Commissione europea. Le politiche
che hanno collocato i conti pubblici italiani su una traiettoria di risanamento
credibile sono una buona base di partenza. Non mancano nella nostra economia
punti di forza, su cui contare per una risposta efficace alla crisi. Alla
ristrutturazione dell’apparato produttivo, osservata negli ultimi anni, si
aggiungono l’ancora alto tasso di risparmio e il basso indebitamento delle
famiglie.

Il risparmio e gli assetti
finanziari delle famiglie e delle imprese

Nel nostro paese un quinto del
reddito nazionale lordo viene risparmiato ogni anno.
La stessa quota di reddito è negli Stati Uniti meno di un settimo. Il risparmio
italiano è alimentato sia dalle imprese, sia dalle famiglie. Il contributo di queste ultime resta fra i più elevati nelle economie avanzate,
circa il 10 per cento del reddito disponibile. Lo stesso settore pubblico nel
decennio in corso ha quasi sempre generato risparmio, pur in quantità limitata,
dopo quasi tre decenni in cui lo aveva invece costantemente distrutto, a ritmi
fino a oltre l’8 per cento l’anno. Questa capacità di risparmiare resta una
grande dote del nostro paese. Consente alti tassi d’investimento senza
compromettere l’equilibrio nei conti con l’estero. Lo scorso anno gli
investimenti fissi lordi sono stati da noi superiori di oltre due punti a
quelli statunitensi e tedeschi. Il risparmio familiare è stato nel complesso
investito in forme più liquide e meno rischiose che in altri paesi, soprattutto
negli anni più recenti. Con l’insorgere della crisi la cautela è cresciuta. Dalla
metà del 2007 a
tutto giugno di

quest’anno
le famiglie hanno ceduto azioni, quote di fondi comuni e prodotti assicurativi
del ramo vita per 75 miliardi di euro, oltre il 2 per cento del totale delle
attività finanziarie delle famiglie. I nuovi investimenti si sono concentrati,
per circa 100 miliardi, su depositi e obbligazioni bancarie e su strumenti del
risparmio postale e titoli di Stato.

Le famiglie italiane sono fra le
meno indebitate del mondo avanzato, non soltanto nel confronto con i paesi anglosassoni,
ma anche con quelli dell’Europa continentale. Il rapporto tra debiti finanziari
e reddito disponibile è da noi minore del 50 per cento; è del 90 per cento in
media nell’area dell’euro.

Il 70 per cento delle famiglie
possiede un’abitazione di residenza. Quelle che hanno contratto un mutuo non
raggiungono il 15 per cento. La forte crescita dei mutui registrata in questo
decennio ha riguardato principalmente le famiglie che appartengono alle classi
di reddito e di ricchezza medio-alte, meglio in grado di far fronte all’onere
del debito. Ma per le famiglie indebitate la rata di rimborso assorbe una quota
crescente delle entrate correnti. L’ampia diffusione dei mutui a

tasso
variabile negli ultimi due anni ha comportato un aumento dell’incidenza della
rata sul reddito disponibile, che alla metà di quest’anno superava il 20 per
cento. Le famiglie con redditi più bassi, l’1 per cento del totale, sopportano
oggi una rata stimabile in quasi il 40 per cento del reddito disponibile. Il
numero e l’ammontare delle insolvenze sui prestiti alle famiglie rimangono
molto contenuti e non si discostano dai valori registrati negli ultimi anni.

È tuttavia necessario che le
banche siano particolarmente attente nella gestione dei rapporti con le
famiglie, soprattutto quelle finanziariamente più vulnerabili. La
rinegoziazione di alcune condizioni contrattuali può alleggerire gli oneri
presenti e ridistribuire nel tempo i rimborsi. Le misure introdotte con
l’accordo tra il Governo e l’Associazione Bancaria Italiana rappresentano un utile

quadro
di riferimento. Le difficoltà che i mutuatari incontrano nel valutare l’entità
e la distribuzione degli oneri negli anni futuri dei nuovi contratti sembrano,
tuttavia, scoraggiare il ricorso a queste procedure. È nell’interesse delle
stesse banche adottare un approccio pragmatico e flessibile, valutando anche su
base bilaterale le soluzioni più idonee a contenere il servizio del debito
delle famiglie più vulnerabili e a salvaguardarne in questo modo la
solvibilità. Occorre inoltre considerare che un’ampia quota dei mutui a tasso
variabile è ancorata nel nostro Paese al tasso interbancario Euribor. Oggi, a
causa delle tensioni sui mercati interbancari e della rarefazione degli scambi,
l’Euribor non riflette più adeguatamente il costo della raccolta. In
prospettiva, è opportuno che le banche utilizzino per l’indicizzazione dei
mutui a tasso variabile parametri più strettamente collegati all’effettivo
costo della provvista.

Le banche

Il credito

Perché la crisi non peggiori
ulteriormente le prospettive di crescita dell’economia reale, è essenziale che
il credito continui a fluire a famiglie e imprese in misura adeguata e a
condizioni ragionevoli. L’efficiente allocazione del credito è la ragion
d’essere stessa del sistema bancario; una prudente

assunzione
del rischio è intrinseca all’attività bancaria. Grazie a una struttura
equilibrata dei bilanci, a una minore esposizione agli strumenti e mercati più
interessati dalle turbolenze, le banche italiane sono riuscite nel complesso a
mantenere i finanziamenti all’economia su livelli adeguati.

Nell’anno che termina a
settembre, il credito alle imprese italiane è cresciuto, tenendo conto delle
cartolarizzazioni, del 13 per cento, quello alle famiglie del 10 per cento. Il
rischio di una contrazione nel credito è però oggi cresciuto. Nelle inchieste
dell’Eurosistema le banche italiane hanno segnalato criteri di finanziamento
alle imprese e alle famiglie più restrittivi che in passato,

estendendo
al credito al consumo la restrizione già in atto per i mutui.

La liquidità

La prima causa di rallentamento
degli aggregati creditizi è oggi costituita dalla difficile situazione del
mercato della liquidità bancaria. Ridare fiducia e consistenza al mercato
interbancario è necessario e urgente. Se è importante che le banche continuino
a prestare attenzione alla propria posizione di liquidità, è altrettanto
importante che esse riaprano le linee di credito fra loro.

Gli scambi sul mercato
interbancario continuano a essere caratterizzati da un livello dello spread che
tra le banche italiane non ha ragione di esistere. In tempi normali lo spread
tra il tasso sui depositi interbancari a tre mesi e quello su operazioni prive
di rischio della stessa durata si aggira intorno a 10 punti base. Dopo
l’insolvenza di Lehman questo spread – la misura più diretta della

mancanza
di fiducia del mercato – ha superato in più occasioni i 200 punti base. Le
quantità scambiate si sono rarefatte; nel mese di ottobre gli scambi
giornalieri sono stati meno della metà della media del 2007. L’Eurosistema ha
messo a disposizione delle banche importi illimitati a

tasso
fisso nelle operazioni di rifinanziamento principali settimanali; ha esteso la
medesima disponibilità a operazioni in valute diverse dall’euro a varie
scadenze; ha allargato ancora il novero delle attività accettate in garanzia. È
stata appena effettuata per la prima volta un’operazione a tasso fisso senza
limitazioni di quantità sulla scadenza dei tre mesi; a novembre sarà fatta
un’analoga operazione a sei mesi. Queste operazioni a più lunga scadenza
saranno ripetute fin quando saranno necessarie. Le
banche italiane vi hanno fatto finora ricorso in misura modesta.

La Banca d’Italia ha
recentemente potenziato la capacità delle banche operanti in Italia di accedere
al credito dell’Eurosistema e la liquidità del loro attivo, mettendo a
disposizione 40 miliardi di titoli di Stato del proprio portafoglio per
operazioni di scambio contro altri titoli detenuti dalle banche.

Cruciale per una ripresa del
mercato interbancario è il progetto che proporremo alle banche nei prossimi giorni
per la creazione di un nuovo sistema di scambi mirante ad abbattere i rischi di
controparte e restituire fluidità al mercato.

Nel periodo più recente si sono
osservate sul mercato interbancario condizioni leggermente meno tese. Il tasso
Euribor, che aveva segnato un massimo di 5,39 per cento nelle giornate
dell’otto e nove ottobre, si è gradualmente ridotto;
il 30 ottobre era il 4,79 per cento. Lo stesso giorno lo spread

rispetto
a operazioni prive di rischio era pari a 180 punti base, un livello ancora
molto elevato ma inferiore al massimo di 207 punti toccato il 12 ottobre. Il
miglioramento è però ancora fragile.

Il governo, con il decreto legge
n. 157/08, garantisce titoli bancari di nuova emissione. La norma sta per
diventare operativa con l’emanazione del decreto ministeriale di attuazione. Mi
attendo che le banche facciano pieno uso degli
strumenti disponibili. Il ritorno alla normalità nella gestione della liquidità
bancaria è nell’interesse non solo delle singole banche, ma dell’intero sistema,
dell’economia nel suo complesso. Alla luce della situazione, è anche opportuno
riconsiderare la penalizzazione fiscale dei depositi, che grava sui
risparmiatori e pone la raccolta delle banche italiane in condizioni di
svantaggio competitivo rispetto a quella delle banche degli altri paesi
europei.

Il capitale

Ho più volte richiamato
l’attenzione sui punti di forza del modello bancario italiano e del sistema in
cui esso opera: buona qualità degli attivi; scarsa incidenza delle operazioni
più esposte alla crisi finanziaria internazionale; solida base di raccolta al
dettaglio; indebitamento moderato del settore privato; peso non eccessivo della
finanza rispetto all’attività reale nel paese; norme severe e

vigilanza
prudente. Al 30 giugno il coefficiente di patrimonializzazione del sistema bancario

(total
capital ratio) era pari al 10,7 per cento a fronte del 10,4 di fine 2007,
contro il requisito minimo dell’8 per cento. Per i cinque maggiori gruppi il
coefficiente era pari al 9,9 per cento, a fronte del 9,5 di
fine 2007. La leva finanziaria dei cinque maggiori gruppi italiani,
misurata dal rapporto tra il totale dell’attivo e il patrimonio di base (Tier 1
capital), era pari a meno di 30, contro 40 nella media dei 13 maggiori gruppi
europei.

Anche per effetto di
un’operatività più orientata verso le attività tradizionali, la struttura del
bilancio delle banche italiane è equilibrata. Prendendo in considerazione dati
consolidati, la raccolta da clientela ordinaria, secondo i dati di fine 2007, è
il 42 per cento del totale dell’attivo, contro un valore stimabile del 38 per
cento nella media europea; i prestiti sono quasi il 60 per cento dell’attivo,
contro circa la metà negli altri paesi. Non ha ragion d’essere una meccanicistica

applicazione
di parametri identici a realtà assai diverse, come sembrano ora pretendere
alcune frange di analisti e agenzie di rating. È illusorio ritenere, come
dimostra l’esperienza internazionale, che a una maggiore capitalizzazione
corrispondano migliori corsi di borsa. Ma occorre tenere a mente una delle
lezioni più importanti di questa crisi: il futuro
sistema finanziario dovrà avere meno debiti, più regole e certamente più
capitale. Occorre anche considerare l’opportunità di far fronte a future
necessità derivanti dall’indebolimento dell’economia reale. È bene che le banche
italiane, i loro azionisti e manager, abbiano nei confronti delle esigenze di
ricapitalizzazione un approccio pragmatico. Vanno adottate tutte le misure e
colte tutte le occasioni per irrobustire la base

patrimoniale:
dismissioni di attività non-core, decisioni realistiche e rigorose nella
politica dei dividendi, ricorso al mercato, uso delle risorse messe a
disposizione dallo Stato. Sono tutte iniziative che la Banca d’Italia considera
coerenti con una sana e prudente gestione nella situazione di oggi.

Le Fondazioni

Anche se il legame originario si
è allentato, le Fondazioni restano importanti azionisti delle banche italiane.
Le Fondazioni partecipano in misura significativa al capitale di cinque dei
primi dieci gruppi. Detengono quote superiori al 5 per cento in più di
cinquanta banche o capogruppo bancarie.

Nel periodo relativamente breve
trascorso del consolidarsi del quadro normativo che le riguarda, molte
Fondazioni sono riuscite, interpretando felicemente la visione originaria, a
costruirsi un attento ruolo di investitore istituzionale, forte di una
prospettiva di lungo periodo. La loro attività si è concentrata nel
perseguimento degli scopi di utilità sociale e di sviluppo che sono loro
propri. Hanno mantenuto e consolidato il legame col territorio; hanno scelto,
gestito, sperimentato, innovato. Le partecipazioni bancarie hanno sostenuto nel
tempo la redditività del loro patrimonio, contribuendo alla loro capacità di
agire per le finalità istituzionali. Nessun investitore, grande o piccolo che sia,
è oggi immune dalle conseguenze della crisi. L’oculata gestione mantenuta negli
anni dell’abbondanza, le cautele previste dallo stesso sistema normativo a
tutela del valore del loro

patrimonio,
possono oggi aiutare le Fondazioni a superare, con sacrifici contenuti, un
periodo difficile. Come azionisti delle banche, le Fondazioni sono chiamate a
svolgere il loro ruolo con lungimiranza e dinamismo. Esse hanno l’opportunità
di accompagnare lo sviluppo delle banche italiane, continuando ad assicurare a
loro un ancoraggio nella variegata realtà territoriale del paese.

I fondi comuni

La crisi finanziaria ha investito
a livello mondiale anche il settore del risparmio gestito, determinando
generalizzate diminuzioni di valore dei fondi, tensioni di liquidità, problemi
di valutazione degli attivi in portafoglio, elevati flussi di riscatti. In
Italia gli effetti delle turbolenze finanziarie si sommano alle debolezze
strutturali dell’industria del risparmio gestito che ho più volte denunciato.
Banca d’Italia e Consob stanno avviando le iniziative necessarie per attuare
gli interventi proposti, la scorsa estate, dal gruppo di lavoro sul rilancio
del settore del risparmio gestito. È urgente intervenire sul regime fiscale. La
tassazione delle plusvalenze maturate, anziché di quelle realizzate come
altrove, costituisce in ogni momento uno svantaggio competitivo che va
eliminato; in una fase di ampi ribassi nei mercati la distorsione è
particolarmente acuta. Il regime basato sulla tassazione del maturato alimenta infatti l’accumulazione di risparmi d’imposta, che

costituiscono
una posta illiquida e infruttifera nell’attivo, vincolano l’investimento e
riducono la liquidità dei portafogli.

* * *

La crisi colpisce una società
dove l’informazione non è mai stata così estesa, profonda, puntuale. Vediamo
oggi che l’abbondanza dell’informazione non ha portato trasparenza, ha spesso
nascosto opacità. Gli stessi intermediari finanziari avvertono una mancanza di
visibilità sulle loro controparti. Gli effetti sono paralizzanti. Questa crisi
sconvolge i paradigmi della normale attività di regolazione. Richiede soluzioni
pragmatiche e coraggiose. Lo impongono la sua dimensione, la

velocità
con cui si è repentinamente estesa e aggravata, le potenziali ramificazioni
nell’economia reale. Provvedimenti importanti sono stati già presi in tutti i
principali paesi, con una tempestività e un grado di coordinamento
internazionale senza precedenti. L’emergenza richiede che le autorità adottino politiche più interventiste che in passato, assumendo
anche ove occorra temporanee responsabilità patrimoniali nelle istituzioni
finanziarie. L’opportunità dell’intervento pubblico, in
presenza di una crisi sistemica, discende dalle caratteristiche
fondamentali del sistema finanziario: l’ampio uso del capitale di terzi; il
ruolo centrale della fiducia; le vaste ripercussioni che un malfunzionamento
del sistema finanziario può avere sull’economia reale, sui risparmiatori.
L’intervento dello Stato deve essere temporaneo e non intrusivo.

Anche le politiche
macroeconomiche devono adattarsi alla crisi. Il pronto allentamento delle
politiche monetarie ha contribuito a contenere le ripercussioni delle
turbolenze finanziarie sull’economia reale. L’impegno continua: ma, dati il
livello minimo raggiunto dai tassi ufficiali americani e l’ampia liquidità
messa in circolazione dalle banche centrali, i margini di manovra delle
politiche monetarie tendono a ridursi. Il sostegno della domanda potrà
richiedere, a livello globale, l’azione anticiclica della politica di bilancio.

In Italia, i provvedimenti
adottati hanno tranquillizzato i risparmiatori, stanno alleviando le tensioni
del mercato interbancario. La solidità dei bilanci bancari e i chiari impegni
delle autorità garantiscono la stabilità del sistema. I depositanti delle
banche sono al sicuro. L’impegno a ridurre il debito non viene meno. Con il
sostegno temporaneo alle banche nella forma di capitale, lo Stato acquisirà
attività redditizie; ne realizzerà il valore quando
esse saranno restituite al mercato.

Tutti gli strumenti perché il
nostro sistema bancario, ben più sano di altri, torni alla normalità sono stati
approntati. Non nell’interesse delle banche, ma in quello, generale, delle
famiglie, delle imprese. Pur nel pieno della crisi, la politica economica non
deve dimenticare i nodi di fondo dello sviluppo, le politiche strutturali di
cui abbiamo indicato da tempo la necessità. Il rapido peggioramento del ciclo
economico ne accentua l’urgenza; le imprese, pur in tempi difficili, devono
proseguire nella ristrutturazione produttiva. L’economia italiana soffrirà,
come tutte le economie avanzate, le conseguenze della crisi. Se si attesta sul
suo baricentro – fatto di alto risparmio, basso debito privato, sistema
produttivo vitale, sistema finanziario fondamentalmente solido ed efficiente –
sopporterà la crisi con danni limitati e buoni presupposti di ripresa.